“Anything Else” è una sorpresa: dimentichiamo il Woody Allen appannato degli ultimi tempi, massacrato dalle campagne stampa della cronaca rosa e intorpidito da una produzione artigianale non immune da ripetizioni e variazioni sul suo pattern: stavolta si deve prendere atto che questo film, apparso nelle sale quasi come un outsider, ha qualità e meriti che, pur non restituendo il ricordo del miglior Allen, conquistano un sincero apprezzamento.
Per prima cosa, “Anything Else” è una commedia dal retrogusto amarissimo e dalle molteplici e fascinose tematiche: dal rapporto maestro-allievo al tradimento, dall’amore idealizzato all’amore sensuale, dall’ebraismo alla psicanalisi (al solito), dal decisionismo alla volontaria interdizione all’azione.
Sotto una superficie di puro intrattenimento, ribolle il magma di una mente viva e costantemente sofferente. Si sente, si avverte, si percepisce infine con crescente chiarezza: e l’interpretazione di Woody è di una umanità perfino commovente, a rileggerla a mente fredda. Si esce dalla sala con un bel sorriso disegnato sul volto: e non solo per via dell’intelligenza della pellicola e per la dolcezza profonda della storia, ma per la nitida sensazione d’aver assistito a un’opera ben congegnata, splendidamente calibrata, narrata con intelligenza e grande sensibilità, risolta con classe.
E dire che il casting lasciava perplessi: il giovane Jason Biggs, noto a certo pubblico per la saga demenziale “American Pie”, si rivela invece attore interessante e piuttosto promettente; semplicemente superba Christina Ricci, attrice che sta dimostrando un’evoluzione artistica impressionante e sa esprimere una sensualità e una femminilità semplicemente irresistibili.
Prima di entrare nel merito della storia raccontata, il consiglio di chi scrive è di correre in sala e godersi un’oretta e mezza di cinema di classe: stavolta vale davvero la pena, non ricordavo Allen così ispirato dai tempi di “Harry a pezzi” (e sto ancora ridendo per la trovata dell’incontro col demonio-Crystal, e per l’invenzione del girone infernale dedicato ai critici letterari: splendido).
Inutile ribadire che il genietto statunitense non si libera dai suoi cliché, come già vagamente accennato poco fa: ma esternati con un’intelligenza e una profondità che risultano semplicemente straripanti. Adorabile, ecco.
La trama.
New York. Il giovane e talentuoso scrittore ebreo Jerry Falk (Jason Biggs), una fallimentare esperienza matrimoniale alle spalle e una deliziosa confusione esistenziale nel presente, incontra il vecchio David Dobel (Woody Allen), suo splendido, cinico e paranoide alter ego. David prende il ragazzo sotto la sua ala protettiva: s’accorge delle irregolarità e dei disordini della sua vita, dell’assurdità della sua relazione sentimentale con la fascinosissima e splendidamente contrastata Amanda (Christina Ricci) e della precarietà della sua collaborazione con l’astuto manager Harvey (Danny DeVito) e cerca di guidarlo e sostenerlo.
David è nevrastenico e disincantato: ammirato dalle qualità di Jerry, spontaneamente si dedica alla sua causa, trasmettendogli come può ogni sua esperienza e regalandogli frammenti della sua preziosa conoscenza; non accetta che un giovane così intelligente e vivo possa intossicarsi e spegnersi in una relazione spenta che lo vede vittima delle lune e della (adorabile) prepotenza della sua compagna, non sopporta l’idea che possa contemporaneamente essere manovrato e manipolato da un manager mediocre, dalla dialettica arrabattata e dalle infime potenzialità.
Forse David rivede e ritrova se stesso in quel ragazzo, intellettuale ed ebreo come lui, vittima e preda degli psicanalisti e dell’eterno femminino come lui, costretto a scrivere battute per umoristi e cabarettisti tradendo le sue ambizioni letterarie come lui. È il figlio che non ha mai avuto: oppure, è l’opportunità di sostenere “un altro sé” con i trenta anni di esperienza di vita in più acquisiti. Un rapporto bellissimo, fatto di interminabili conversazioni nel parco e di deliziosa confidenza e di autentici sentimenti paterni: Allen si supera e riesce a umanizzare il suo personaggio con tic, manie, vezzi, ossessioni e un’empatia che risulta geniale e straordinaria.
