Nella Cidade de Deus è impossibile vivere.
Nella Cidade de Deus è difficile sopravvivere.
Nella Cidade de Deus la morte può coglierti ad ogni passo, si nasconde ovunque: nella polizia corrotta, nei banditi fuorilegge, nei bambini armati di pistola che ti guardano con gli occhi carichi di odio.
In questa Città di Dio, ma dimenticata da Dio, è impossibile intraprendere una strada che non sia lastricata di furti, droga e violenza.
Buscapè, voice over introdotta sin dai primi fotogrammi della pellicola, è dapprima un bambino, poi un ragazzo che ci accompagna lungo venti anni di degrado metropolitano brasiliano, dagli anni Sessanta agli Ottanta. Il piccolo protagonista di questo viaggio nello squallore delle favelas di Rio de Janeiro conosce questa legge non scritta, ma desidera infrangerla.
Non vuole diventare come suo fratello Marreco, bandito incosciente, che insieme ad altri due giovani fuorilegge, Cabeleira e Alicante, il “trio Tenerezza”, trascorre le giornate sempre in cerca del grande colpo che gli possa cambiare la vita. Non vuole morire come lui, a causa di una pallottola sparata da un bambino già tremendamente sanguinario.
Buscapè vuole uscire fuori da questa spirale di violenza: ama la fotografia, e vuole crearsi un avvenire grazie ad essa, ritraendo la realtà orribile che gli si sviluppa attorno attraverso il filtro di una macchina fotografica che gli permetta di guadagnarsi da vivere onestamente.

Se negli anni Sessanta Buscapè è soltanto un bambino poco attratto dalla violenza della favela e intollerante alle prepotenze di Jadinho, bambino-bandito già integrato nel trio tenerezza, da grande è un giovane studente che vede il coetaneo prepotente diventare Zè Pequenho, il più importante bandito e il maggiore spacciatore della città, un ragazzo, poco più che diciottenne, ma già boss crudele, con gli occhi iniettati di sangue e la mano già sporca di tanti omicidi. Le loro strade, da bambini ancora abbastanza vicine, ormai si sono completamente biforcate, Zè Pequenho boss e assassino efferato, Buscapè aspirante artista in un mondo di violenza.
Il viaggio in questo ventennio è allucinante e spiazzante, lungo e infinito susseguirsi di omicidi, violenze stupri e rapine in una squallida Favela di Rio de Janeiro.
Gli anni Settanta coincidono con il boom della droga, commercio redditizio attraverso il quale Zè Pequenho e l’amico d’infanzia Benneht diventano ricchi e padroni di un giro d'affari immenso, tra morti, risse e strane infatuazioni da figli dei fiori.
Gli anni Ottanta sono, in assoluto, i più violenti: la città, divisa in due bande rivali a causa della morte di Benneht, è divorata e distrutta da una guerra intestina per il controllo del territorio e del mercato della droga.
L'epilogo, infine, sarà tragico per tutti, quasi ogni componente delle bande rivali farà una brutta fine, segnata dal destino della violenza. Anche l'onnipotente Zè Pequenho, rimesso in libertà dalla polizia corrotta, sarà soggetto al ricambio generazionale che farà di lui l’ultimo morto, in questa lotta per la vita e per il territorio, una sorta di darwinismo sociale violento e atroce che ha la meglio su tutte le altre leggi della vita.
Il mondo nella favela va così, è impossibile cambiarlo; la violenza è tutt’uno con quei luoghi, quelle baracche intrise di dolore, è impossibile scacciarlo via. Al limite è possibile fotografarlo, immortalarlo su una pellicola, fermarlo e analizzarlo dall'esterno, come fa il piccolo Buscapè, ormai diventato grande, che vede realizzarsi il proprio sogno di diventare un fotografo affermato, in quel mondo che sembrava offrire solo la morte prima di raggiungere i trent’anni.

Fernando Meirelles, regista di “Cidade de Deus”, conosciuto in Europa con il titolo “City of God”, pennella, con ostentata convinzione nei propri mezzi, un affresco a tinte forti, vigoroso ed eccessivo, ma fedele ritratto del degrado della periferia brasiliana.
