Ai tempi in cui era una star del cinema popolare turco lo chiamavano “çirkin kral”, il “re brutto”. Seguiva modelli alla James Bond, il Marlon Brando in canottiera, Jack Palance, Burt Lancaster. Il pubblico, soprattutto quello poco raffinato, non solo si immedesimava nei suoi ruoli, ma gli voleva bene, lo considerava uno dei suoi. La sua parabola da divo a regista è accostabile (in termini generali e talvolta specifici) a quelle del nostro De Sica o del maestro Eastwood. Di mezzo una spezia pasoliniana per una passione letteraria e scrittoria che fu l'inizio dei suoi guai giudiziari: nel 1961, a ventiquattro anni, viene condannato a un anno e mezzo di prigione per aver pubblicato un romanzo “di propaganda comunista”.
Sürü in turco letteralmente significa “gregge”. Nell'uso comune può assumere anche le accezioni di “branco, mucchio, orda, moltitudine, massa”. La prima accezione costituisce il soggetto del film: un gregge che deve essere trasportato attraverso un lungo viaggio. Le accezioni secondarie invece intervengono nella sfera dei contenuti del film: una massa umana, un gregge smarrito nel caos di spietati rivolgimenti storici ed economici nella Turchia del dopoguerra. Ancora un altro film di denuncia, lotta e testimonianza offertoci dalla penna di Yılmaz Güney e dalla cinepresa del regista Zeki Ökten.
Saranno grossomodo le cinque del mattino, ad Adana negli anni Sessanta, quando l'occhio filmico di Yılmaz Güney si apre in bianco e nero su un mezzo della nettezza urbana che, spruzzando acqua a destra e a sinistra, pulisce le strade. Imperturbabile quel camion netturbino passerà implacabile a scandire varie sequenze, immagine-messaggio. Il film esordisce immediatamente in regime di metafora: infatti un mezzo così moderno (per quegli anni, si intende) e avanzato, in un luogo così povero e affollato del sud turco, da cosa ripulisce le strade e i viali alberati della borghesia impiegatizia, a prima mattina?
Nell'immaginario collettivo, alla voce “carcere turco” corrisponde nove volte su dieci quella sorta di moderno inferno dantesco mostrato dall'angosciante Fuga di Mezzanotte, (Alan Parker, 1978); a poco sono servite le recenti scuse dello sceneggiatore1, tale Oliver Stone, che ha ammesso di aver posto in cattiva luce l'intero paese; nell'immaginario collettivo, a quella voce, rimangono associate quelle immagini.
Iki dil bir bavul, ovvero Due lingue e una valigia, è un film documentario che racconta l'esperienza di un giovane insegnante turco (Emre Aydın), proveniente dalla parte occidentale e sviluppata del paese, catapultato in un villaggio del sud-est curdo per la sua prima esperienza di lavoro. Si tratta di un documentario appunto e quindi non c'è alcuna ombra di finzione, di sceneggiatura, o di dialoghi scritti: le immagini riassumono un anno scolastico intero e l'avvicendarsi delle quattro stagioni nell'alta Mesopotamia. Nel suo piccolo è davvero un capolavoro.
Yılmaz Güney ha continuato a fare film fino ad un anno prima della sua morte, avvenuta nel 1984. Yol (La strada) è il film che gli dà riconoscimento internazionale e che corona la sua carriera con la Palma d'oro di Cannes nel 1982, sia pure ex-aequo con Missing di Costa-Gravas.
L’alchimia delle spezie
“Ho imparato i primi segreti delle spezie nella bottega del nonno sulle rive orientali del Bosforo. Per imparare i segreti della nostra cucina bisogna partire dalle spezie. A volta bisogna usare quelle sbagliate per ottenere l’effetto desiderato. Il cumino è forte ed aggredisce, induce le persone a chiudersi. Lo zenzero è delicato e pungente, spinge a guardarsi negli occhi”
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