Desideri su una stella cadente, in italiano suona più o meno così questo ritratto veritiero della Cuba contemporanea che tre documentaristi italiani hanno realizzato sul campo. La Rivoluzione Cubana ha cinquant’anni e li dimostra tutti, anche se il regime si sforza di realizzare lavori di maquillage nel centro storico per consentire visite senza troppi problemi a gruppi di turisti. Eusebio Leal, la mano destra di Castro, è il sindaco dell’Avana, colui che è deputato a occuparsi di ricostruire il lungomare, i palazzi storici, il Boulevard, la parte centrale della città, dichiarata dal 1982 patrimonio dell’umanità.
L’esordio cinematografico di Pupi Avati, datato 1968, lo vide cimentarsi in una sorta di horror grottesco dal titolo già ampiamente emblematico: Balsamus, l’uomo di Satana. L’opera contiene, senza ombra di dubbio, molte tracce del suo cinema successivo, soprattutto quello dei Settanta, periodo in cui gotico, fiabesco, grottesco e orrorifico si mescolarono sovente senza soluzione di continuità nei suoi lungometraggi. Si evidenziarono, comunque, una riconoscibile cifra autoriale e un’estetica ben delineata, oltre ché la scelta di una connotazione geografica ben precisa.
A volte un film da ricordare nasce anche così, grazie alla perseveranza di chi l’ha immaginato, di chi ha fortemente creduto che il suo progetto avesse qualcosa di importante da raccontare. E qui ci sono ben due storie da raccontare: la prima riguarda il sorprendente esordio alla regia del teramano Marco Chiarini, una vicenda di impegno, passione, fiducia e intelligenza; di ostinazione e lungimiranza. La seconda, la più importante, è la splendida fiaba che ne deriva. Senza esagerare, L’uomo fiammifero è una pellicola che rigenera lo stanco e provinciale cinema italiano, sempre più ingrigito e avvitato su sé stesso, sui suoi stereotipi, sulle sue storie senza nerbo e senza respiro.
A un anno di distanza dal terrificante La casa dalle finestre che ridono, uno dei migliori thriller-horror italiani dei prolifici - per il genere – anni Settanta, Pupi Avati torna a ripercorrere i sentieri del giallo gotico ma in chiave quasi totalmente parodistica. E in quel quasi, che chi ha un vago ricordo del film può imputarmi di usare a sproposito, c’è tutta la bravura di Avati nell’accostarsi a un genere che, pur estremamente diluito dal regista nel successivo trentennio, è rimasto sempre, decisamente nelle sue corde. Basta pensare a Zeder, a L’arcano incantatore, e perché no anche al recente, affatto disprezzabile Il nascondiglio.
Vivere sotto l’incudine paterna dall’infanzia all’adolescenza senza possibilità di fuga. Accettare a testa bassa comandi e ordini, perché il figlio di un pastore non può pensare altrimenti, perché la tradizione è una e univoca, niente ribellioni. Crescere prima degli altri sotto il peso del freddo e delle mani indolenzite, maturare prima degli altri e forgiarsi.
Liberamente ispirato a I mignotti – Vite vendute e storie vissute di prostituti e gigolò (Marenero, 2002) e Pornocuore – Sogni e desideri segreti di giovani omosessuali (Coniglio, 2005), due libri inchiesta firmati in coppia da Antonio Veneziani e Riccardo Reim, Altromondo è un’opera a metà tra il documentario e il film inchiesta, che si snoda in maniera coerente ma assai monocorde e ridondante dal punto di vista visivo, immaginando una consequenzialità narrativa che segue un iter crescente, dal sesso più degradato e degradante ai sogni d’amore puri ma difficilmente raggiungibili in una società che – è l’assunto principe del film – è ancora lontana dal riconoscere i giusti diritt
Una fiaba d’altri tempi cucita addosso a quella che, per il divenire degli eventi, oggi è consacrata come un’icona nazionale. Una fiaba che racchiude in sé elementi classici di storie del popolo, nate e create per il sogno e l’evasione da una realtà con ben poche speranze di serenità. Un mondo che sembra ormai appartenere inesorabilmente al passato dei ricordi. Un’Italia cinematografica che sapeva produrre opere curate, indimenticabili, ed esaltate dal fascino delle stelle di allora.