Jerry è intelligente e sensibile: e innamorato di una ragazza che non appartiene ad altri che a se stessa. Amanda è sregolata, caotica e mai lineare: è d’una bellezza sconfortante e d’una sensualità incandescente, ma precipita nelle sue stesse insicurezze e sfalda il rapporto.
Jerry è un sognatore che per amore cede ai capricci e ai disordini della sua convivente: tollera la presenza in casa di sua madre, tollera sei mesi d’astinenza sessuale, tollera perfino il tradimento: perché, come gli insegna un tassista, la vita è così, come anything else. Inutile bruciarsi il fegato. Ma David tiene troppo al suo talento e alla sua intelligenza per vederlo annientato dalla volontà di altri: e s’impegnerà allo spasimo, con dedizione commovente, per direzionarlo e correggerlo e spingerlo ad assumersi le proprie responsabilità e a rifiutare di cedere a volontà più intense.
Per evitare che commetta i suoi stessi errori; e perché viva un’altra vita.
(California dreaming….)
Appunti.
La vita sa essere deludente e frustrante: grandi amori costretti a trasformarsi in grandi passioni, sentimenti e sogni ridotti in cenere dalla prosaicità dell’esistenza, slanci e parole cancellati da tradimenti e menzogne. Però, per chi sogna e per chi ama, e per chi sa avere pietà per se stesso può esistere salvezza: l’esperienza di chi ha già vissuto il tuo torpore e la tua incertezza va sostenendoti e correggendoti, perché non è giusto che chi è vivo e diverso sprofondi e si perda sempre. Che sia annientato, ecco: “Anything Else” è un film che contribuisce a riappacificare chi, da intellettuale, troppo soffre con e per l’esistenza: regala sorrisi e speranze, e illude che la diversità sia un dono, e non una condanna o una maledizione.
Da vedere.
Lankelot Franchi, ottobre del 2003. Prima pubb: Lankelot.com
Regia: Woody Allen. Soggetto e Sceneggiatura: Woody Allen. Direttore della fotografia: Darius Khondji. Montaggio: Alisa Lepselter. Interpreti principali: Woody Allen, Jason Biggs, Danny DeVito, Jimmy Fallon, Christina Ricci, Diana Krall Produzione: Letty Aronson, Stephen Tenembaum, Jack Rollins. Origine: Usa, 2003. Durata: 108 minuti. Info Internet: sito ufficiale.
Commenti
Un Allen particolare, che non m'ha convinto del tutto e che dovrei rivedere per farmi un'idea più precisa. é uno dei pochissimi che non ho visto al cinema.
Io proprio in sala. E ti dico, mi sono divertito sul serio (a me manca proprio in seconda visione domestica, ma conto di rimediare).
Fammi sapere come va la tua seconda visione.
Si, si lo devo assolutamente rivedere. lo ricordo poco: molti Allen li ho apprezzati maggiormente alla seconda visione.
2 anni e rotti dopo, l'ho ricomprato in dvd. E a breve mi confronterò col me stesso dell'ottobre 2003:)
Carino, geniale la scena in cui ritrova la vista e il primo ciak del fill che dirige da cieco. Frà, come mai ricomprato?
(gliel'ho ordinato io;). Come contraltare a "I guerrieri della notte", altro acquisto).
(no, non ricomprato. Ha detto che l'aveva visto solo al cinema;) )
Oddio, si, non so perchè mi sono confuso con "Hollywood ending".. dramma distrazione
6 - Se non ricordo male,?I guerrieri della notte? è un vecchio pallino del Frà...:)
Bravo Jena. Questo è l'unico film visto al cinema che mi abbia mai fatto ridere :)
8. Assolutamente, e Jena (cfr. anche commento 9 ) un po' ci soffre, perché ha capito che giudico 1997 secondo ai Guerrieri:)