Allen Woody

Settembre

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Allen Woody
A quasi dieci anni da Interiors, Woody Allen dà vita al suo secondo film “bergmaniano”. Nella cornice di una casa di campagna nel Vermont, in una giornata di fine agosto, sei persone si trovano a trascorrere una serata insieme. Stephanie (Diane Wiest), ospite dell’amica Lane (Mia Farrow) per l’intera estate, è una donna con un matrimonio in crisi e due figli che la attendono. Lane, donna insicura e insoddisfatta, vive un rapporto conflittuale con una madre (Elaine Stricht) le cui scelte di vita ne hanno segnato profondamente l’esistenza (un fatto di sangue dai risvolti poco chiari). Tra i convenuti, oltre al fisico Lloyd (Jack Warden), ultimo marito della madre, vi è anche Peter (Sam Waterston), giovane scrittore in crisi d’ispirazione di cui Lane è innamorata. Peter, dopo aver flirtato assai platonicamente nei mesi estivi con la padrona di casa, svela a Stephanie di essersi innamorato di lei da subito. Il sentimento è sostanzialmente contraccambiato, ma la condizione di precarietà familiare non consente alla donna di lasciarsi andare. E poi c’è l’amica Lane, come potrebbe tradire la sua fiducia dopo averne condiviso il disagio e le intime confidenze sull’uomo? Lungo la serata però, i nodi verranno al pettine: Stephanie e Peter si avvicinano sempre più e, nonostante un primo tentativo di resistenza della donna, si lasciano andare ad un bacio, inconsapevoli della presenza di Lane. In più Lane ha modo di liberare la sua rabbia nei confronti di una madre annebbiata dall’alcol e dal proprio egoismo. Tutto crolla e, sulle ceneri dell’accaduto, nulla sembra poter rinascere a nuova vita.  L'estate tsa finendo, settembre è in arrivo.
 
Girato in un arco temporale di ventiquattrore e interamente nelle mura domestiche, Settembre è un film dal solido impianto teatrale. Come accennato in fase d’introduzione, l’atmosfera è prossima a quella di Interiors, forse ancor più intimista, rigorosa e bergmaniana. Le suggestioni attinte da Ingmar Bergman richiamano varie pellicole, tra le quali, certamente Persona, Come in uno specchio e Sinfonia d’autunno. Ma è in generale tutta l’opera del maestro scandinavo ad essere qui omaggiata: una splendida fotografia intima (dell’ottimo Carlo Di Palma, che lavorò spesso con Allen tra gli Ottanta e i Novanta), dei dialoghi serrati ma affatto verbosi o sincopati (come quelli dell’Allen da commedia. Piacevoli e intelligenti ma non adatti a questo ritmo e questi temi) , tempi dilatati in una durata essenziale (83 minuti è più o meno la durata consueta alle opere di Bergman), misura degli attori ed un cinema-teatro degno del Maestro - e non solo: come in Interiors, è evidente l’influenza di Cechov.
 
Totalmente ossessionato dalle perfezione stilistica - dopo aver girato il film una prima volta, cambiò addirittura mezzo cast e si rimise al lavoro daccapo - , Allen, però, si dimentica l’ironia: qui non ce ne è nemmeno un grammo. E gli spettatori, meno avvezzi alle divagazioni bergmaniane, non glielo hanno perdonato. Settembre infatti incassò pochissimo ed è considerato un film minore della sua ricca filmografia, una pellicola che non lo rappresenta. Niente di più errato, a mio modo di vedere, perché Woody Allen ha dimostrato nella sua lunga e brillante carriera di essere un autore duttile, sperimentatore sapiente ed intelligente. Troppo facilmente lo inquadriamo nel genere comico-commedia, sia pure sarcastica e colta, ma non meno dignità hanno queste sue incursioni nel dramma da camera, genere che ha sempre padroneggiato con maestria, misurando con equilibrio la distanza da mettere con la commedia. 
 
 
  
Ottimo il cast, in cui spiccano le prove di Dianne Wiest e dell’allora moglie del regista Mia Farrow, splendida la fotografia di Di Palma e, come immagino abbiate inteso, ottima regia teatrale di Allen che supporta l’atmosfera intima con le nostalgiche musiche di Loesser, Porter e Berlin. L'insieme degli elementi crea una miscela tenue, che incontra un tempo dilatato evocante un mondo crepuscolare e malinconico, un universo in cui sembra non esistere alcuna via di fuga. Il fisico Lloyd, all’inizio del film, cita il famoso assunto del sociologo Niklas Luhmann: “Il tutto è più della somma delle parti”. Ma il tutto cui allude Allen non è che un insieme di particelle che vagano per ricongiungersi senza un preciso obbiettivo. Perché Dio, probabilmente, nella sua ottica, non esiste, ma noi siamo costretti a cercarlo: per star bene, per trovar pace, per non credere che tutta l’immensa bellezza che ci circonda sia frutto del caso. Per questo siamo condannati all’infelicità. È, probabilmente, il Woody Allen più manifestamente pessimista – o, a suo modo, realista, se volete. Sempre geniale, più che mai europeo nel suo modo di far cinema. Un ottimo cinema, del quale vi consiglio di recuperare la filmografia meno nota. Magari, partendo proprio da questo intenso lungometraggio. 
 
Regia: Woody Allen. Soggetto e sceneggiatura: Woody Allen. Direttore della fotografia: Carlo Di Palma. Montaggio: Susan E. Morse. Costumi: Jeffrey Kurland. Scenografia: Santo Loquasto. Interpreti principali: Denholm Elliot, Dianne Wiest, Mia Farrow, Elaine Stritch, Sam Waterston, Rosemary Murphy, Jack Warden, Jan Cecil, Ira Wheeler. Produzione: Jack Rollins, Charles H. Joffe – Orion. Titolo originale: “September”. Origine: Usa, 1987. Durata: 83 minuti.
 
Léon, settembre 2006.
ISBN/EAN: 
8017229428616

Commenti

Ecco l'altro Allen bergmaniano.

ripreso qui e messo in bella evidenza: http://www.woody-allen.org/filmografia/settembre.php

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