Alla fine del circo resta un bambino che suona. Poi la luce si smorza e tutto si fa buio, via l'angoscia della scelta, via l'angoscia del dover fare. Tutto è più chiaro adesso.
Nei ricordi d'infanzia forse non c'è la verità. C'è la contraddizione di chi è stato educato alla morale cattolica, gogne di ceci da bambino e il diavolo, nell'Italia che si scopre ricca c'è un nodo da sciogliere. Così imprigionati e costretti a procedere il senso di frana è forte, forte è la tentazione di mollare tutto e dire che il film non c'è più, anche se alle terme tutto è pronto, c'è un'astronave e il profeta ha deciso di fare la voce grossa, ma forse non c'è più nulla da dire, nient'altro da raccontare, di fronte all'angoscia della pagina bianca tutto è confuso se si deve dimostrare la maturità dopo il successo. Qui entra Guido: in sogno di prigionia e poi in cielo, ancora in camera d'albergo fra il medico che pensa che ogni cosa sia facile per chi è regista e uno scrittore verboso che critica ogni passaggio di questo nuovo film.
Il successo è stato bello, bella la notorietà di Oscar e cinegiornali, bello innamorarsi di Anita Ekberg in San Pietro e regalare al mondo un'Italia che sogna. Otto film e mezzo alle spalle e un esaurimento nervoso, forse sei troppo vecchio per inseguire il sogno della purezza alla fonte.
Guido (Marcello Mastroianni) è un regista turbato. Turbato dalle attenzioni del successo e dal rapporto con Luisa (una splendida Anouk Aimée), un matrimonio che sembra dover finire per le sue distrazioni in un harem di donne che comprende l'amante Carla (Sandra Milo), una miriade di attrici e la sovrintendente-guardiana Rossella (Rossella Falk, sostanzialmente se stessa), amica di Luisa. Alla fonte di una città termale tutto s'incrocia: c'è il set montato per girare un altro film e la produzione in un albergo, ci sono gli amici e le loro passioni, c'è lo scrittore Daumier e un nugolo di giornalisti, arriveranno anche Carla e Luisa, ma soprattutto qui entra Claudia.
Non me ne voglia Daumier, ma la ragazza della fonte (Claudia Cardinale) è forse il simbolo migliore. Bianca e ingenua, è un sogno sfuggente che promette stabilità ma di fatto la nega, forse figlia di un bibliotecario eccola che sfoglia libri in sogno e poi bacia Guido, la purezza svanisce eppure rimane. Ma Guido la rifiuterà alla fine, rifiuterà di ricominciare a sognare solo perché forse - ora è Claudia a dirglielo, stavolta nella parte di se stessa - non sa voler bene. Ma Claudia (che per la prima volta in 8½ recita senza doppiaggio) è solo parte della narrazione per donne di Fellini: unica a non entrare nelle fantasticherie di Guido che sogna di avere un harem, è l'opposto di Gloria (Barbara Steele), il fuoco nella fidanzata di un amico del regista, Mario Mezzabotta (Mario Pisu). Lo stesso vale per Luisa e Carla: Anouk Aimée è elegante e affascinante, borghese fiera sull'orlo di una crisi di nervi, Sandrocchia nella migliore recitazione della sua carriera (che le varrà un Nastro d'argento) è ipercaratterizzata, amante cafona e volgare che parla come i fumetti.
Si può avere la sensazione che 8½ non abbia una trama definita. Di certo Fellini, scrivendo il soggetto con Ennio Flaiano e poi la sceneggiatura con Tullio Pinelli e Brunello Rondi, nega al suo capolavoro il ritmo de La dolce vita o, solo un anno dopo, di Giulietta degli spiriti: il percorso, nell'angoscia dell'incomunicabilità, è stavolta su due livelli principali, quello della narrazione e quello del film nel film, al quale si ancorano i sogni sfumati e senza preavviso e i ricordi incantevoli di un'infanzia romagnola, voce narrante di musicalità infinita richiamata al presente da un imbonitore o da un cardinale che incontrato in un girone infernale è turbato solo dai manicheismi terreni.
Ricorda Guido quando eri un burdel, quando sognavi tesori dopo avere fatto il bagno nel vino, Asa nisi masa era la parola d'ordine e poi le musiche trascinano alla commozione, ti vedi ingenuo a sorridere e susciti tenerezza con le tue vecchie intorno. E ancora ricorda quando hai scoperto il peccato, in riva al mare la Saraghina (Edra Gale) è una puttana ferina e compiaciuta prova generale della Volpina di Amarcord. E poi delitto e castigo, per una rumba eccoti alla gogna davanti alla classe, al cospetto di confessionali puntuti scoprirai che il diavolo è nient'altro che una donna e lo sceglierai, è questa l'Italia: all'americano che ti chiede cosa pensi di marxismo e cattolicesimo potresti rispondere che hai intuito il cortocircuito che verrà, un Paese che segue entrambi e non sa scegliere si ammalerà di questo.
