Tecnicamente interessante, giocato com’è su una impressionante alternanza di flashback e flashforward, “21 grammi” ha l’aspetto e il sapore di un fastoso esercizio di stile: tramite un esibito e compiaciuto formalismo, ha mascherato pecche e vezzi di una storia che, oltre alle tragedie degli incidenti e alla radiografia degli strascichi di chi sopravvive alla morte dei propri cari, non ha molto da comunicare. In compenso, il regista González Iñárritu ha lasciato molto spazio all’interpretazione degli attori: i protagonisti principali, Sean Penn, Benicio Del Toro e Naomi Watts (recentemente apprezzata in “Mulholland Drive”) godono d’una pioggia di primi piani, che tende a sublimare le aporie e i pleonasmi della sceneggiatura concentrando l’attenzione dello spettatore sull’incarnazione del dolore e della sofferenza, della rabbia e del desiderio nei loro volti. I ventuno grammi del titolo sono quelli che “si dice” perda ogni corpo al momento della morte: “il peso di un colibrì”, l’anima. Viene il sospetto, nel corso della pellicola, che quei ventuno grammi siano stati perduti anche da chi è rimasto in vita. La strategia è quella di rappresentare, in altre parole, un pantadramma fondato sui disastri e le rovine di quattro individui: raccontato, per dirla in termini cari alla critica letteraria, con una serie di hysteron proteron: l’epilogo della storia è narrato nelle prime battute, poi si precipita al principio e si salta daccapo in avanti e via di seguito. Se l’idea può avere qualche debito nei confronti di “Memento”, la struttura, sfortunatamente, non ne ha affatto: l’impressione è d’un’adozione gratuita d’una tecnica di narrazione che ha avuto, ad esempio, altra e più brillante applicazione in “Pulp Fiction” e in “Kill Bill: Vol. 1” di Quentin Tarantino. González Iñárritu e il suo soggettista-sceneggiatore Arriaga, entrambi messicani, registrano una sensibile battuta d’arresto dopo il promettente esordio, “Amores Perros”, datato 2000. Il dolore si evoca, non si ostenta con questa insistenza. Altrimenti i film si possono girare direttamente all’obitorio: protagonisti dissenzienti (così m’illudo che siano), i parenti delle vittime. TRAMA (contiene spoilers) Paul Rivers (Sean Penn) è un matematico. Cardiopatico e in condizioni pressoché disperate, attende un trapianto che possa promettergli qualche anno di vita nuova. Sua moglie Mary (Charlotte Gainsbourg), d’origine londinese, ha recuperato il rapporto col marito dopo una prima crisi sfociata nel divorzio; coltiva l’idea di sottoporsi all’inseminazione artificiale per potergli dare un bambino. Che non sarà cresciuto da entrambi i genitori, probabilmente: ma, a detta di Paul, mitigherà la solitudine di Mary. Le vite di Paul e Mary sono destinate a essere influenzate e cambiate dal tragico incidente in cui il marito e le due figlie di Cristina Peck (Naomi Watts) perdono la vita, investiti da un ex criminale redento da un integralismo cristiano non di rado grottesco: Jack Jordan (Benicio Del Toro), padre a sua volta di due bambini e felicemente sposato, uccide tre innocenti proprio quando giudica impossibile che gli capiti qualcosa di male, perché ha il Signore al suo fianco. Il cuore del marito di Cristina batterà nel petto di Paul. Paul si sentirà in debito nei confronti di chi gli ha salvato la vita, scoprirà la tragica storia della sua famiglia e si presenterà alla sconfortata e depressa vedova inizialmente con intenti filantropici: poi, poco a poco, se ne innamorerà e non riuscirà più a fare a meno di vederla. E s’assumerà e interiorizzerà il suo desiderio di vendetta: Jack Jordan deve morire, perché ha distrutto la sua vita. Jack Jordan vive circondato da crocefissi e da motti e slogan dedicati a Dio: cresce i suoi bambini in un’imbarazzante adesione alla lettera dei testi sacri (con tanto di applicazioni di “porgi l’altra guancia” per dirimere fiacchi litigi domestici), vede ovunque “peccatori” e teme e venera un Dio che non ignora neppure il movimento d’un capello. Alle spalle ha una quantità di precedenti da guinness, avanti a sé la devozione al Signore e una vita da dedicare alla fede. Sua moglie fatica a riconoscerlo e a capire chi sia diventato. In parte, lo stesso capita allo spettatore. Jack investe involontariamente una famiglia intera, come s’accennava qualche riga più in alto. Quindi, fugge senza prestare soccorso (che sia d’origine italiana?): ricevuta notizia della morte di tutte e tre le persone, si costituisce perché deve rispettare la volontà di Dio, che misteriosamente lo ha reso colpevole d’omicidio, dannandolo all’eterno rimorso e costringendolo a vivere nel più allucinante senso di colpa. Esasperato, abbandona la sua famiglia e si ritira a vivere in uno scalcinato motel. In quel motel si svolgeranno le ultime battute del film. Qualche stanza oltre, infatti, dormono Paul e Cristina. Determinati (?) a giustiziarlo. BREVE SCHEDA TECNICA
Paul, in piena crisi di rigetto dopo il trapianto e a un passo dalla morte, ha ormai conquistato la vedova: sua moglie Mary è tornata in Inghilterra, determinata a concludere in patria l’inseminazione artificiale, conscia che la loro relazione è terminata. Ma non può nascere un nuovo amore. Paul ha deciso di perdere giusto ventuno grammi.
Regia: Alejandro González Iñárritu. Soggetto: Guillermo Arriaga. Sceneggiatura: Alejandro González Iñárritu e Guillermo Arriaga. Direttore della fotografia: Rodrigo Prieto. Montaggio: Stephen Mirrione.Interpreti principali: Sean Penn, Naomi Watts, Benicio Del Toro, Charlotte Gainsbourg, Danny Huston, Melissa Leo. Musica originale: Gustavo Santaolalla. Produzione: Robert Salerno, Alejandro González Iñárritu, Guillermo Arriaga. Origine: Usa, 2003. Durata: 125 minuti.
Approfondimento: Sito ufficiale Uk / Recensione in Repubblica. it / Spietati .
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
Almeno è più breve di Amores Perros, questo sì.
Io l'ho preferito a "Amores Perros". Ambedue sfilacciati, comunque.
Una gran tecnica, ma non una grande serie di argomenti. Una evidente tendenza alla drammatizzazione, che pericolosamente sconfina nel patetismo. Un montaggio molto cerebrale e senza dubbio embrione di qualcosa di diverso in futuro.
Si, Inarritu ha stoffa, credo anche io che in futuro non potrà che migliorare.
S non c'era qul popò di montaggio, il film sarebbe stata na mezza cazzata.. che ne pensate ? :)
Concordo col dottore: grande montaggio (è vero) ma pure grandi interpretazioni.
DC
(quanto a montaggio, attendiamo l'importante del professionista Degra)
Io ho preferito Amores Perros, anche per la scelta di usare toni e registri diversi per episodio. Inarritu in realtà mi sembra un grande tecnico del cinema.
locandina!
locandina!
[21 grammi] Il migliore per
[21 grammi] Il migliore per me resta Babel, con straordinaria colonna sonora. Ma proprio ora stava rifacendo 21 grammi su Sky e l'ho rivisto con enorme piacere, apprezzandolo.