È prassi oramai consolidata, che l’estate cinematografica italiana raccolga in sala – se si eccettua qualche remunerativo blockbuster, negli ultimi anni - i prodotti di nicchia più disparati e gli infiniti esuberi che l’industria di celluloide partorisce ogni stagione. Non sfugge a questa regola Butterfly Zone – Il senso della farfalla, curioso fantasy italiano diretto dal regista, autore, compositore e attore Luciano Capponi. Prodotto decisamente bizzarro, e con qualche vaga ambizione autoriale, Butterfly Zone ha vinto addirittura il Premio Méliès come Miglior Film Fantasy al XXIX Fantafestival.
Cercasi Gesù è un film non molto conosciuto di Luigi Comencini (1916 - 2007), grande regista che si ricorda per il neorealismo rosa di Pane, amore e fantasia (1953) e Pane, amore e gelosia (1954), ma anche per La ragazza di Bube (1963) e per il televisivo Le avventure di Pinocchio. Comencini è uno dei padri della commedia all’italiana, genere cinematografico che sapeva far sorridere raccontando la realtà. Uno dei suoi film manifesto è Tutti a casa (1960).
Il nuovo cinema italiano con ambizioni autoriali spesso si scontra con la mancanza di soggetti e sceneggiature che reggano la durata di un lungometraggio. È questo il caso di Faro, pellicola girata nella suggestiva cornice delle Isole Tremiti con buona perizia tecnica e grande cura scenografica, ma povera di idee.
Il favoloso mondo del cinema non è estraneo alla recessione. Sembra, piuttosto, che tutta una serie di lavoratori stiano soffrendo difficoltà che larga parte della cittadinanza non conosce, non immagina nemmeno e fatica, in ogni caso, a credere possibili. Questo romanzo di Antonio Petrocelli, attore e scrittore italiano classe 1953, alla spalle un esordio letterario con prefatore d'eccezione (Sofri: “Volantini. Ora tocca a me partire”, 2001), serve fondamentalmente a questo: a informare e sensibilizzare la cittadinanza a proposito dello stato e delle condizioni di vita degli attori meno noti, e di tutti i precari (cronici) del mondo dello spettacolo.
"Tutte le donne di un uomo da nulla" è l’ultimo film di Roger Fratter, uscito da pochi giorni in dvd per l’etichetta Beat Records Company. Vediamo in sintesi la trama. Paolo è sposato con Lorenza, una donna ricca che lo mantiene ma non lo stima, anzi lo umilia continuamente e lo fa sentire inutile. La coppia non riesce ad avere un accettabile rapporto sessuale, tra l’uomo e la donna non esiste dialogo ma un quotidiano monotono e privo di sentimenti. Paolo perde una partita a poker con Donato, ma non chiede i soldi per pagare il debito alla moglie e per guadagnare accetta un inconsueto incarico da fotografo: trovare un volto nuovo per un reality.
“Abbiamo in noi quattro vite successive, incastrate l’una dentro l’altra. L’uomo è un minerale perché ha in sé lo scheletro, formato da Sali e da sostanze minerali; attorno a questo scheletro è ricamato un corpo di carne, formato di acqua, di fermenti e di altri Sali. L’uomo è anche un vegetale, perché come le piante si nutre, respira, ha un sistema circolatorio, ha il sangue come linfa, si riproduce. È anche un animale, in quanto dotato di moralità e di conoscenza del mondo esterno, datagli dai cinque sensi completata dall’immaginazione e dalla memoria. Infine è un essere razionale, in quanto possiede verità e ragione”. (testimonianza di scuola pitagorica)
Tre indizi fanno una prova, quattro sono una certezza. Il Festival di Cannes sembra amare il cinema di Daniele Luchetti, invitato per la quarta volta sulla Croisette dopo Domani accadrà, Il portaborse e Mio fratello è figlio unico, e unico regista italiano in concorso nella selezione ufficiale con La nostra vita, da pochi giorni nelle sale italiane.