E in un gioco di mille rimandi interni la rumba della Saraghina tornerà nell'harem. Guido ha scelto, e sa che il suo sogno maschilista è peccaminoso: le musiche di Nino Rota e Leo Ferré lo sottolineeranno, rompendo il percorso che vuole sulle scene corali musica lirica, la Cavalcata delle Valchirie di Wagner e la Gazza ladra di Rossini, sui ricordi una nenia sussurata e sui temi intimistici musiche più leggere. Ma la regola, appunto, sarà infranta nel corso del film: con Carla in albergo, l'ingresso del quotidiano sulla scena del corale, e ancora arrivando in produzione, Guido canticchia la Gazza ladra, poi la rumba viene prestata a un harem inevitabilmente collettivo, fino ad arrivare all'ultima scena, la restituzione di coralità ad un dramma soggettivo con la marcia sul tema di Mystification che inquadra il circo finale, una gioiosa esplosione di serenità per chiudere il cerchio. Fellini copre questo tragitto con una regia impeccabile, probabilmente più ancora di quella di Tony Richardson che con Tom Jones batterà la nomination del romagnolo alla notte degli Oscar. E forse Mastroianni ne soffre: Guido sognante, per la prima volta davvero l'alter ego di Fellini, si produce in una buona recitazione, ma l'abbiamo visto fare di meglio. Truccato come un vecchio, come gli dirà Claudia, senza strafare si lascerà guidare da Fellini fra le angosce, fra i turbamenti di un giovane strappato alla giovinezza.
L'inferno sono gli altri, e fra Sartre, Proust e Joyce è questo che blocca Guido. A tavola in albergo si parla di marxismo e colesterolo, e l'incomunicabilità emerge nel suo dramma fra una domanda sulla vita amorosa del regista e il suo turbamento interiore, fra le ragazzine che in produzione gli chiedono perché non faccia film d'amore e la paura di un bugiardaccio che sente di avere smesso di ingannare, fra la coazione a mentire degli amici e le paure dell'ispettore di produzione Mario Conocchia che non riconosce il regista.
Daumier si sbaglia quando dice che il cinema è irrimediabilmente in ritardo sulle altre arti: 8½ sta al cinema italiano come Se una notte d'inverno un viaggiatore sta alla letteratura, ma con sedici anni di anticipo. Qui come lì, nell'angoscia della pagina bianca, emerge l'odi et amo per il film-significante prima ancora che per il film-significato. Di questo, dell'errore di valutazione di chi si ostina a vendere libri a peso, morirà Daumier: impiccato nella sala dove si valutano i provini per iniziare a girare, al punto massimo della metacinematografia italiana, è come il Corvo di Uccellacci e uccellini, intellettuale saccente destinato a morire. Ma qui le valenze sono invertite: Pasolini, più tardi, si crederà il Corvo, Fellini si accontenta di fare la parte di Totò.
Ma è da questo punto, con un Daumier redivivo, che si accelera verso la fine: il film si deve fare, e anche se distruggere è meglio che creare la conferenza stampa di presentazione è convocata, il tempo perduto che Guido sta cercando presenta il conto al bugiardaccio. E poi la gioia esplode, in un capolavoro di costumi che varrà a Piero Gherardi - che per la verità dal set raccontarono essere stato guidato per mano da Fellini sui tessuti ottenendo carta bianca su una scenografia che si rivelerà sapiente - l'altro Oscar ricevuto da 8½ con quello per il miglior film straniero: inizialmente di soli bianchi, gli abiti si animeranno in una contrapposizione di due colori, rendendo più facile il compito di Gianni Di Venanzo alla fotografia, che già per due ore è stata un bianco e nero nitido e che in chiusura diventa un gioco abbacinante di luci fino a smorzare nel buio della serenità. Via l'angoscia della scelta, via l'angoscia del dover fare. Tutto è più chiaro adesso.
Sebbene con qualche differenza, pubblicato su ciao.com. Non avevo materiale nuovo, ma volevo salutare la nascita di lankelot.eu. Tanto dopo un'infatuazione abbandonerò anche questo, come ho fatto con lankelot.com.
Durata: 140 minuti.
Commenti
(grazie per questo suggestivo contributo. Nella speranza che stavolta la tua sorte possa essere diversa - almeno, finché questo porto ti regalerà idee, divertimento e emozioni. Alla fine, mica è poco, e forse è tutto là)
Spero lei abbia un alibi.
Tornerai? Peccato altrimenti, gran pezzo... è passato quasi un anno, ab lanke condito:)