Altman Robert

I protagonisti

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Altman Robert

Robert Altman, instancabile regista di alcune delle più interessanti pellicole degli anni settanta (Nashville e MASH. su tutte), ideatore di un cinema corale con la realizzazione di "film multipli", che intrecciano un gran numero di vite e destini, con un occhio critico e anticonformista ha più volte ritratto con abilità, nei fotogrammi delle sue pellicole, i vizi (molti) e le virtù (poche e descritte con ironia) della società americana. L’ottantenne regista torna, nel 1992, a dirigere un film dalla sceneggiatura originale e dal cast indubbiamente stellare, "I protagonisti – The player", dopo alcuni film del decennio precedente che non avevano affatto entusiasmato il pubblico.

Un ritorno con i fuochi d’artificio per il regista, che per "I protagonisti" riunisce, attorno al protagonista – Griffin Mill, un produttore cinematografico nevrotico e impaurito interpretato da un ottimo Tim Robbins che sta per essere spodestato da un più giovane e rampante collega – un cast composto da alcune delle più luminose stelle di Hollywood, tra le quali ricordiamo Angelica Huston, John Cusack, Andie MacDowell, Malcom McDowell, Cher, Rod Steiger, Jack Lemmon e Jeff Goldblum nella parte di se stessi, Whoopi Golberg, Vincent D’Onofrio e Greta Scacchi, interpreti rispettivamente di un’improbabile detective, uno scrittore cinematografico irritabile e in cerca di successo e la sua bella moglie pittrice, e una serie di attori (Bruce Willis, Julia Roberts, Peter Falk, Susan Sarandon) impegnati come attori in un film nel film considerato da molti il capolavoro cinematografico dell’anno.

Altman, sin dal lungo piano-sequenza iniziale, sembra non rinunciare alla coralità tanto presente nel suo capolavoro "Nashville", del 1975, e per quasi dieci minuti non stacca mai l’inquadratura dai protagonisti e dalle comparse, galleggia e si insinua nelle loro vite nel desiderio di cogliere ogni loro minimo gesto. Questi primi dieci minuti sono illuminanti, in quanto ci permettono di capire come Altman, feroce critico della società americana, in questa pellicola voglia circoscrivere il suo campo d’azione, e soffermarsi sul magico mondo del cinema, con le sue star, le sue falsità, le sue orribili feste, creando questo thriller di ampio respiro dall’inaspettato lieto fine. Griffin Mill fa parte di questo mondo, è un produttore dal conto in banca a nove zeri, incapace di vivere se non a bordo della sua sfavillante Land Rover con fax incorporato, gestisce le vite di tanti aspiranti scrittori costringendoli a descrivere i propri soggetti in venticinque parole, li illude con il classico: "Le faremo sapere", per poi non farsi più vivo, preferendo i prodotti maggiormente omologati ai desideri del pubblico, felice solo quando può ammirare sparatorie, sesso e inseguimenti mozzafiato. Ma sarà proprio uno di questi scrittori, deluso e assetato di vendetta, a minacciarlo di morte attraverso una serie di cartoline intimidatorie: impaurito, spaventato e preoccupato – per il suo imminente ruolo secondario all’interno della società per la quale lavora, declassato dall’ascesa di un giovane in carriera – capisce chi può essere lo scrittore minaccioso e decide di andare a parlare con lui per comprare il suo soggetto e finalmente non essere più tormentato dalle sue minacce. Le cose non vanno come previsto, il nervoso scrittore Roger Caine (un irriconoscibile Vincent D’Onofrio) non sembra dargli ascolto e inveisce contro di lui, ne nasce una colluttazione nella quale quest’ultimo avrà la peggio, affogato da Mill in poche dita d’acqua putride nel parcheggio di un cinema di Pasadena.
Conosce la moglie dello scrittore (Greta Scacchi), pittrice islandese dall’impronunciabile cognome, si innamora di lei ed è felicemente corrisposto, si rende conto di avere ucciso lo scrittore sbagliato, visto che le cartoline intimidatorie continuano a perseguitarlo accompagnate da inquietanti "regali", mentre nel microcosmo hollywoodiano si va avanti tra compromessi, menzogne e finti sorrisi, si lotta alle feste per conoscere e sedurre il maggior numero di attori da utilizzare nell’ultimo kolossal e si ragiona soltanto in termini di profitto.
La storia però, su un palcoscenico fatato come questo, non può non concludersi con un lieto fine e, siccome nel mondo di Hollywood non tutti i cattivi pagano per i loro crimini, anche un omicida potrà essere definitivamente scagionato, in seguito ad alcune favorevoli circostanze.
E tutti vivranno felici e contenti, Griffin potrà tornare al proprio lavoro come se nulla sia accaduto, continuerà ad "ascoltare venticinquemila soggetti all’anno scegliendone soltanto dodici" nel suo caldo e accogliente ufficio. Continuerà a produrre i film che il pubblico tanto ama, nei quali Bruce Willis armato di fucile a pompa salva l’amata Julia Roberts dalla camera a gas, sotto gli occhi vigili di Peter Falk e Susan Sarandon. Continuerà a guidare il suo fuoristrada, a parlare al cellulare e a finanziare l’originale soggetto proposto dallo scrittore che lo aveva spaventato con i suoi messaggi, un soggetto tratto dalla vicenda personale dello stesso Mill, tornato il produttore modello dopo essersi trovato sull’orlo del precipizio. Continuerà la sua vita da sogno, il suo idillio quotidiano in una villa fantastica, salutato dalla neomogliettina islandese felicemente incinta, in un mondo irreale e cinematografico, che forse tanto fittizio poi non è.

