Il quarto lungometraggio almodovariano, uscito a un anno di distanza dalle monache tossiche e viziose de L’indiscreto fascino del peccato, ritrova e riaggiorna la brillante verve degli esordi del cineasta, muovendosi in un universo che inquadra una dolorosa realtà proletaria con dinamiche che mescolano abilmente realismo e surrealismo.
La cornice è una Madrid ai margini, quella degli immensi palazzi fatiscenti che accolgono le realtà umane più disparate: una casalinga infelice e frustrata (Carmen Maura) con due figli a carico e un marito manesco, una prostituita di seconda classe con strambi clienti, una bimba con poteri paranormali che ha una madre che non sa dargli amore. Almodovar apre con una scena di sesso tutt’altro che erotica e chiude con una donna in cerca di riscatto esistenziale. Nel mezzo una storia stralunata, che mescola dramma stemperato a humor nero, personaggi kitsch a riflessioni sulla natura dei rapporti umani nelle realtà degradate. La casalinga ha un figlio dodicenne gay che attira fortemente i pedofili, uno quattordicenne che spaccia e consuma droga, un marito tassista bravissimo nel copiare l’altrui calligrafia (gli viene addirittura proposto di improvvisare, sotto dettatura – falsificando la calligrafia -, i diari segreti di Adolf Hitler) ma semi analfabeta, una suocera fissata con le bollicine dell’acqua minerale e una condizione economica che non gli permette nemmeno di assicurare i pasti ai figli. La giovane prostituta le è amica, cerca di darle una mano proponendola come cameriera ad ore per i clienti, fino ad invitarla a partecipare – su compenso – ad una prestazione esclusivamente voyeuristica con un cliente esibizionista. La situazione è sempre più difficile per la donna, costretta a suggerire al figlio piccolo la convivenza con un dentista pedofilo ma facoltoso, pur di togliersi una bocca da sfamare. Il marito, rude ed ignorante, nemmeno si accorge dell’assenza del ragazzo; la suocera, quasi del tutto rincoglionita, trova la compagnia di un ramarro raccattato per la strada; l’altro figlio, oramai convinto che la scuola non serva a nulla, passa il suo tempo in strada a procacciarsi nuovi clienti. L’epilogo della storia, tra le più surreali del regista spagnolo, incontrerà una morte stramba ma liberatoria, una partenza e un ritorno: dall’alto del terrazzo del grigio palazzo, la casalinga guarda al futuro riabbracciando il figlio piccolo, convinta che il domani, pur difficile, non potrà mai essere peggiore di quello che il passato recente le ha “regalato”.

Film a-morale, nel senso che rifugge qualsiasi tipo di moralismo, Che ho fatto io per meritare questo è una delle migliori pellicole dell’Almodovar prima maniera, in cui sono ben vivi e presenti i fondamenti cinematografici di un autore lontanissimo dalla banalità visiva e narrativa. L’umanità che sfila di fronte ai nostri occhi, pur connotata da un’apparente insensibilità, nella messinscena almodovariana assume una sua dignità peculiare, proprio perché avulsa dai meccanismi consueti della dialettica medio-borghese. La costruzione minuziosa dei personaggi è il primo notevole pregio ascrivibile alla scrittura del nostro, il quale attraverso una sceneggiatura estrosa, briosa ed intelligente riesce a coinvolgere lo spettatore dubbioso sull’eticità del discorso di fondo proposto. Guardare il film in questione affidandosi alle zavorre della morale benpensante è quanto di più sbagliato si può fare andando a scegliere un’opera del genere, negandosi cosi la possibilità di godere del gioco intrigante a cui l’autore – pur da semplici spettatori - ci rende partecipi. Quando una madre lascia consapevolmente un figlio nelle grinfie di un facoltoso pedofilo, tutti, immagino, saremmo pronti a darle addosso senza riconoscele attenuanti. Almodovar riesce a rendere umana, molto umana, una scelta dolorosissima, connotando l’evento di humor e di un surrealismo – come dicevamo in apertura – che incontra il realismo toccandolo proprio nell’estremo opposto. Gli opposti si attraggono, o per meglio dire, come nel caso in questione, al loro culmine si toccano, creando un’armonia assai difficile da immaginarsi se la sganciamo dal contesto visivo-narrativo proposto. Per questo è assai complicato raccontare un film di Almodovar, che come pochi altri autori vive la sua arte soprattutto sulla consecutio delle immagini, sulle scelte estetiche e creative.

