Puerilmente mi sono innamorato delle donne di questo film, perché sono uomo e, irrecuperabile quanto invadente, ripiego sull’istinto d’attrazione dei due poli, confermando il teorema leggiadro e provocatorio di Almodovar. Fuoriuscire dalle righe e contare sul proprio simbolo di differenziazione, che rende diversi dall’arco femminile e infantilmente insiti, travolti dalla voluttà di certe donne che bruciano cangiando il mio senso di vera condivisione. Inutile a dirsi, spiazzato e arpionato al cuore. Ci provo.
Manifesto sessuale
Ci sono donne che abbiamo conosciuto e che ricorrono nell’immaginario degli uomini. Io, uomo, seguo e inspiro questo film con cavillosa diffidenza, che con Almodovar ho già adottato, non mi convince sempre il suo realismo magico surreale, condiziona spazi gelosi delle idee acquisite sui fatti e sulle persone e categorie che uno costituisce, vivendo sulla propria pelle. Ci si sottrae perciò alla forza di gravità quando ti sbattono in faccia sostanze rapsodiche e di fievole arditezza, le forme e i volti delle donne di Volver. Il titolo significa “Ritornare” – ritorno della tradizione, dei ricordi dell’infanzia del regista, ma anche dei fantasmi e dell’orgoglio e della esemplare onestà dei corpi e dei sentimenti, anche i più cruenti -, una siderale canzone che Penelope Cruz canta rifacendosi a ricordi e lacrime di tempra annesse, sul finendo del film. Le donne che scandiscono sono la totalità della storia, e risalgono da una innata e arrotata sensibilità al senso più intelligibile della femminilità umana, che Almodovar sa accedervi per chissà quali consorzi con il mistero che sempre deve difendersi tale, rimediato solo dal mastello degli artisti. L’autore è in sintonia non tanto con la donna quotidiana e percepibile: inspiegabilmente con la effettività abisso di ciò che significherebbe femminile, se fossimo nella dimensione della purezza inviolata. Ci schiaffa delle Madri incrollabili, delle sorelle e amiche veementi, fedeli a tutto ciò che di straordinario avrebbe la donna assoluta. E sembra che non siano femmine autentiche (fallibili), perché troppo distillate.

Energia non più del riscatto o della riscossa verso la civiltà dei maschi, non in relazione bensì in unità da non confrontarsi. Donne che sono di bellezza non scassinata, solo per dimostrasi emancipate, sono consapevoli e compiutamente in sintonia con la prorompenza di un corpo vigoroso e sensuale come da follia, che non hanno la minima idea di quel che significhi soggezione o schiavitù d’inconscio, di retaggio clandestino. Non abbattono nessun muro di gomma, non strillano e non cascano dalle nuvole in cerca di protezione del cavaliere o condottiero di turno. Inutile aggrapparsi a luoghi comuni o abitudini in decadenza ma, in definitiva, ancora sentite nella tradizione di noi tutti, anche se oramai prevista di modifica.
Sono donne riunitesi intorno alla propria bellezza e completezza, incapaci di smentirsi in validità. Il grande messaggio è quello di una dichiarazione d’intenti non verbale, di un mondo che si avvia alla inevitabile riforma sessuale, siamo tutti avvisati di questo rinnovato scalpore che verrà (già sta alimentandosi): donne che non rinnegano il passato e possono farne forza non più ancipite ma ancestrale, insediata per darci l’intiera immagine della dea, ritrovando però nel moderno la volontà di realizzazione che degli uomini non sa che farsene, nei modi e contratti obsoleti, non sa che trattare con questi esserini che quando non sono rapaci da gozzoviglia erotica, sono facili da contenere, risibili nel confronto con la placata certezza di sé che ora le madri e le figlie e le sorelle andranno proclamando con grazia e armonia. L’uomo semplicemente non ha di che affaccendarsi per soggiungere, è acqua che scorre e che lascia immutato il letto materno che lo accudisce: ma non attecchisce deferenza. Finalmente le donne che già ci sono ed esercitano, Almodovar ce le annuncia come nuova ondata di vita che andrà ad amalgamarsi con noi uomini invisibili, e non ci sarà altro terreno fuorché l’amore. La formula del futuro: passato e presente che richiamano nel conforto profumi e candeggi di solarità e appartenenza, con i quali stringersi senza barattare egoismi.
