Dopo il successo ottenuto con il dramma / thriller Match point, Woody Allen, ultrasettantenne e prolifico regista newyorchese, torna a Londra per dirigere il suo nuovo – e come sempre atteso, dagli amanti veri del cinema – lungometraggio. Questa volta è un giallo rosa, che ha, comunque, parecchie cose a che spartire con il precedente film londinese, non solo l’ambientazione.
Joe Strombel, indomito giornalista inglese sempre in caccia di notizie bomba, una volta morto, oramai nell’aldilà, incontra una giovane segretaria da poco avvelenata e pronta a rivelargli importanti notizie sul suo decesso e sulla gesta di un serial killer. Il probabile “killer dei tarocchi” sarebbe il miliardario Peter Lyman (Hugh Jackman). È un scoop irripetibile, anche – e soprattutto - per un’ anima trapassata. Che fare? Contemporaneamente, giù, sulla terra, l’anziano e un po’ goffo illusionista Sid Waterman (Woody Allen) – che si fa chiamare Splendini perché immaginato più “esotico” per i londinesi – sta usando come cavia per un suo esperimento Sondra (Scarlett Johansson), giovane studentessa di giornalismo americana di passaggio nella capitale inglese. Proprio durante l’esperimento magico, Strombel si manifesta a Sondra - Sondra è una sorta di collega per Joe -, svelandole l’identità dell’assassino dei tarocchi – uno che, come un novello Jack lo squartatore, se ne andava in giro ad ammazzare prostitute. Da subito affascinata dalla possibilità dello scoop, la giovane studentessa si getta anima e corpo (soprattutto corpo) nell’impresa, coinvolgendo il malcapitato mago Splendini nella sua personale e rischiosa indagine. La ragazza non solo riesce ad avvicinare il miliardario, ma lo fa anche innamorare; non immaginava, forse, di innamorarsi anche lei. Splendini, intanto, si è presentato all’alta società londinese come petroliere e padre di Sondra, che a sua volta ha cambiato nome e identità. Tra situazioni buffe e paradossali, dubbi e ribaltamenti di convinzioni, si arriva all’epilogo coi tre protagonisti ancora in gioco. Ma la morte è in attesa di qualcuno, mentre il mistero trova soluzione.

Premessa doverosa: ingiustamente criticato, Scoop è un film tutto fuor che disprezzabile, anzi. È un Woody Allen D.O.C., certo non D.O.C.G., ma D.O.C. sicuramente. E questo non è affatto poco, perché qui si ride, e a volte anche sonoramente, ma sempre grazie a quel garbo, quella classe, quell’ intelligenza cosi unica che Allen sa restituire, come pochi altri autori, ad un pubblico pagante. E poi c’è l’omaggio a tanto grande cinema e alla letteratura immortale. Citazioni da Shakespeare e Ibsen, personaggi alla Twain e immancabili omaggi a Bergman e Fellini, arricchiscono una storia dalla sceneggiatura minima, ma dai dialoghi sempre godibili e sostenuti che cercano nelle idiosincrasie e nelle ansie di noi umani mortali. E non solo. Perché vezzi e manie sussistono anche nel regno della morte, mai cosi espressamente bergmaniana, laddove su una nave che richiama alla memoria cinematografica Fellini e il suo universo onirico, tutti continuano la pantomima interrotta nella dimensione precedente: la vita. Ed è un dovere, a mio avviso, esser grati ad autori come Woody Allen, che attraverso l’arte esorcizzano l’assurda paura della morte di cui è pregno tutto il mondo occidentale. Senza avventurarsi in derive sociologiche o psicanalitiche, ma attingendo agli archetipi facilmente sollecitabili da simboli che arrivano nel profondo (nell’inconscio), il regista newyorchese è assai bravo a trasmettere, attraverso la propria arte, quel senso di giusta demistificazione degli “ingombranti assoluti”. La morte, come il dogma, è, certamente, ameno per il mondo globalizzato, il più ingombrante di tutti gli assoluti. Da anni Allen dà prova di essere affatto dogmatico su temi come l’identità religiosa – al contrario di altri autori che ne fanno l’elemento centrale per la propria arte -; anche qui, ad esempio, trova il modo di alleggerire potenziali “sproloqui pseudofilosofici” con frasi taglienti che dicono tutto anche solo con l’impostazione della tonalità vocale (sempre impeccabile, l’oramai quasi trentennale doppiaggio del bravo Oreste Lionello). Come questa, pur se adesso totalmente decontestualizzata: “Ero di fede ebraica. Ma poi mi sono convertito al narcisismo”. Certo, non c’è più la splendida fotografia di Di Palma e Nykvist, né quella dell’ottimo Willis o del recente e bravo Zsigmond; questa di Arefarasin, è assai evidente, non aiuta i personaggi alleniani a restare nell’immaginario. Le atmosfere musicali, dopo l'amato jazz in Match Point, sono qui affidate a famose liriche di classica come Lo schiaccianoci e Il lago dei cigni.

