Jeanne è una donna che si prostituisce. Il suo asservimento al sistema verrà ribaltato quando deciderà di uccidere uno dei suoi clienti. Jeanne Dielman è però un film sul quotidiano spendere il tempo. Al di là della lettura femminista che si può attuare alla pellicola, a chi scrive pare più spontaneo soffermarsi sulla peculiare caratteristica temporale e sul significato che lo spettatore è indotto ad attribuire ad essa. Jeanne Dielman è un film che racconta i rituali quotidiani di una casalinga. Dunque protagonista è la donna, una donna: con un nome, un cognome, un indirizzo specifico. È lei, Jeanne, ma potrebbe essere anche un’altra donna-madre-casalinga-serva. Il personaggio dunque è simbolico ma di una precisa condizione antropologica. Il titolo si riferisce all’indirizzo, quindi rimanda al pacco che nel finale la donna riceve: in quella dicitura c’è la particolare connotazione individuale della protagonista. Il contenuto del pacco può simbolicamente scatenare il finale di violenza/liberazione.

La trama non è schematica, non segue una giornata tipo: il quotidiano si ripete, ancora ed ancora, con le sue variazioni minime, i colpi di scena che non danno alcuno scuotimento né recano sorprese a chi guarda. Eppure la protagonista non sta un attimo ferma, malgrado l’occhio della macchina da presa sia composto e gentile, tutt’altro che feticista come altro tipo di cinema sarebbe capace di essere. Lo sguardo di Chantal Akerman alla regia, un’altra donna, è attento a non invadere uno spazio scenico e di vita così coinvolgente nel suo essere nient’altro che palcoscenico. Ed è proprio il Cinema che rende quello spazio artificiale, non è un set ricostruito né modificato ma nel momento in cui viene filmato si trasforma in qualcosa di altro, che nessun realismo può credibilmente spacciare per autentico. L’emulazione diviene efficace strumento di riproposta del reale, partendo da un principio inviolato in tutto il film: non soffocare il fascino dello svolgersi del tempo nei fatti. Il montaggio seleziona e ricostruisce un puzzle in nome dell’armonia delle immagini e dei suoni, ignorando il desiderio di raccontare qualcosa di sorprendente. Le immagini sono linde e scevre di elementi che potrebbero distrarci dalla protagonista, vengono messi in risalto gli istanti secondari della giornata, ciò che di solito in un film verrebbe ignorato: Jeanne si lava, accende la stufa, mette la tovaglia, prende l’ascensore. Azioni comuni a chiunque, oggi. Eppure vederlo fare sullo schermo infonde un senso di meraviglia, quasi di novità. Perché? Non perché chi guarda non lo abbia mai fatto. Forse perché non siamo abituati a vedere queste cose in un film o più semplicemente, quando le vediamo, non conferiamo loro nessuna utilità. Ecco: l’utilità. Ma qualcosa per essere bello dev’essere utile? Che praticità ha una cosa bella? L’arte sa superarsi, spesso: non solo sa essere non-utile ma qualche volta riesce anche ad eludere il bello. Il che la rende estremamente più interessante.
Il tempo e il suo riempire lo spazio. Le immagini del film sono tutte frontali: come se noi fossimo lì, sulla sedia a guardare in silenzio. E in effetti lo siamo, benché al di qua dello schermo. Si susseguono le stesse stanze e le stesse inquadrature, per renderci più familiare l’ambientazione e per aumentare la confidenza con i colori, le linee, la profondità. È un film davvero molto pittorico, nella sua semplicità delle composizioni, la omogenea illuminazione dei volumi e della messa a fuoco. La grammatica del film si risolve in una ferrea sintassi che ripropone con schemi fissi la scelta delle immagini, che da un lato sono oggettivamente statiche, quasi stessimo sfogliando un album di foto tutte simili fra loro, eppure lei, Jeanne, non fa che attraversare l’inquadratura, modificarla, plasmarla quasi, nel suo ricomporre gli oggetti quotidiani, renderli utili, dunque utilizzarli per poi riporli dopo la loro funzione: gli oggetti attendono, anch’essi. Il pettine, la spazzola, la lacca: attendono per varie inquadrature mentre la donna si occupa di un altro particolare nella scena, poi svolgono il loro ruolo e nuovamente vengono messi da parte. Nella sua durata il film non si svolge nella stessa stanza, naturalmente Jeanne esce di casa, sia di giorno che di notte, si reca alle poste, al caffè, al supermercato. Ed è sempre lei e il suo tempo che ci avvolge. Passa con lei, senza darci l’idea di accelerazioni o rallentamenti (malgrado le differenti durate delle sequenze) lei secondo dopo secondo muta lentamente, invecchia, evidentemente, ed è questo. Vedere come il nostro tempo se ne va, come una vita si spende perché è così che deve essere, senza accorgercene ci avviciniamo alla morte. E tutto, a ripensarci, è importante. Anche ciò che poi viene dimenticato, tutto quello che abbiamo vissuto, c’è stato e non perché non ci appaga raccontarlo, non per questo non è valso viverlo. Certo, lo dimenticheremo. Eppure è anche questo ciò che siamo.