Quattordicesima edizione per Il Farinotti, in libreria dal 1980, curato da Pino Farinotti, docente di cinema e letteratura alla Scuola Nazionale del cinema e di Estetica del cinema all’Accademia di Belle Arti di Brera. Se dovete fare un regalo a un amico cinefilo non potete mancare di acquistare la nuova edizione del Farinotti, che la sua casa editrice definisce il primo e più completo dizionario di tutti i film distribuiti in Italia. Forse non sarà il primo, perché il Mereghetti (Baldini e Castoldi) dovrebbe superarlo come popolarità e completezza di informazione, ma di sicuro contiene molti titoli in un volume che consta ben 2475 pagine.
Un poeta nei mari del cinema
On.le Ministro Renato Brunetta,
Poteva essere un grande sogno, ma, ahimè, si è rivelato solo uno di quei brevi viaggi onirici propri del riposino pomeridiano, di quelli che come ti svegli già sono stati cancellati dalla memoria a breve termine con una passata di spugna così veloce da far invidia ai lavavetri che si incontrano ai semafori.
D'altro canto è sempre così, quando uno ha grandi aspettative queste sono destinate a schiantarsi contro un solido e metaforico muro, quello della realtà oggettiva e del prodotto ultimo.
Rapporto di un regista su alcune giovani attrici (2008) è l’ultimo lavoro di Roger Fratter, uscito nel 2009 su DVD edito e distribuito da Beat Record Company. Il regista scrive, sceneggia e monta la pellicola. Dirige la fotografia il fido Lorenzo Rogan. Le musiche sono di Massimo Numa e Teo Usuelli. La pellicola è uscita nel 2009, distribuita da Beat Records Company. Interpreti: Roger Fratter (Antonio Speller), Inga Sempel (Paola), Roberta Spartà (Tosca), Jill Campbell (Mara), Roberta Petroboni (la studentessa), Steve Brooks (Lorenzo), Simone Scafidi (Giordano), Silvia Brando, Barbara Ghisletti, Monica Malinowska, Laura Mancinelli, Barbara Personeni, Veronica Bonazzi, Elisabetta Mandelli, Valentina Varinelli.
È divertente, direi adorabile, vedere recitare le anziane signore raggruppate da Gianni Di Gregorio (sceneggiatore di Gomorra) nella sua opera prima che lo vede allo stesso tempo attore, sceneggiatore e regista: Pranzo di Ferragosto. Partito come piccolo film indipendente, prodotto da Matteo Garrone, ha avuto un successo sempre maggiore dopo la presentazione alla Mostra di Venezia. Di lì, la popolarità che in pochi si aspettavano e i numerosi premi (Premio Luigi De Laurentiis per la migliore opera prima, premi Pasinetti, Arca Cinema Giovani e Isvema).
Nei “Fogli di via Veneto” c'è più di qualche passo di straordinario interesse, a dispetto della – consueta – natura frammentaria del testo. In prima battuta, in queste pagine si può ricostruire un (piccolo, ma romantico) spaccato della vita degli artisti romani negli anni Cinquanta e Sessanta: Flaiano raccoglie tutta una serie di aneddoti (protagonisti, Maccari, Cardarelli, Fellini, Brancati), commemora le morti (Brancati, 1954; Cardarelli, 1959; Longanesi, 1957) e descrive via Veneto e Roma com'erano prima degli anni del boom.
La scomparsa di Tullio Kezich
È morto ieri mattina nella sua casa di Roma Tullio Kezich. Kezich era il più grande critico cinematografico italiano. Devo a lui la mia passione per il cinema. Primi di andare a vedere un film, non mi perdevo le sue recensioni apparse prima su Repubblica e poi sul Corriere della Sera. Nessuno come Kezich è riuscito a spiegare ai lettori il nostro cinema e i suoi meccanismi. A lui devo il mio grande amore per Federico Fellini. La sua meravigliosa monografia sul regista riminese rimane ancora oggi un testo fondamentale per comprendere il rapporto tra la realtà e il sogno nei film di Fellini.
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