We don't need no thought control.
Solitudine all’ennesima potenza, come deflagrazione di follia e nichilismo soffocante.
Dark e darkness on the edge of mind, oppure semplicemente uno sbriciolamento d'un esistere decrepito e corroso dalla follia lisergica e da un pessimismo disagiato e inquietante.
Film.
Musica.
Poesia (o tentativo di. Sviscerando paura, ossessione, paranoia).
Maestoso, a suo modo, tentativo di opera totale di wagneriana memoria, ambizioso e sostanzialmente riuscito se non altro negli obiettivi portanti che si prefiggeva, The wall é il delirio onirico-paranoico made in Rogers Waters, mente ormai impossessatasi in toto del percorso musicale dei Pink Floyd.
Emblematicamente intitolato "Il muro", vede la luce nel 1982, a tre anni di distanza dall'uscita del famoso e vendutissimo omonimo disco.
Progetto totale e complesso, anche di difficile impatto e scarsamente propenso ad approcci di tipo empatico, ma più che altro da vedere ed ascoltare come un pugno dello stomaco per trarne.
Pensieri, sentimenti, riflessioni.
Possibilmente senza filtri di sorta, al fine di ingurgitare e digerire questa pellicola pensata e girata come uno flusso di coscienza cerebrale ma non cervellotico, senza mediazioni di sorta al fine di coinvolgere ad ogni costo lo spettatore ignaro, anche se con un certo compiacimento ad aggredire l’occhio ed a stordire l’orecchio
A suo modo, questo film, incarna appunto quello che cento anni si cercò di teorizzare come opera totale, una perfetta fusione fra parole, suoni ed immagini, da risultare quasi casuale tanto è perfetto in ogni singolo fotogramma, ogni singolo verso, ogni singola nota.
La storia è drammatica e semplice: Pink, il protagonista, è un rock-star complessata che nella sua incapacità di dare e ricevere amore fin dall'infanzia senza padre e con una madre tronfiamente soffocante (il pezzo "Mother", splendida ballata acustica, ravvivata dal solito assolo limpido ed "epico" di David Gilmour è un testo che avrebbe fatto sollazzare Freud ed i suoi epigoni), erige mattone dopo mattone il suo muro verso l'esterno, fino a diventare agli occhi degli altri un perfetto altro da sé stesso, un 'icona spiazzante e feroce che si prende gioco della folla adorante fino a trascinare ogni suo centimetro di vita nei malvagi e avidi meandri della follia.
Certo un film (o pellicola) forse eccessivamente io-dipendente, forse eccessivamente autoreferenziale, probabilmente un non-film data la sua connaturata tipicità over and extra.
Ma le soluzioni tecniche e gli artifici utilizzati al fine di materializzare il male oscuro di bertiana memoria e la lacerante autodisintegrazione di un'artista in balìa del proprio arrembante subconscio non rappresenta solo una mera edonistica proiezione del proprio pan-pensiero di una star della musica in preda a delirio di onnipotenza o schiavizzato da ancestrali incubi personali.
Qui si ha a long trip costruito come un lungo videoclip, con una regia d'autore, quella di Alan Parker, regista di quelli troppo presto dimenticati, ma capace di proporsi all'attenzione del pubblico con un cinema variegato nei temi e nelle ambientazioni, con risultati non sempre memorabili o degni della piena sufficienza ed ammirazione ma che tuttavia ha proposto opere che anche se non in antitesi ma pienamente innervate in una nicchia del mainstream cinematografico, sono capaci di estraniarsi dal già-detto o dal moralistico-banale. Parlo di film quali ad esempio "Birdy. Le ali della libertà”, "Mississipi burning. Le radici dell'odio", "The commitments", "Angel heart", "Fuga di mezzanotte", spesso permeati di inquietudine sotterenea o fisicamente ridondante, con risvolti tra il noir e la denuncia socio-politica.
E infatti le soluzioni sopra richiamate dal punto di vista registico lasciano sorpresi e davvero rappresentano un'eccezionale novità, un succoso e pastoso anticipo dei tempi per una delle maggiori novità in campo musicale che segnano la storia del rock in senso lato a partire proprio dall'inizio degli anni ottanta: il clip, ovvero la presentazione in immagini di un brano musicale.
