Il mondo lo sa, non c'è bisogno di essere grandi estimatori di cinema per arrivare al nocciolo della questione: i film firmati Ferzan Özpetek spesso e volentieri sono lenti e apparentemente interminabili come i viaggi sulla Freccia del Sud per arrivare da Milano a Reggio Calabria. È una cosa a cui si fa il callo, come probabilmente succede agli italiani con la pioggia quando si trasferiscono a Londra: nella vita, in fondo, ci si abitua proprio a tutto!
Detto questo chi sceglie – coscientemente s'intenda, non fanno testo coloro che vengono trascinati in sala da sadici partner – di andare a vedere un film di Özpetek già sa che all'uscita avrà bisogno di un buon drink per riprendersi e non rischierà certamente di accomodarsi in sala dopo un'abbuffata di peperonata, ché in quel caso il sonno lo coglierebbe in un attimo! A fare la fortuna del cineasta sono - come ben sappiamo - le tematiche omosessuali, trattate sempre in maniera che oserei dire confidenziale, condite con opulenti e pleonastici particolari di “normalità familiare” che lasciano assaporare – a piccoli bocconi – il gusto del film come fosse una cassatina siciliana, ultra-dolce e stucchevole, ma pur sempre libidinosa.
Salvando dunque l'innegabile bellezza del suo cinema (ed in questo, mea culpa, potrei essere non poco di parte), non potevamo non accogliere come una ventata di aria fresca il trailer del suo nuovo film, Mine Vaganti, che si presentava come un sapiente montaggio di battute ironiche e d'effetto in grado, diciamocela tutta, di svecchiare egregiamente il modo di fare film del regista turco, conferendogli quell'aria giovanile che acquistano gli ultra-quarantenni che indossano scarpe Converse come i teen-agers. Ah, galeotto fu il trailer e colui che lo montò, potremmo riassumere modificando una citazione del ben noto Alighieri, poiché di fatto se qualcuno avesse mai potuto credere che questo film fosse leggero come il trailer lasciava intendere sarebbe stato vittima di un raggiro bello e buono (ché a saperlo prima magari la peperonata l'avrei mangiata l'indomani, ecco!).
Özpetek è sempre Özpetek o, per dirla con altre parole, l'omosessuale perde il pelo ma non il vizio (o il vizietto?! tanto per fare facili battute da osteria!) e Mine Vaganti, a conti fatti, non risulta essere quella commedia a tematica GLBT (Gay, Lesbian, Bisex and Transgender) che faceva pensare sorridendo, come Diverso da chi? di Umberto Carteni, ma piuttosto l'ennesima riflessione-mattonata a cui siamo abituati.

Il nuovo lungometraggio del regista de Le Fate Ignoranti prende le mosse dalla vicenda di Tommaso, rampollo di una più che benestante famiglia leccese, trapiantato a Roma da tempo. Nella capitale il nostro protagonista vive la propria vita in totale libertà; dichiaratamente omosessuale convive – o sta andando a convivere, non è chiaro – con Marco, il suo ragazzo storico, e laureatosi in Lettere, aspira a diventare uno scrittore. La vicenda inizia con il ritorno di Tommaso in quel della città pugliese per una “rimpatriata”; in questa occasione è sua intenzione dire al parentame la verità, tutta la verità sulla propria vita, non sospettando invece che suo fratello Antonio è pronto a giocargli un tiro mancino. In una famiglia che è tutta una macchietta, arroccata sulle proprie idee retrograde, ogni componente risulta una mina vagante innescata che, esplodendo, rischia di produrre una reazione a catena in grado di rovinare il fragile equilibrio su cui, funambola, si regge la domus Cantone.

Il Coming Out (letteralmente: venire fuori) è uno dei passi più importanti nella vita di un omosessuale, paragonabile ad una seconda nascita o – volendola dire cristianamente – ad un battesimo; come tramite il Primo Sacramento il fanciullo entra a far parte della Cristianità, così il giovane omosessuale, rivelandosi, diventa di diritto un membro della comunità GLBT. Ci sono diversi tipi di Coming Out (con gli amici, sul lavoro, etc) ma nessuno è temuto come quello in famiglia, perché è proprio quello il momento in cui, come si suol dire, tutti i nodi vengono al pettine: dovrò fare armi e bagagli e dire addio alla bella Itaca per sempre oppure, dopo un primo momento di shock, potrò tornare tra le braccia – in questo caso materne – di Penelope?! La domanda è, per così dire, esistenziale ed Amleto dovrebbe imparare a porsi questioni del genere piuttosto che masturbarsi (mentalmente parlando, s'intende) sull'annoso problema dell'essere o non essere... siamo più terra terra: la mia famiglia mi volterà le spalle perché sono gay, oppure mio padre si farà una ragione del fatto che “sua nuora” potrebbe avere dei baffi come il Sergente Garcia?
