Poco prima di dar vita alle sue tre opere migliori (in ordine temporale: Carne tremula, Tutto su mia madre, Parla con lei), il già noto e celebrato regista spagnolo Pedro Almodovor si misura su una pellicola sospesa tra commedia e melodramma che sembra essere un punto di rottura – o meglio, transizione – rispetto alle sue grottesche e corrosive opere precedenti. Il fiore del mio segreto, lungometraggio dal titolo ambiguo e curioso, fu una sorta di bilancio esistenziale per il Nostro, il quale ibridò i suoi dubbi di “ragazzo oramai cresciuto” all’interno di una storia la cui protagonista è una donna borghese ed artista di mezza età.
Leo è una scrittrice di romanzi rosa che si nasconde dietro uno pseudonimo: la sua vera identità è a tutti sconosciuta. È una donna sui cinquanta, ha una vita di coppia in crisi, nuove velleità artistiche, problemi con la memoria e nevrosi ossessive che anestetizza con l’alcol. È sempre in attesa di telefonate del marito, ufficiale Nato in servizio a Bruxelles che l’ha resa fragile e insicura, vive con una domestica che le è molto affezionata, ha una madre e una sorella che mantiene quasi totalmente, si vede con un’ amica psicologa che aiuta i medici ad essere convincenti nel richiedere gli organi in caso di “morte cerebrale” dei pazienti. Come scrittrice si sente intrappolata dal contratto – pur assai remunerativo – stipulato con la casa editrice, il quale prevede cinque titoli all’anno che debbono seguire una linea precisa: ambienti bene, intrecci in cui immedesimarsi senza difficoltà, happy ending. Insoddisfatta affettivamente e professionalmente, decide di scrivere corrosive critiche letterarie su “El Pais”, in cui trova immenso gusto a stroncare proprio il suo pseudonimo. Angel, caposervizio culturale del quotidiano, se ne innamora a prima vista e la sostiene professionalmente e nella vita privata; le è vicino a tal punto che, quando scopre che è lei l’autrice dei romanzi rosa cosi noti e diffusi, non solo non ne fa parola con nessuno, ma arriva a sostituirla - senza dirle nulla - nella scrittura dei best seller. Leo è ispirata invece da storie vere, in cui il dramma, l’intreccio, non è più calato in una dimensione borghese, ma bensì nel mondo che la circonda, tra emarginazione sociale e disadattamento. Col ritorno fuggevole del marito, al culmine della fragilità emotiva, Leo scopre diverse verità che non aveva saputo (voluto) vedere: l’amica psicologa e il marito sono amanti, la madre la considera una “vacca senza campanaccio”, la domestica è una gran ballerina ed ha un figlio che le ruba in casa, il suo ultimo romanzo è stato plagiato per farne un film, il responsabile del giornale la ama perdutamente. Tutti elementi che, uniti alla sua trasformazione artistica, sono propedeutici ad un bilancio esistenziale: Leo decide di non fuggire più, di emanciparsi dalla dipendenza dell’alcol e del marito, di guardare alla vita senza più illusioni, provando a viverla per come viene.

Come accennato in apertura, Il fiore del mio segreto, undicesimo lungometraggio di Almodovar, è una sorta di bilancio artistico filtrato attraverso gli occhi di un personaggio nevrotico e insicuro. Leo è senza dubbio un alter ego del cineasta spagnolo, il quale abbandona i coloratissimi registri delle pellicole precedenti per dar vita ad una riflessione esistenziale che ha il suo perno sui temi – quanto mai attuali per chi entra negli “anta” – della disillusione e del disincanto. Lo fa con eleganza e toni più contenuti, pur non rinunciando, soprattutto nella seconda parte del film, ai consueti e amati paradossi presenti nel suo cinema precedente, segno d’uno stile inconfondibile e quanto mai godibile per lo spettatore. Anche in questo caso, poi, Almodovar dimostra di amare i suoi personaggi, li sostiene, pur criticandoli, ne svela le umane debolezze, ci si identifica, li sveste di ogni orpello concettuale. E il tema principe è sempre l’amore, mai vago e immateriale, sostenuto da passioni vibranti che in questo caso cozzano con la disillusione. Ecco la novità, dunque, l’ingresso della disillusione nel suo universo rumoroso e carnevalesco, tema rischioso per un tipo come lui, cantore vitale e gaudente del sesso come liberazione e gioia di vita. Qui il sesso non si vede, è lontano e solo vagamente accennato, cosa che sul momento sconcertò molti suoi fan i quali, comunque, ebbero modo di rifarsi ammirarando, nel successivo Carne tremula, un Almodovar quanto mai bisognoso di un ritorno alla fisicità: un film meraviglioso, Carne tremula, in cui il corpo assume importanza fondamentale, nel bene e nel male.
Ottimi gli attori, tra i quali merita menzione la prova maiuscola della protagonista, una Marisa Paredes che, come il Guido Anselmi di felliniana memoria, si fa voce e pensiero del regista, il quale sorprende ancora una volta (o forse no, conoscendo Almodovar), proprio per il fatto d’essersi scelto un alter ego femminile. Evidente il tratto marcatamente autobiografico, nel far tornare Leo ad un’origine identica alla sua, un paesino tipico situato nel cuore della Mancha (lo stesso che diede i natali al regista).
A conti fatti, un film importante, proprio perché di passaggio e congiunzione tra il suo cinema precedente e quello successivo, questo Almodovar esistenzialista - a modo suo, naturale – può essere apprezzato soprattutto se messo in relazione con la sua opera completa. Un’opera rimarchevole, come ben saprete, che – c’è da scommetterci – darà ancora lustro al contraddittorio cinema europeo di questo tempo transitorio e interminabile, non solo per la settima arte.
Regia: Pedro Almodovar. Soggetto e sceneggiatura: Pedro Almodovar. Direttore della fotografia: Affonso Beato. Scenografia: Esther Garcia. Montaggio: José Salcedo. Interpreti principali: Marisa Paredes, Juan Echanove, Carmen Elias, Rossy De Palma, Kiti Manver, Joaquim Cortès, Manuela Vargas, Imanol Arias, Gloria Munoz, Jordi Mollà, Chus Lampreave, Rancho Novo. Produzione: Augustin Amodovar – El Deseo. Musica originale: Alberto Iglesias. Titolo originale: “La flor de mi secreto”. Origine: Spagna / Francia, 1995. Durata: 103 minuti.
Commenti
Primo Almodovar che regalo a Lankelot, ne seguiranno altri (non so quanti, dipende dall'ispirazione) fino a Natale, immagino;)
Grazie per questo - per me inedito - Almodovar esistenzialista. Buon viaggio a te e a noi che ti leggeremo, allora.
Grazie, viaggerò di notte, come al solito;)
Anche in tutti gli Almodovor
Anche in tutti gli Almodovor ci sono doppi credits. Fino a ieri sia in Allen che in Almodovor non c'erano.
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sì, ripeto, è l'anteprima del pezzo. prende i primi 800 caratteri e se ne serve come anteprima per homepage e/o navigazione per tags.