Tutte le personalità femminili sono in lizza col sistema istituzionale: si fanno giustizia da sé, sono abusive, battone e senza vergogna anarchiche (autarchiche ancora entro i propri riguardi e dogane). Il mondo della società organizzata l’hanno ripudiato, perché consolidazione della somiglianza maschile che non ha saputo concedere adeguato universo. Anche il sistema mediatico e corrotto e incompatibile con il loro spiazzo esclusivo e impenetrabile. Da niente che non sia similarità di adeguata concisione emotiva ed esclusiva.
La trama non ve la racconto, anche perché mi sembra come al solito forse l’ambito meno riuscito – perché eccessivamente ammiccante e manicheo ed esagerato - dei film del regista. Sono le personalità che detengono lo strapotere dei dettagli e della ricchezza. Penelope Cruz, in queste vesti, è figlia della Magnani e della Loren. Il film richiama alla memoria il modello dell’amazzone morbida del neorealismo italiano. Le donne della Mancha spagnola sono ingarbugliate con quelle del meridione spoglio dell’Italia di certo periodo. Granitiche, opulente, fertili, rigogliose e con la possanza della natura allegra e virginale nelle ossa e nelle carni.
E c’è un’apparizione assolutamente coincidente con “Bellissima” (Visconti, 1951), fotogrammi di secondi su un televisore che, sembra semplice, ma è specchio come non mai con la spettatrice.

L’infanzia di Almodovar e la sua educazione tra l’autosufficienza dell’altro sesso, pronto alla solidarietà tra di esso, estrapolato dai primordiali bisogni erogeni per questa volta, in una complessità fatta di sorellanza e familiarità e difesa collaborata. Nella Mancha dove “il vento di Levante che fa impazzire la gente”, e mulattiere letterarie assentono Don Chisciotte (nel film si cita la zona della Mancha come maggiore statistica di pazzie diagnosticate), e i fiumi sono secchi e i prati gialli come le foglie che nutrono la terra custode di segreti di madre e figlia.
Un film che le donne dovrebbero studiare a memoria, e che gli uomini invece provare ad assumere come impegno morale ed etico. L’epoca che sta nascendo deve fare pace col passato e criticare il presente senza deturparsi delle vecchie chiavi delle vecchie porte dell’anima. Gli uomini tollerabili in questa pellicola sono comparsate ingenerose e trascurati energicamente. Di manifesto di una nuova realizzazione s’è rimasti con gli occhi grati. Questa volta si parla di donne e della loro strada e della loro volontà vincente. Ci sarà tempo e modo per il resto dell’amore, ma in un altro film.
Regia: Pedro Almodovar
Sceneggiatura: Pedro Almodovar
Fotografia: José Luis Alcaine
Cast: Zia Irene Carmen Maura, Yohana Cobo Yohana Cobo, Sole Lola Dueñas, Raimunda Penélope Cruz
Musiche: Alberto Iglesias
Montaggio: José Salcedo
Anno: 2006
Nazione: Spagna
Distribuzione: Warner Bros
Durata: 120'
Arpaeolia
Commenti
GGG/GGg... hahahaahha!
Eeeee, mezzora attaccato con l'impaginazione. Da strapparsi le dita con i denti.
"z'o"
Prova tu a toglierle se te riesce. Secondo me è impossibile come il pomo d'adamo su un nano. Senza fa' casino...
Non riesce a convincermi questa idea di donna, e tuttavia altrove ho avuto modo di leggere parole (maschili) molto simili alle tue su questo film... Mi piacerebbe che ne scrivesse una donna, chissà che differenza di punti d'osservazione! Un mondo fatto di questo tipo di donne mi inquieterebbe assai, perché da donna conosco bene i labirinti che a voi sembrano giardini incantati... mah, da vedere, insomma, per poi parlarne con cognizione di causa!
anche se... ma proprio la Cruz... uff... dovrò fare un sacrificio enorme, quasi quanto quelli sostenuti per vedere qualsiasi cosa con Tom. Cruise, naturalmente.
Ma la Cruz è brava, a me piace come attrice. Il film anche mi ha convinto, certamente più del precedente.
aggiungo: bella pagina, in ogni caso, si vede che il film ti ha ispirato (sigh!)
Ma la Cruz è inferiore a Paz Vega. "Lucia Y el Sexo" ne è la dimostrazione.
Diciamo che Paz Vega è molto più, come dire... aiutami! Ecco: avvenente. Però a bravura non so.