Gonzàlez Inàrritu Alejandro

Babel

Autore: 
Gonzàlez Inàrritu Alejandro

Dopo essersi imposto all’attenzione internazionale con Amores perros, il regista messicano Alejandro Gonzàlez Inàrritu ebbe l’opportunità di lavorare con star hollywoodiane del calibro di Sean Penn, Naomi Watts e Benicio Del Toro, dando cosi vita a 21 grammi, suo secondo lungometraggio. La crescita d’attenzione degli addetti ai lavori fu progressiva ed esponenziale, allorché il cinema di Inàrritu mostrò a tutti dei tratti distintivi ben visibili: un montaggio alternato tra passato e presente che non è estraneo all’uso del flashback e del flashforward, una sceneggiatura, sempre affidata ad Arriaga, che valorizza la scelta dello sbalzo narrativo. I temi forza di Amores Perros e 21 Grammi, l’intreccio tra umani destini, il caso, e il dolore, non sono estranei nemmeno a questo suo ultimo lungometraggio, premiato a Cannes per la regia. Babel, difatti, è un’opera che chiude compiutamente una sorta di “trilogia del destino” (o del caso, se non credete al destino), intrecciando tre storie vissute in contemporanea, agli antipodi geografici l’una dall’altra.

 
Marocco, giorni nostri. Due bambini si ritrovano in mano un fucile, avuto dal padre per scacciare gli sciacalli dal gregge di pecore; cominciano a sparare, per testare la distanza massima raggiungibile dai proiettili. Il più piccolo è più preciso e sicuro del più grande, l’arma diventa un gioco, una possibilità per misurarsi in abilità. Il più piccolo punta in lontananza, verso un autobus che trasporta stranieri, tutti americani, o quasi: il colpo esplode, l’autobus si ferma. Qualcuno è stato colpito. Una coppia di turisti americani (Brad Pitt e Cate Blanchett), in crisi per la perdita prematura di uno dei tre figli, è proprio li, in cerca di sé, sull’autobus in cui il colpo arriva: la donna resta colpita. Ecco che, il caso o il destino, entra in gioco, dando vita ad un intreccio di vite ed esistenze lontane, alcune delle quali senza possibilità d’incontro. Negli Stati Uniti, i due figli della coppia, sono affidati, per la breve vacanza dei genitori, alla loro domestica messicana. Il grave stato delle condizioni della donna ferita, sperduta in un villaggio del Marocco, senza aiuti e senza medici (ha a disposizione solo un veterinario), fa si che la coppia non possa rientrar per tempo dalla vacanza tramutatasi in tragedia. Ciò crea un problema non da poco alla domestica messicana, la quale, il giorno successivo, deve superare il confine, tornando in patria, per intervenire al matrimonio del figlio. Non volendo rinunciarvi, e tenendo all’oscuro i genitori consumati dal loro dramma, decide di portare i bimbi in Messico con sé. La donna e i bambini salgono sulla macchina del giovane Santiago (Gael Garcìa Bernal), parente prossimo del neo sposo, ed arrivano per tempo alle nozze, incontrando un’atmosfera di musica e di festa quanto mai stridente con ciò che avviene in terra marocchina. Le conseguenze del destino, comunque, arrivano fino in Giappone, laddove un’adolescente sordomuta, figlia d’un ricco industriale, è vittima di un trauma profondo, derivante dal suicidio della madre. Il legame tra il fucile che ha sparato in Marocco e il dramma interiore della giovane sordomuta sembrerebbe ancor più flebile di quello che vive tra gli accadimenti che avvengono tra Messico e Stati Uniti: il fucile che ha sparato nell’arido deserto fu donato dal padre della ragazza giapponese ad un pastore marocchino, come ringraziamento per l’organizzazione di una battuta di caccia. Le storie volgono verso il dramma più cupo, toccano quasi l’apice della sofferenza legata all’insensato - ma c’è sempre da interrogarsi se sia il caso o il destino il vero protagonista, anche se, per molti, sono concetti dall’identico significato –, infine evitando che le “forze immateriali” messe in moto siano distratte e crudeli fino in fondo.
 