Protagonista unico e indiscusso è Bob Geldof (sì, proprio lui) che come attore assomiglia proprio a quando fa il cantante. In pratica ci si dimentica facilmente di ogni sua possibile presenza significativa..
Ma sono le immagini così profondamente violente, inframezzate dalle animazioni di quel genietto di Gerad Scarfe, quasi un Munch (1) irriverente e postmoderno nel disegnare magistralmente le musiche e le parole di Waters a rendere la proiezione un must di ogni appassionato di musica o di cinematografia, dove la sadica e sprezzante visione del mondo è espressionisticamente resa da fotogrammi scuri e strazianti, nervosi e stridenti, dove la società per intero è un tritacarne che annienta le personalità di ciascuno di noi a partire dall'adolescenza, dove le costrizioni sociali sono il principale artefice di quei muri di incomunicabilità che drammaticamente segnano alcune esistenze.
Allucinato, scabroso, nudo e crudo, sgargiante nelle sue aspre tonalità, vibrante nelle sue isterie, perfetto necrologio del perbenismo (we don't need no education/ we don't need no thought control), del rassicurante, dell'ovvio, celebrazione della nevrosi artistica ed esistenziale, The wall a suo modo è una parabola importante ed artisticamente ammaliante delle capacità introspettive e distruttive del rock e del mondo dello spettacolo in generale, trovando linfa di significatività estetica e profetica nel cupo animo del suo ideatore maximo Roger Waters, animo inacidito dall'uso e abuso delle droghe più pesanti, visionario, in sostanza uomo senza amore, incapace ad amare e per questo destinato a rinchiudersi nelle sue ossessioni senza che mai un raggio di sole filtri ad illuminare la sua anima racchiusa nel proprio buio.
Dunque il film rappresenta episodio meritevole, ma non può essere slegato assolutamente dalla sostanza di cui è impregnato, cioè la musica: e The Wall, musicalmente rappresenta l'apice e nel contempo l'inizio della caduta di un gruppo, i Pink Floyd, che hanno rappresentato senza discussioni un genere a sé stante di devastante impatto e di sicura memoria.
In THE WALL (1979), concept album (album legato ad una storia, progetto così in voga negli anni settanta e punto fermo del cosiddetto progressive rock) le musicalità aspre, vibranti, ricche di tensioni, scaturiscono da un meticoloso impasto fra sonorità extra e improvvise decelerazioni e accelerazioni assolutamente floydiane, irripetibili nella loro unicità, e incontrano senza stridori il pop e il rock più da classifica, dando vita ad un sound sui generis, assurgendo a logico sbocco della strada complessa intrapresa dai musicisti inglesi con Dark side of the moon, Wish were here, The animals, decretando ancor di più il successo planetario della band.
Episodio dunque importante nella discografia floydiana, non il più bello per lo scrivente.
Inutile ricordare che Another brick in the wall, pezzo catartico e leit motiv del doppio album, è stato uno dei singoli più venduti, cantati e ballati nella storia della musica ed ha addirittura rappresentato l'entrata dei Pink Floyd nel mondo delle discoteche, fatto impensabile per un gruppo di successo ma sicuramente avulso da certe logiche prettamente commerciali e comunque estraneo a certi circuiti del mercato della musica.
Mi pare fuori luogo addentrarsi in una toponomastica ragionata dei brani e dei testi che compongono quest'opera che vide la luce quando la generazione d'oro della musica inglese e americana aveva dato o stava finendo di dare il meglio, mentre nuove sonorità e nuove tendenze si facevano maestosamente strada, basti pensare che attorno alla data di uscita di questo disco avevano da poco esordito, esordivano o stavano per esordire mostri sacri, movimenti come il dark si erano affacciati e vulgati con i Cure, avevano cominciato a proporsi alla ribalta mondiale gruppi come gli U2 mentre finivano o stavano per finire esperienze importanti quali quelle dei Genesis e dei Led Zeppelin e il punk iniziava lentamente a sbriciolarsi per implosione, disintegrato dalle sue stesse intime contraddizioni e velleità pseudo anarchiche, avvinghiato ed ammorbidito dal mercato discografico fagocitatore a fini commerciali di ogni singulto di originalità o breaktrough.