Federico Zampaglione (1968) non è soltanto un regista, ma la sua attività principale è quella di cantautore, fondatore - nel 1989 - della nota band dei Tiromancino. Ricordiamo la colonna sonora de Le fateignoranti di Ferzan Ozpetek. Il connubio tra musica e immagini è sempre stato importante per Zampaglione, che ha curato in prima persona regia e sceneggiatura del videoclip Un tempo piccolo, vincendo il primo premio Cinecittà e Cinefestival di Ravello come “Miglior videoclip italiano”.
“Una volta in scena come capisce se lo spettacolo funziona, se interessa il pubblico?
Da Paisà a Salò e oltre è il terzo libro del professor Maurizio De Benedictis pubblicato dalla casa editrice Avagliano, e come il titolo stesso suggerisce si prefigge di analizzare il cinema italiano attraverso un periodo di tempo ben delineato: dal 1946 del capolavoro rosselliniano al 1975 dell’opera postuma di Pasolini. Due film estremamente diversi e lontani nel raccontare la società italiana e differenti soprattutto nel linguaggio – realista il primo, metaforico il secondo – utilizzato per raccontarla.
Il mondo lo sa, non c'è bisogno di essere grandi estimatori di cinema per arrivare al nocciolo della questione: i film firmati Ferzan Özpetek spesso e volentieri sono lenti e apparentemente interminabili come i viaggi sulla Freccia del Sud per arrivare da Milano a Reggio Calabria. È una cosa a cui si fa il callo, come probabilmente succede agli italiani con la pioggia quando si trasferiscono a Londra: nella vita, in fondo, ci si abitua proprio a tutto!
Desideri su una stella cadente, in italiano suona più o meno così questo ritratto veritiero della Cuba contemporanea che tre documentaristi italiani hanno realizzato sul campo. La Rivoluzione Cubana ha cinquant’anni e li dimostra tutti, anche se il regime si sforza di realizzare lavori di maquillage nel centro storico per consentire visite senza troppi problemi a gruppi di turisti. Eusebio Leal, la mano destra di Castro, è il sindaco dell’Avana, colui che è deputato a occuparsi di ricostruire il lungomare, i palazzi storici, il Boulevard, la parte centrale della città, dichiarata dal 1982 patrimonio dell’umanità.
L’esordio cinematografico di Pupi Avati, datato 1968, lo vide cimentarsi in una sorta di horror grottesco dal titolo già ampiamente emblematico: Balsamus, l’uomo di Satana. L’opera contiene, senza ombra di dubbio, molte tracce del suo cinema successivo, soprattutto quello dei Settanta, periodo in cui gotico, fiabesco, grottesco e orrorifico si mescolarono sovente senza soluzione di continuità nei suoi lungometraggi. Si evidenziarono, comunque, una riconoscibile cifra autoriale e un’estetica ben delineata, oltre ché la scelta di una connotazione geografica ben precisa.
A volte un film da ricordare nasce anche così, grazie alla perseveranza di chi l’ha immaginato, di chi ha fortemente creduto che il suo progetto avesse qualcosa di importante da raccontare. E qui ci sono ben due storie da raccontare: la prima riguarda il sorprendente esordio alla regia del teramano Marco Chiarini, una vicenda di impegno, passione, fiducia e intelligenza; di ostinazione e lungimiranza. La seconda, la più importante, è la splendida fiaba che ne deriva. Senza esagerare, L’uomo fiammifero è una pellicola che rigenera lo stanco e provinciale cinema italiano, sempre più ingrigito e avvitato su sé stesso, sui suoi stereotipi, sulle sue storie senza nerbo e senza respiro.
A un anno di distanza dal terrificante La casa dalle finestre che ridono, uno dei migliori thriller-horror italiani dei prolifici - per il genere – anni Settanta, Pupi Avati torna a ripercorrere i sentieri del giallo gotico ma in chiave quasi totalmente parodistica. E in quel quasi, che chi ha un vago ricordo del film può imputarmi di usare a sproposito, c’è tutta la bravura di Avati nell’accostarsi a un genere che, pur estremamente diluito dal regista nel successivo trentennio, è rimasto sempre, decisamente nelle sue corde. Basta pensare a Zeder, a L’arcano incantatore, e perché no anche al recente, affatto disprezzabile Il nascondiglio.
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