Cosa fareste se vostro figlio di sette anni si vestisse con abiti femminili? Che sia un gioco a mascherarsi? – certo, lo si potrebbe pensare. Ma se un bimbo di sette anni vi dice che si sente bimba, che un domani vuole sposarsi con un maschietto cresciuto, che tutto il suo piccolo universo è colorato di rosa, forse vi preoccupereste. Ed è esattamente ciò che succede ai genitori del piccolo Ludovic, bimbo di sette anni che si sente una bambina, quando il progressivo evolversi della condizione intima-esistenziale del fanciullo non lascia più dubbi. Quando poi, tutto il contesto sociale di riferimento giudica, deride e ostracizza l’intero nucleo famigliare del bimbo – moglie, marito e quattro figli – l’inferno è completo. In più, a peggiorare la già complicata vicenda, c’è l’affetto di Ludovic per il figlio del datore di lavoro di Pierre, padre di famiglia che non si capacita del problema del figlio. Pierre viene licenziato, Ludovic costretto a cambiare scuola e ad andare in analisi, la famiglia a cambiare casa. Il peso che porta con sé il bimbo è grandissimo, tanto da spingersi ad allontanarsi da una famiglia che è in difficoltà e che stenta a comprendere: si trasferisce dalla nonna ex “figlia dei fiori”, l’unica che affronta la sua condizione con la dovuta leggerezza. Ma la famiglia, poi, si riunisce altrove, dove nessuno sa e dove Ludovic può tornare. Quando i problemi sembrano superati si ripresenta una situazione sconveniente, ma il bimbo, oramai deciso a non gravare sulla condizione psichica dei genitori, questa volta non c’entra. Non ha ostentato alcunché. L’inconveniente è frutto di un destino che sembra volersi far beffe di lui. Ludovic, allora, fugge per nascondersi per sempre, o per cercare Pam. Pam, l’eroina televisiva dei suoi sogni: l’annunciatrice d’un mondo fantastico in cui viver libero la sua “condizione naturale”: sentirsi bimba in un corpo di bimbo. I genitori, stavolta, capiscono.

Agrodolce e delicata parabola sul sottilissimo equilibrio che cerca l’identità di genere infantile, La mia vita in rosa è una pellicola che ha l’indubbia capacità di portare ad evidenza un tema importante e sfaccettato con i giusti toni narrativi. A ciò aggiunge un discreto estro visivo che si palesa nei frangenti in cui i pensieri del bimbo costruiscono una dimensione tra il reale e l’onirico. L’eroina Pam che porta Ludovic ad altezza cielo, è lo specchio del punto di vista del bimbo: da lassù i sogni sono possibili, la propria condizione non è più un peso. Alain Berliner, regista belga poco conosciuto a livello internazionale, disegna una favola sull’accettazione della diversità, e lo fa scegliendo un’età complessa e inconsueta, quella della primissima formazione. In effetti, alcune pellicole (Beautiful thing, Fucking Amal, il crudo Boys don’t cry, e ne dimentico certamente altre), sia pur in diverso contesto, indagano l’incertezza dell’identità di genere in una età quale il principio o la compiutezza dell’adolescenza. È inusuale o, a dire il vero, assai più scomoda l’ottica indagatrice di Berliner, perché i bimbi piccoli fanno pensieri ad alta voce. È questo il problema di Ludovic, l’assoluta noncuranza del contesto, delle frasi pronunciate, delle aspirazioni e dei pensieri palesati ad adulti e coetanei: ad alta voce, appunto. Nel mondo surreale di Ludovic, nella sua “vita in rosa”, Dio ha fatto confusione con le X e le Y (geniale la sequenza nel film): un cromosoma è finito nella cappa del camino e si è sostituito ad un altro, basta che Dio si ravveda. Egli è un bimbo fragile, ma fantasioso; quando ascolta i discorsi della sorella con la madre, capisce che un mal di pancia improvviso è sintomo dell’esser donna (le mestruazioni…): si augura vivamente che arrivi anche a lui. Arriva nel momento meno opportuno, ma egli lo grida lo stesso ai quattro venti. A questa età l’inibizione non esiste, trovarsi a doversi limitare é insopportabile per il fanciullo che trova rifugio sempre nel mondo onirico e nella nonna. La figura della nonna hippie è logicamente costruita come contraltare al mondo borghese e apertamente bigotto che circonda la famiglia del bimbo. Un mondo di villette a schiera e feste all’aperto nei week end, dove tutti si giudicano e si conoscono, dove il pettegolezzo la fa da padrone.
I temi di fondo de La mia vita in rosa restano, comunque, l’improvviso doversi relazionare alla diversità, e l’innocenza violata: unica possibilità di fuga la fantasia, e il sogno. C’è da interrogarsi, e c’è da farlo sul serio. Film del genere sono propedeutici ad indagare nella nostra intima sensibilità, a porci la questione della possibile diversità di chi si ama come un’urgenza da non sfuggire. Berliner, oltre a solleticarci con grazia sul tema, ci invita anche, attraverso la pellicola, ad analizzarlo più in profondità: ma chi l’ha detto che si nasce tutti uguali? Con gli stessi gusti. Con la stessa sensibilità. Con lo stesso orientamento alla vita. Chi lo dice che la più pura e intima tensione di un bimbo per un altro dello stesso sesso sia una malattia? Chi stabilisce cosa intimamente sia giusto o sbagliato? Interrogatevi tutti! E datevi risposte sincere.
La scelta del piccolo George Du Fresne per il ruolo di Ludovic è assai azzeccata dal punto di vista dell’immaginario condiviso: volto efebico, lineamenti aggraziati. Davvero somigliante ad una bimba. Tratta da un racconto di Chris Van der Stappen (anche sceneggiatore), La mia vita in rosa è una riuscita fiaba surreale che si meritò anche una candidatura all’Oscar come miglior film straniero. Consentì di conseguenza a Berliner di lavorare nello sfavillante mondo hollywoodiano. E di rovinarsi la carriera. Passion of mind, lungometraggio successivo di un biennio (con la “diva” Demi Moore), è una delle più grosse “boiate” che le sale abbiano ospitato nel recente passato. Al contrario La mia vita in rosa è un film che non deve lasciare indifferenti. Recuperatelo dall’oblio in cui sembra esser caduto.
Regia: Alain Berliner. Soggetto: da un racconto di Chris Van der Stappen. Sceneggiatura: Alain Berliner, Chris Van der Stappen Fotografia: Yves Cape. Montaggio: Sandrine Deegen. Scenografia: Véronique Melery. Costumi: Karen Muller-Serreau. Interpreti principali: George Du Fresne, Michèle La Roque, Jean-Philippe Ecoffey, Juliene Rivière, Hélène Vincent, Laurence Bibot, Jean–François Gallotte, Caroline Baehr, Marie Bunel. Musica: Dominique Dalcan. Produzione: Haute et Court – Freeway films – Wfe – Cab – La Sept Cinéma. Titolo originale: “Ma vie en rose”. Origine: Belgio, 1997. Durata: 89 minuti.
Léon, 29 Giugno 2006.
Commenti
Interessante! Non lo conoscevo... mi hai incuriosito. Vedrò di reperirlo.
L'ho visto questa notte. Mi ha colpito in positivo. Recuperalo, guardalo e poi mi dici.
Farollo.