In ogni caso, discograficamente, The wall rappresenta anche l'inizio della fine del progetto musicale floydiano. Nel 1983 con The final cut il gruppo darà addio ai palcoscenici, salvo poi ritorni sporadici sempre più malinconici che purtroppo si son protratti fino ai nostri anni con una formazione orfana del suo padre padrone, appunto l'egotico, onniscente, delirante Roger Waters.
Ricordo solo velocemente le tonalità cupe e lancinanti di Hey you, il maestoso incedere della straziante Confortably numb, il silenzio ed il rumore improvviso e nevrotico di One of my turns, il lirismo di Nobody home , la pazza giostra di suoni e rumore di In the flesh.
Il film pertanto, nella sua assoluta unicità e particolarità rappresenta il successo di un discorso artistico importante, con tocchi ed estri di gran classe, con un risultato finale completo, che lo fanno preferire a tentativi analoghi intrapresi da altri gruppi coevi ai Pink Floyd, rappresentando la testimonianza di un'esperienza che a suo modo ha segnato diverse generazioni di giovani che hanno a loro modo dovuto combattere, vincendo o perdendo, il proprio muro.
E che ancora combattono. E non sempre vincono.
We don't need no thought control.
NOTA
Apparsa in forma più scarna in Ciao.it il 30 aprile 2006
(1) Il richiamo al famoso e epocale Urlo o Grido del pittore Eduard Munch è evidente già dalla locandina del film riportata ad inizio testo. Pur non addentrandomi in analisi stilistico-figurative, il tratteggio, il rigoglìo di alcuni particolari, l'uso dei colori mi appaiono, così come si vede, abbastanza visibili
Commenti
peccato che nel dvd non sia sottotitolato mannaggia. grande Baol!
"We don?t need no tought control". > amice, direi THOUGHT
"Dark e darkness on the edge of mind, oppure semplicemente uno sbriciolamento d?un esistere decrepito e corroso dalla follia lisergica e da un pessimismo disagiato e inquietante.
Film.
Musica.
Poesia (o tentativo di. Sviscerando paura, ossessione, paranoia)."
Questo è un incipit della madonna.
"A suo modo, questo film, incarna appunto quello che cento anni si cercò di teorizzare come opera totale, una perfetta fusione fra parole, suoni ed immagini, da risultare quasi casuale tanto è perfetto in ogni singolo fotogramma, ogni singolo verso, ogni singola nota".
Da Wagner a Waters. Mmm. A questo non ci avevo pensato mai. Rielaboro e ne riparleremo, magari altrove. Ma a pelle - e su due piedi - mi sembra una buona intuizione (priva tuttavia dell'elemento fondamentale: la tridimensionalità. Perché altrimenti tutto il cinema, oppure: almeno l'opera rock degli Who, Tommy...)
GIUSTO! Correggo, però mai che mi dicessi che sulla grafica son migliorato :-)
Un botto:) - spetta che avanzo...
"Protagonista unico e indiscusso è Bob Geldof (sì, proprio lui) che come attore assomiglia proprio a quando fa il cantante. In pratica ci si dimentica facilmente di ogni sua possibile presenza significativa." > assolutamente!
"quasi un Munch (1) irriverente e postmoderno nel disegnare magistralmente le musiche e le parole di Waters a rendere la proiezione un must di ogni appassionato di musica o di cinematografia, dove lla sadica e"
Munch > cfr. http://www.lankelot.eu/?p=1205 (e godemose la coincidenza)
ocio al "lla sadica".
"Allucinato, scabroso, nudo e crudo, sgargiante nelle sue aspre tonalità, vibrante nelle sue isterie, perfetto necologio del perbenismo (we don?t need no education/ we don?t need no tought control),"
fico e vero, ma ocio al necologio e al tought ;)
"In ogni caso, discograficamente, The wall rappresenta anche l?inizio della fine del progetto musicale floydiano. Nel 1983 con The final cut il gruppo darà addio ai palcoscenici, salvo poi ritorni sporadici sempre più malinconici che purtroppo si son protratti fino ai nostri anni con una formazione orfana del suo padre padrone, appunto l?egotico, onniscente, delirante Roger Waters." > sacrosanto. E se riascolto Comfortably Numb o Another Brick sento cose che forse ritroverò altrove tra quindici anni. E grazie per questo ricco tributo, che io e la mia ragazza stiamo ascoltando mentre ti leggiamo (e a proposito, l'altra notte ci siamo rivisti e non a caso il Closer di Nichols)