Ottimo il duo Allen / Johansson, che a dispetto dei cinquant’anni tondi di differenza d’età sembrano una coppia consumata e ben affiatata. Più in particolare, la Johansson riscatta ampiamente alcune delle ultime prove dubbie (The black Dahlia, ad esempio), zittisce i critici prevenuti – e invidiosi, perché Scarlett è bella come una dea pagana ed è brava quanto basta per oscurare tante star bellocce hollywoodiane – e consolida il suo sodalizio artistico con un grande della settima arte. Debole, invece, la prova di Jackman, forse non favorito da un personaggio che lo priva, almeno fino al finale, di possibilità di cambi emotivo-espressivi (ma anche nel finale, in cui potrebbe, forse ormai del tutto ingessato, cambia poco). Match point e Scoop sono, a ben guardare, film complementari, in cui i personaggi dell’uno sembrano il prolungamento dei personaggi dell’altro, in cui l’ambientazione, una Londra che accoglie americani che si ritrovano catapultati nella high society, funge da città catalizzatrice di storie – anche in una commedia - che rivelano le umane debolezze (anche del potere più inattaccabile), ma rimane distante dall’esser protagonista come lo era New York – come sanno gli amanti del nostro, Manhattan in particolare. E pare che Allen ci giri anche il suo prossimo film.
Pertanto, Scoop è un film che, dietro l’impianto di genere, può proporre numerose tracce di lettura alternativa. Chi lo ha criticato faziosamente e con prevenzione anti Allen non ha argomentazioni, a chi non è riuscito a cogliere i molteplici spunti che offre la pellicola, suggerisco, qualora se ne abbia tempo, voglia, interesse o semplice curiosità, di andarsi a ripescare la cinematografia alleniana di una trentina d’anni fa (Io e Annie, Interiors, Manhattan, Stardust Memories, ma anche, per restare semplicemente alle affinità tematiche, i più recenti Misterioso omicidio a Manhattan e La maledizione dello scorpione di giada). Li troverete gli indizi che vi portano fino a Scoop, li potrete ammirare la compiutezza di un’opera, quella del “sempre giovane” Woody, mai troppo amata dai compatrioti e, al contrario, sempre omaggiata dagli abitanti del vecchio continente. Vedete i film, fate le dovute riflessioni, e non vi sarà difficile capire il perché.
Regia: Woody Allen. Soggetto e sceneggiatura: Woody Allen. Direttore della fotografia: Remi Arefarasin. Costumi: Jill Taylor. Scenografia: Maria Djurkovic. Montaggio: Alisa Lepselter. Interpreti principali: Scarlett Johansson, Woody Allen, Hugh Jackman, Ian McShane, Romola Garai, Kevin McNally, Anthony Head, Matt Day. Musica originale: Edvard Grieg, Johann Strauss Jr., Piotr Tchaikovsky. Produzione: BBC Films, Ingenious Film Partners, Ingenoius Media, Perdido Productions. Origine: Usa / Gran Bretagna, 2006. Durata: 96 minuti.
Commenti
D.O.C.G. cosa vuol dire?