Jeanne si prostituisce. Ma non è importante. Sì, c’è anche questo nella sua vita ed è certamente una peculiarità che incide sul suo modus vivendi. Eppure. Eppure lo sguardo si sofferma al momento in cui arriva il cliente e a quando questi va via. Tutto il resto lo sappiamo già. Lo ricorderemo.
Una delle scene più curiosamente interessanti dura solo pochi secondi, è quella in cui Jeanne va in cucina ma poi si arresta: si è dimenticata di spegnere la luce del bagno. Quindi torna indietro e poi va in cucina. In questo breve segmento c’è il senso di tutto il film: ciò che di più naturale possa accaderci, cioè una dimenticanza, messa in risalto in un’opera d’arte. L’importanza della memoria umana e più ancora del pensiero umano che il cinema rende visibile con una semplice trovata: non sentiamo il flusso di pensieri nella testa della protagonista, nessuno ce li riferisce, ma li leggiamo semplicemente dalle conseguenze che essi hanno sulle azioni del personaggio, la dimenticanza cui segue il repentino ricordarsi, questo reca un cambiamento di rotta nel totale gesto del quotidiano: un cambiamento minimo, talmente impercettibile che nel film avviene in pochi secondi e soprattutto lievissima è l’alterazione che reca allo svolgersi della scena.

Il rallentamento però avviene: la donna torna indietro, il film ci mostra di nuovo il bagno, le immagini si alternano eppure questo invisibile fenomeno ha una sua influenza, una sua collocazione all’interno della storia e soprattutto della vita della donna. Il ripensamento è talvolta quanto di meno interessante possa esserci, se non dà frutto ad eventi memorabili. E allora questa follia, questo elogio della pochezza, del non visto, del poco interessante diviene metaforicamente elogio della negazione: il non utile, nuovamente, il non-memorabile, il non-interessante, il non-visibile e finalmente, il non-affascinante. Chantal Akerman sa affascinare misteriosamente con uno specchio deformante della realtà, e di ciò che l’inconscio può memorizzare. Il realismo diviene così quasi surreale in una fusione di impagabile maestria, dove non è il senso che viene cancellato. La focalizzazione diviene estrema, l’attenzione per il particolare è talmente accurata che non collima più col totale: divengono la stessa cosa. Non serve uno zoom per avvicinarci ad un particolare individuale (questo strumento tecnico infatti non è mai utilizzato nel film): è come restare davanti ad un paesaggio in continuo, dolce, movimento e passare i minuti ad osservarne i cambiamenti. Solo che questo paesaggio è uno specchio, una sorta di ritratto filmato in differita in cui poter riguardarsi non mentre si vive, ma rivedere il nostro vissuto, appena impercettibilmente registrato in una parte non considerata importante del nostro bagaglio mnemonico.
Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles fotografa ciò che abbiamo scordato d’essere, con una qualità figurativa che crediamo sprecata: è la nostra foto più bella, più autentica, quella in cui davvero la nostra essenza è stata colta, in una genuinità fuori dal tempo. La nostra immagine più rappresentativa che però noi, tutti, abbiamo preferito dimenticare.
Regia: Chantal Akerman
Soggetto e Sceneggiatura: C. Akerman.
Montaggio: Patrizia Canino.
Interpreti: Delphin Seyring, Jan Decorte, Henri Stork, Jacques Doniol-Valcroze, Yves Bical
Produzione: Evelyn Paul, Corinne Jénart
Origine: Francia/Belgio, 1976
Durata: 195 minuti.
Commenti
Ecco il mio contributo.
Olè Hammer!
Un piccolo omaggio all'inutilità dell'arte :)
“Ecco: l'utilità . Ma qualcosa per essere bello dev'essere utile? Che praticità ha una cosa bella? L'arte sa superarsi, spesso: non solo sa essere non-utile ma qualche volta riesce anche ad eludere il bello. Il che la rende estremamente più interessante.”
> Eh…
” La grammatica del film si risolve in una ferrea sintassi che ripropone con schemi fissi la scelta delle immagini, che da un lato sono oggettivamente statiche, quasi stessimo sfogliando un album di foto tutte simili fra loro, eppure lei, Jeanne, non fa che attraversare l'inquadratura, modificarla, plasmarla quasi, nel suo ricomporre gli oggetti quotidiani, renderli utili, dunque utilizzarli per poi riporli dopo la loro funzione: gli oggetti attendono, anch'essi.”
> hammer, come hai scoperto questo film?
Ave! Lo conoscevo dai tempi del dams, sgamato fra le pagine di storia del cinema. Son riuscito a recuperarlo solo da poco, in lingua originale. Ma tanto dicono tre frasi in tre ore e mezza, quindi... :)
Film curioso, no?
decisamente. Sembrerebbe prodromico dei Dardenne, per minimalismo ed essenzialità . Il Belgio purtroppo non vanta un'adeguata visibilità mediatica, è difficile ricostruire i rapporti e i legami tra i suoi artisti. I miei modesti mezzi mi suggeriscono un pensiero del genere... toppo?
Hai ragione. Almeno per noi che non compriamo riviste specializzate, magari abbonandosi a mensili costosissimi potremmo farci un'idea di come va l'arte laggiù. Io preferisco internet :)
quoto:)
(aggiungo che putroppo però in internet un film del genere viene bollato come "cinema gay" e questo solo perché l'autrice disse di essere lesbica... e i siti gay che si occupano di cinema sono i primi a inserirlo in questa ettichetta. è una delle pecche del web, diciamo. io lo conoscevo e l'ho visto come palese film sperimentale. mah)