Visto il ruolo di prim'ordine che questo passaggio ricopre nella vita di un individuo era quantomai scontato che un regista come Özpetek avrebbe prima o poi focalizzato il proprio interesse sull'argomento. Sembrerebbe un circolo che si chiude... da principio, solo considerando i film più famosi, furono Le Fate Ignoranti, il primo assaggio di omosessualità normalizzata nel cinema italiano forse, un dramma (per come era e spesso ancora è percepito dalla società) che coglie tutti, anche i mariti che sembrano insospettabili, ché in realtà sentono gravare sulle proprie spalle il peso di un'etichetta che non possono sfoggiare. I tempi erano ancora immaturi per una storia a protagonista gay, motivo per cui il compito di gettare luce in quel mondo misterioso, in quelle famiglie allargate che al regista turco piacciono tanto, era assegnato ad una donna eterosessuale, che volente o nolente si ritrovava a penetrare il Velo di Maya che spesso e volentieri più che un rifugio della comunità gay diviene una prigione. Poi fu la volta di Saturno contro, opera che si focalizzava sulla morte, vero, ma soprattutto su un sentimento di amore omofilo che, seppur non legittimato dalle norme giuridiche, diveniva fattivamente vincolante nello spettatore, chiamato a rapportarsi col lutto di un uomo gay che perde il suo compagno. Dopo aver introdotto l'argomento ed averlo sdoganato, per così dire, non rimaneva che prenderne possesso, andando dritto alla radice del problema: il dramma (questo si che può definirsi tale) del coming out, che è vissuto come una vera e propria tragedia da pressoché tutti i giovani gay, costretti spesso a rimandarlo per anni ed anni.
Purtroppo Özpetek non è riuscito nel suo intento e si è un po' perso per strada, nei meandri della sua narrazione, delle parentesi non chiuse, facendosi sfuggire quello che doveva essere il focus della sua analisi: il coming out, appunto. Il fallimento, d'altro canto, era dietro l'angolo: sempre attento a tracciare personaggi a tutto tondo (basti ricordare la parte di Ambra Angiolini in Saturno contro, assolutamente superflua ma al contempo stupendamente importante), questa volta il nostro Ferzan ha voluto osare troppo, dando ampio spazio ad una miriade di personaggi interessanti che poi hanno reso caotica ed inconcludente l'intera pellicola. La storia di Tommaso, lineare, si ritrova ad essere intrecciata al passato di sua nonna, al presente di sua zia ed a quello del fratello e la cosa alla fine risulta così ingarbugliata che sembra di seguire tanti diversi film, senza riuscire a giungere al succo di alcuno di questi.
Il tutto diviene quasi indigesto a causa di una deficienza di conciliazione tra la spasmodica ricerca di dovizia di particolari e le esigenze di copione. La lentezza che è propria della regia di Özpetek è a questo punto gravosa come mai era stata prima, aprendo incisi di cui si perdono le virgole e che costringono lo spettatore a dover guardare con distacco ciò che accade dallo schermo, impedendogli l'empatia.

In ultimo il trailer si rivela una vera e propria truffa: quello che sembrava solo un antipasto di risate è in definitiva l'unica dose di divertimento, infilato – come una salsiccia in mezzo allo spiedo – nella seconda parte del film, facendo perdere ancora di più la bussola a chi, con fatica, aveva tentato di recuperare il filo di Arianna nel labirinto minoico. È triste che si debba invogliare qualcuno a vedere un film così intimo (perché forse è più facile per una persona omosessuale parlare delle proprie “notti da leone” piuttosto che del proprio coming out) fingendo di trattarlo con ironia, quando poi invece la realtà è ben diversa. Ma ciò che è ancora più triste è la morale del film, che a chi scrive è sembrata rivelarsi un inno all'omertà. Quello che si vuol far capire, dunque, viene ben racchiuso in una battuta della stupenda Elena Sofia Ricci, alias Zia Luciana, che afferma: “È più faticoso stare zitti che dire quello che si pensa” parafrasabile in un pavido “è meglio starsene zitti piuttosto che ammettere ciò che si è e costringere gli altri ad accettarci per ciò che siamo”.