Altman distrugge, divertendo e divertendosi, il mondo del cinema americano, lo fa con la bravura e la lucidità che solo i grandi registi riescono ad avere, ritaglia un ruolo che sembra fatto apposta per il malinconico e stralunato Tim Robbins (premiato a Cannes come miglior attore), crea frammenti di quotidiano squallore hollywoodiano dissacranti e allegramente accusatori.
La critica è mascherata con la commedia, i giudizi negativi si fondono con i tratti puramente cinematografici del thriller e della commedia a lieto fine, ma l’accusa è pesante e originale, in puro stile Altman, con quello sguardo indagatore che osserva dall’esterno, appollaiato su un albero, occhio curioso dietro le finestre, orecchio che origlia ad una porta socchiusa. Ne nasce un film poco conosciuto ma davvero intrigante, che diverte e fa riflettere, nel quale Altman a volte però si compiace troppo della sua attitudine corale, finendo con l’accavallare le discussioni e i personaggi e risultando un po’ ostico e di difficile ricezione a coloro che non amano questo stile a più voci. Ma, una volta superata questa sensazione di confusione e spaesamento, ciò che resta è una delle pellicole maggiormente riuscite del regista americano, che non raggiunge la grandezza dei già citati "Nashville" e "MASH.", ma che si rivela un film ferocemente accusatorio e tristemente reale, dove tutti sono colpevoli e in pochi pagano per il proprio comportamento malvagio, cosa che non succede soltanto nel "mondo di celluloide", ma ovunque, nella società costruita sulle solide basi del dio denaro e dei compromessi.

Regia:Robert Altman.
Soggetto:Michael Tolkin.
Sceneggiatura:Michael Tolkin.
Direttore della fotografia:Jean Lèpine.
Montaggio: Maysie Hoy, Geraldine Peroni.
Interpreti principali:Tim Robbins, Greta Scacchi, Fred Ward, Whoopi Goldberg, Peter Gallagher, Brion James, Cynthia Stevenson, Vincent D’Onofrio, Dean Stockwell, Richard E. Grant, Sydney Pollack, Andie MacDowell, John Cusack, James Coburn.
Musica originale:Thomas Newman.
Produzione:David Brown, Michael Tolkin e Nick Wechlser.
Origine:U.S.A., 1992.
Durata:120 minuti.

Antonio Benforte, 5 febbraio 2005.

Recensione pubblicata originariamente su www.ciao.it.

 

ISBN/EAN: 
000

Commenti

In calce... archivio ALTMAN

giusto: ma come fai a recuperare immediatamente tutti gli articoli su Altman presenti in lankelot?

ah ok. copi e incolli. giustissimo.

facile no? vado a naso - in fondo a quella pagina ci sono dei numeri: 100 articoli per pagina, ne abbiamo 3040 circa, e si va a cercare il cognome dell'artista - e poi copincollo in un secondo;)

"Ma, una volta superata questa sensazione di confusione e spaesamento, ciò che resta è una delle pellicole maggiormente riuscite del regista americano, che non raggiunge la grandezza dei già citati "Nashville" e "MASH.""

> M.A.S.H. è un film che forse patisce il tempo passato, ma rimane paradossalmente un modello di satira intelligente. E' da qualche parte sui miei scaffali, è un po' che non torno a guardarlo. C'era anche una canzone divertente, adesso non ricordo quante e quali band l'hanno omaggiata con una cover, sulla "normalità della morte"...

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