 
È interessante registrare la continua crescita di un regista di talento come Inàrritu che, nella fattispecie, con Babel fa un salto di qualità rispetto alle pellicole precedenti, sia dal punto di vista della congruenza (e, quindi, dell’efficacia) narrativa che della padronanza del mezzo tecnico. Vi è una compattezza diversa rispetto al pur interessante 21 grammi, grazie alla sceneggiatura di Arriaga (qui al suo meglio) e ad una regia meno ricca di visività, ma più attenta alla direzione degli attori. Attori tutti in parte, da i più noti Pitt e Blanchett, all’espressivo Bernal, alla talentuosa modella giapponese  Rinko Kikuchi (vera scoperta del film: notevole la sua interpretazione di un personaggio complesso e doloroso), fino alla prova dei bambini, il piccolo “cecchino” in particolare. È un cinema che filma il dolore del nostro tempo, sovente insensato e figlio delle innumerevoli contraddizioni del mondo globale. Le forze dell’ordine, sia quelle sul confine tra Messico e Stati Uniti, sia quelle marocchine, sono dipinte come insensibili e preda delle nevrosi collettive, li dove lo spettro del clandestino o del terrorista è capace di far sragionare chiunque, pur se addestrato e preparato al peggio. Ma non c’è manierismo o eccessivo manicheismo, i personaggi di Inàrritu sono credibili proprio perché protagonisti dello psicodramma che vive il mondo contemporaneo, preda di angosce esistenziali anche laddove il dolore dovrebbe sollecitare una maggiore presa di coscienza dei diritti e della dignità dell’essere umano. Oltre ai volti, cercati dal regista con intensi primi piani, protagonisti sono gli scenari, desolati e desolanti (che sia un deserto o una megalopoli nipponica), pur sembrando lontani e inaccessibili: gli spazi dominano, insieme ai silenzi, fortemente comunicativi, quanto se non più delle parole. La scelta di sottotitolare quasi tutta la pellicola, poi, non stona e non stanca lo spettatore, che pur nella rarefazione del cinema proposto, facendosi anche carico della lunga durata, segue rapito le vicende dei personaggi, intuendo da subito, inconsciamente, che l’epilogo delle storie è meno rilevante della loro valenza simbolica.
 
Babel, film con un titolo dall'evidente riferimento biblico, pur prestandosi a critiche sul messaggio furbo e compiaciuto che potrebbe sottendere, è un’opera importante e di indiscutibile qualità che definisce in modo chiaro ed inequivocabile la personale poetica cinematografica di Inàrritu, saldamente inquadrata in uno stile che non lascia alcun dubbio sul talento autoriale di un regista che, a mio personale parere, può ancora crescere, sempre regalandoci pellicole che col grigiore dell’odierno cinema non hanno nulla a che spartire.
 
Regia: Alejandro Gonzàlez Inàrritu. Soggetto e sceneggiatura: Guillermo Arriaga. Direttore della fotografia: Rodrigo Prieto. Costumi: Michael Wilkinson. Scenografia: Brigitte Broch. Montaggio: Stephen Mirrione, Douglas Crise. Interpreti principali: Brad Pitt, Cate Blanchett, Gael Garcìa Bernal, Adriana Barraza, Elle Fanning, Rinko Kikuchi, Koji Kakusho. Musica originale: Gustavo Santaolalla. Produzione: Steve Golin, Jon Kilik. Origine: Usa, 2006. Durata: 142 minuti.
 
Léon, novembre 2006.
 


ISBN/EAN: 
8032807018454

Commenti

Integro: l'archivio ci sostiene;)
http://www.lankelot.eu/?p=25

"Babel, difatti, è un?opera che chiude compiutamente una sorta di ?trilogia del destino? (o del caso, se non credete al destino), intrecciando tre storie vissute in contemporanea, agli antipodi geografici l?una dall?altra". > è una sorta di trilogia - quindi: una tua interpretazione - oppure era nelle intenzioni di AGI?

No, è una mia deduzione, supportata dalle visioni, credo.

"Ma non c?è manierismo o eccessivo manicheismo, i personaggi di Inàrritu sono credibili, proprio perché protagonisti dello psicodramma che vive il mondo contemporaneo, preda di angosce esistenziali anche laddove il dolore dovrebbe sollecitare una maggiore presa di conoscenza dei diritti e della dignità dell?essere umano" > è parecchio migliorato, leggo. Annoto con curiosità. Danke!

Migliorato, si. Decisamente. Questo è un film dall'ampio respiro, pur lasciandomi qualche residuo dubbio sul senso di compiacimento della visione globale di Inàrritu, ma potrei sbagliarmi. In ogni caso, le sue tre opere sono andate in crescendo. E questo mi fa ben sperare per il futuro.

Nel passo che hai citato al punto 4, Franco, ho corretto una parola, un mio lapsus nello scrivere: è "presa di coscienza", ovviamente. Non di conoscenza.

Lo passo felicemente a "cinema messicano": meno uno agli yankee

La chiave di lettura principale ? a mio avviso ? è l?analisi del regista dell?incomunicabilità umana, della difficoltà che gli uomini hanno nel comunicare con i propri simili guardata a 360°, sviscerata in tutti i suoi aspetti. Inarritu è bravissimo a realizzare rapidi cambi di scenario e di ritmo, una sorta di passaggi veloci dal buio alla luce e viceversa, delle alternanze chiaroscurali che ricordano la musica di Mozart.

A me è sembrato una pizza clamorosa.
Con personaggi che non vanno al di là degli stereotipi, degni di una visione da cinema americano, altro che messicano.
Fede: scrivi che il montaggio alternato di Inarritu è estraneo all'uso dei flashback. In che senso? Avrò frainteso, ma io ne ho visti molti.

9 - se l'ho scritto - dovrei rivedere il film - immagino che mi sia saltato all'occhio, Patrick:) Io ricordo, facendo un sforzo di memoria, un montaggio che sovrappone spesso presente e fututo, ma non attraverso il flashback. Potrei pure sbagliarmi, ma se l'ho scritto, credo che ne fossi più che convinto. Ripeto, dovrei rivederlo.

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