Ci dispiace, Ferzan, ma questa volta la frittata non è buona come al tuo solito e questa morale che si evince è troppo, troppo pessimista! Come dice Tommaso stesso, in senso negativo però, “siamo nel 2010, non più nel 2000”... appunto, forse è il caso di tirare fuori gli attributi e smetterla di nascondersi dietro la finzione, che in questo caso è una parola che ha tanto a che vedere con il termine “bugia”.
Sempre meglio dire, che non dire: una mina – vagante o meno - deve essere fatta brillare, prima che qualcuno la calpesti e ci rimetta le penne.
Andrea Betti – 17 marzo 2010
Regia: Ferzan Özpetek
Sceneggiatura: Ferzan Özpetek, Ivan Cotroneo
Soggetto:Ferzan Özpetek, Ivan Cotroneo
Direttore della fotografia: Maurizio Calvesi
Montaggio: Patrizio Marone
Scenografie: Andrea Crisanti
Interpreti principali: Riccardo Scamarcio, Alessandro Preziosi, Nicole Grimaudo, Lunetta Savino, Ennio Fantastichini, Elena Sofia Ricci, Carolina Crescentini
Produzione: Fandango
Origine: Italia 2010
Durata: 110 min.
Titolo originale: “Mine Vaganti”
Commenti
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[mine vaganti] a proposito, ma la differenza tra "outing" e "coming out", allora, qual è? Li sento usare come sinonimi ma mi sembra che ci siano sfumature ben differenti... giusto?
(mine vaganti). Si continua a
(mine vaganti). Si continua a fare confusione sui due termini. La verità è che 'coming out' è espressione che si usa quando una persona confessa, nel caso specifico che trattiamo, di essere gay (attenzione a come si usa l'espressione, se no commettiamo reato. E' questo che volevano le associazioni omosessuali?). 'Outing' si fa quando si riferisce di persona che è gay.
Non credo ci sia altro da dire.
(mine vaganti) Ah
(mine vaganti) Ah dimenticavo: gran bel pezzo. Coimplimenti!
[mine vaganti] quindi se io
[mine vaganti] quindi se io pubblico un articolo in cui scrivo che il signor Ypsilon è gay allora io ho fatto fare outing a questo signore; mentre se Ypsilon spontaneamente scrive un articolo in cui si dichiara gay allora lui ha fatto coming out. Corretto?
(Mine vaganti). Non potevi
(Mine vaganti). Non potevi essere più preciso :)
OT: Si è corretto.. il
OT: Si è corretto.. il 'coming out' è lo svelamento da parte del soggetto del proprio orientamento sessuale, mentre l'outing è la dichiarazione di terzi in merito alla presunta omosessualità di altri. Ovviamente si parla di outing, in senso stretto, quando si possono fornire prove (anche ridicole) per dare verdicità alla propria tesi (basti ricordare il 'famoso' outing che platinette fece a tiziano ferro in radio in cui prese spunto sulla sua canzone dedicata a raffaella carrà). Solitamente poi l'outing riguarda strettamente il mondo glbt... cioè un gay già dichiarato fa l'outing di un altro... se un etero dice che un altro è gay invece è solo un pettegolezzo =P ahaha
P.S. Grazie per i complimenti ;)
[outing e coming out] beh,
[outing e coming out] beh, spettacolare questa cosa:). Me la gioco, prima o poi. Ave cari, grazie per i chiarimenti:)
(Mine vaganti) Ottimo davvero
(Mine vaganti) Ottimo davvero Andrea. Grande pagina, ricca di considerazioni intelligenti e circostanziate. Come sai disprezzo assai il cinema di Ozpetek, più per i contenuti che per la forma. Avevo massacrato, come hai letto, Saturno contro, e noto che qui si ripresentano gli stessi vizi di forma e di sostanza. Primo tra tutti, l'assenza di feedback con lo spettatore, l'assoluta mancanza di empatia. Bellissima la tua clausola - inutile che te lo ripeto, ma migliori di pezzo in pezzo. Sono davvero felice di averti portato su Lankelot, sei una incontestabile risorsa del sito, oramai.
Personalmente, con Mine
Personalmente, con Mine vaganti mi sembra che il cinema di Ozpetek abbia fatto un passo indietro. Dal regista che ha diretto Le fate ignoranti non mi sarei aspettata la riproposizione del solito cliché del gay che di nascosto si segna a Lettere, che manda il romanzo alla casa editrice...
Che sia un provocazione?