Denominazione Origine Controllata e Garantita. é quella dei vigneti altamente selezionati. Insomma, i vini boni assai;)
Ah, ok :)
Sempre più vicino a diventare l'Harry James del mondo del cinema. E non solo per via dei talenti satirici e del trasferimento usa-uk. Allen sta finendo la sua carriera con un'improvvisa e imprevista serie di creazioni diversamente impegnate e "alte". Credo di non dovermi sentire in colpa se scrivo che preferivo "Anything Else" o "Harry a pezzi" alla mattonata a-moralistica di "Match Point" > ma è questione di orgogliosi pregiudizi sull'eclettismo degli autori; non tutti possono mutare pelle senza perdere smalto.
Detto questo, naturlich pal je ne connais pas hunc film. Donc taccio, e chiudo così.
(i due film richiamati come esempio "positivo" sono volutamente molto recenti. Non m'azzardo a discutere della filmografia di WA).
No, non c'è affato da sentirsi in colpa. "Harry a pezzi" è piaciuto parecchio anche a me, meno "Anything Else". Mi è piaciuto anche "Match point" e per restare agli ultimissimi "Hollywood Ending" e "Accordi e disaccordi". Tralascerei "Criminali da strapazzo" e, nonostante l'abbia citato nella recensione di cui sopra, "La maledizione dello scorpione di giada". Cosi cosi sia "Celebrity" che "Melinda e Melinda", sempre analizzando gli ultimi. Amo Woody Allen e ti (vi) do una notizia: coi giusti tempi (ma non lunghi), ho deciso - essendo la sua una filmografia sconfinata - di scrivere su un'altra decina di sue opere oltre le tre già recensite. E sarà sempre poco, ma meglio di niente.
Tornando a "Scoop", ve lo consiglio davvero. In alcuni momenti ieri sera mi son sentito male dal ridere: è catartico, catartico assai ;)
Questa è una gran notizia. Leggeremo volentieri:). E Scoop cerco di andarlo a vedere (ma quanti ne devo recuperare ormai...)
Piano piano si recupera tutto, l'importante è non aver fretta;)
Concordo perfettamente, da instancabile appassionata di Allen, con quanto detto su Scoop e i precedenti da Leon. Con Scoop la caduta di tono alla quale avevamo assistito mi sembra ormai superata e Allen è tornato mordace più che mai. Per continuare con la metafora direi che Scoop è stato per il mio spirito un buon bicchiere di D.o.c. Un solo appunto a quanto detto sopra in merito alla morte: mi sembra che in questo film il trattamento della morte, così come quello della confessione religiosa, sia piuttosto una parodia di quanto avviene esattamente nella società occidentale. Ossia non tanto una rimozione quanto una riduzione fumettistica dell'aldilà, che non è poi così distante da noi sia nel paesaggio che ricalca esattamente il nostro immaginario, sia nel dialogo col regno dei morti i quali non cambiano sembianze e tantomeno abitudini. (Basti pensare a Sid che nel suo viaggio acherontico intrattiene gli astanti con giochi di carte). Questa riproduzione parallela del mondo dei morti come continuazione del mondo dei vivi mi sembra proprio essere quella che ci propone la società oggi sotto la pressione della religione cattolica, una morte quindi che appacifica le nostre angosce dimostrandosi non totalmente distante e distaccata dalla vita ma, anzi, in continuo contatto e scambio con essa. Allen non fa altro che scimmiottare questa rappresentazione moderna e occidentale della morte che ha ormai cancellato qualsiasi possibilità di elaborazione individuale e spirituale del proprio non esserci più, e più che una demistificazione della morte quella di Allen, mi sembra una denuncia. Lo stesso vale per la religione...
Ciao
Concordo anch'io con te Chuvamiuda, sul tema Allen e la morte. Per demistificazione intendevo proprio il suo mettere alla berlina il concetto e l'immmagine che noi occidentali (si, catto-indotti, e non solo) abbiamo della morte. E ti ringrazio in particolare di aver colto nel segno sul problema dell'elaborazione individuale/spirituale (quello che, più in generale, preme di più anche a me). é verò, non c'è più, non siamo più abituati, né tantomeno educati a farlo. Mi dispiace se non ho approfondito del tutto il discorso, ma era assolutamente in linea col tuo.