Gli attori, bambini e ragazzi, sono tutti presi dalla strada, hanno negli occhi quella sofferenza che traspare da ogni fotogramma di questa pellicola, così violenta ma nello stesso tempo così intensa, sentita e commovente. Ci sembra, infatti, fin dai primi minuti dell’opera, di scendere sempre più giù in un inferno senza via d'uscita, dove l’unica legge che conta è quella della forza e della pistola, da impugnare già a partire dalla più tenera età.
Fin dai primi episodi cogliamo l’oggettiva padronanza della macchina da presa del regista, che alterna scene veloci a riprese con la macchina a mano, campi lunghi a spiazzanti ralenti e fermo-immagine e, in generale, offre ininterrottamente un ritmo intenso e sostenuto, scandito dalle forti scene di violenza. L’intreccio, fatto di flashback e di storie incrociate, in più di una volta non manca di stupire, la fotografia è calda e curata, alcune scelte stilistiche sono particolarmente studiate e ricercate, ai limiti del manierismo. L'adrenalina cresce con lo scorrere delle scene, fino a raggiungere l'acme per poi discendere velocemente, quando la violenza si fa routine e il sangue è padrone di ogni inquadratura. Meirelles è bravo, sa di esserlo, gestisce tanti attori e comparse con maestria, ma spesso sembra troppo convinto del suo talento, si sofferma in inutili inquadrature e finisce per rendere il ritmo adrenalinico pura confusione; troppi personaggi, la voce over e le brillanti riprese non riescono a chiarire tutto, o comunque mettono ordine lasciando sempre una sensazione di eccesso ed estraniamento.
Tolta questa patina disorientante e alcune scene, francamente, inutile ed eccessive, resta l’effettiva bellezza di una pellicola altamente cruda e intensa: un grande affresco fatto di realtà, pallottole e sangue, duro ed efficace, appunto, grazie alle scene brutali presenti dal primo all’ultimo minuto del film.
Ciò che rimane, dopo aver visto e metabolizzato queste dolorose e inumane storie di vita, è un senso di angoscia, per la triste realtà di quei luoghi, così lontani da noi, ma così tristemente reali, e così duri da vivere.
Rimangono i bambini, i loro occhi, il loro dolore, la morte che aleggia ovunque nello squallore della Città di Dio.
Rimane un film realistico, angosciante e amaro, fatto di terra mista a sangue, di odori, di colori di favela, di sguardi malinconici di bambini che, forse, non diventeranno mai grandi, stroncati da una pallottola in piena fronte in un caldo pomeriggio d'agosto.
Regia: Fernando Meirelles e Kátia Lund.
Soggetto: dal romanzo di Paulo Lins.
Sceneggiatura: Bràulio Mantovani.
Direttore della fotografia: Cèsar Charlone.
Montaggio: Daniel Rezende.
Interpreti principali: Matheus Nachtergaele, Seu Jorge, Alexandre Rodrigues, Leandro Firmino da Hora, Jonathan Haagensen, Douglas Silva, Philippe Haagensen.
Musica originale: Ed Cortês, Antonio Pinto.
Produzione: Brasile / Francia / U.S.A.
Origine: Brasile, 2002.
Durata: 130 minuti.
Approfondimento in rete: castlerock; capital.it; virgilio.it; spietati.it; sito uff.
Recensione già pubblicata su lankelot.com
Commenti
Notizie di Meirelles? Abbiamo avuto altro in programmazione nelle sale? Per quanto riguarda questo film, riscriverei quel che avevo scritto anni fa - e magari vedrò di ripubblicare da queste parti. Ti omaggio, grazie sempre
gf
Piccola ricerca online e ho trovato questa notizia:
"Sulla scia del successo di City of God , 02 Filmes, in società con Rede Globo, ha prodotto cinque episodi della serie Cidade dos Homens, il seguito televisivo del film. Meirelles ha prodotto tutti gli episodi e ne ha anche diretto alcuni.
Attualmente sta lavorando al progetto del suo nuovo film, Intolerance, e produce film di registi brasiliani esordienti".
La tua recensione su questo film era fantastica.
Grazie per la rapida e proficua ricerca, amice;)
Rapidità è il mio secondo nome. ;)
Lo scorso anno è uscito "the constant gardner", film non gran che. Meglio questo, anche se fatto in maniera un po' fuebesca, ma non annoia affatto, anzi in alcuni frangenti coinvolge.