La pellicola emana energia, a dispetto del contesto una gioia di vivere che si palesa nella vitalità di ogni personaggio, tralasciando gli aspetti di critica di sistema e privilegiando la dimensione privata, collettiva e individuale. Una delle scene madri è la morte del padre-padrone, eppure la tensione drammatica è del tutto assente, confinata invece nei gesti minimi della donna, quando la macchina da presa sceglie consapevolmente lo squallore che la verve dello script tiene abilmente sottotraccia. Tra le sequenze da ricordare, anche il brillante siparietto “telecinetico”, in cui la bimba dai superpoteri libera finalmente la sua forza per un atto d’affetto, rimodellando in brevissimi istanti l’angusta abitazione della povera casalinga.
Tra gli attori spicca la sempre brava e credibile Carmen Maura, protagonista indiscussa del cinema del primo Almodovar, non bella ma sensuale ed espressiva musa del regista, il quale si concede anche un cameo in costume decontestualizzato dagli eventi. Le musiche sono sempre e volutamente stridenti col contesto, a rimarcare il netto contrasto che il regista spagnolo cerca tra immagine e suono narrante, modo fantasioso per ricordarci che stiamo godendo di uno spettacolo, di una rappresentazione, che non dobbiamo prenderlo – e soprattutto prenderci – troppo sul serio.
Vita, sentimenti, elogio della fantasia legata alla follia, il cinema almodovariano ha trovato la sua via; senza troppo ondeggiare, rischiando cosi di perdere la bussola, arriverà in pochi anni a considerevoli vette artistiche, senza mai dimenticare ciò che era stato, da dove era partito, e perché ha scelto di parlarci per immagini.
Regia: Pedro Almodovar. Soggetto e sceneggiatura: Pedro Almodovar. Direttore della fotografia: Angel Luis Fernàndez. Scenografia: Romàn Arango, Pin Morales. Montaggio: José Salcedo. Interpreti principali: Carmen Maura, Luis Hostalot, Ryo Hiruma, Angel de Andrés Lòpez, Gonzalo Suàrez, Veronica Forqué, Juan Martìnez, Chus Lampreave. Produzione: Augustin Amodovar. Musica originale: Hans Fritz Beckmann, Wizner Boheme, Bernardo Bonezzi, Juan Mostazo. Titolo originale: “Qué he hecho yo para merecer esto?!!”. Origine: Spagna, 1984. Durata: 101 minuti.
Commenti
Ecco un nuovo Almodovar, avevo staccato un po' per dare spazio a Cronenberg, ma, come promesso, cerco di regalarvi qualche tassello della sua brillante cinematografia.
"Film a-morale, nel senso che rifugge qualsiasi tipo di moralismo"
> mi incuriosisce che si debba spiegare l'alfa privativo; ogni tanto mi dimentico che siamo in Italia anche scrivendo qui.
Grazie per il nuovo contributo almodovariano.
E ne verranno altri, Franco, anche Almodovar è degno di una monografia su Lankelot. Credo che siate d'accordo, no?
Che film!!! Visto due, tre settimane fa in dvd, nella versione spagnola. La parte dell'esibizionista è splendida, con il suo spogliarello e le espressioni delle due donne... Anche se, ovvio, non tutto mi è rimasto comprensibile, non posso che dire, gran film!!!
Grazie Léon. Aspetto i prossimi.
Grazie, Andrea. In versione spagnola deve essere ancora più interessante (beato te che mastichi un po' la lingua). Di Almodovar su Lankelot ho recensito anche questi due:
http://www.lankelot.eu/?p=1312 (Kika)
http://www.lankelot.eu/?p=1287 (Il fiore del mio segreto)