Da ormai almeno un secolo, l'ossessione del popolo curdo è la frontiera. Nel caso specifico le frontiere (5): quelle che si interpongono alle sovranità territoriali di Iran, Iraq, Siria e Turchia. Lo stesso per gli abitanti della diaspora, che la frontiera la astraggono, la sublimano e ne fanno un sentimento: l'esilio. La frontiera può servire a definire un luogo, un'identità. Ma serve anche a dividere e ad allontanare. Se spacca un popolo in quattro porzioni ineguali, la frontiera è uno strumento di guerra e di governo, secondo il vecchio adagio latino divide et impera. È la premessa delle pratiche assimilatorie.
I cavalli possono ubriacarsi se qualcuno dà loro dell’alcol. E nel Kurdistan iraniano, al confine con l’Iraq, i carovanieri che portano le loro merci a dorso di muli al di là del confine mescolano all’acqua destinata ai loro animali l’alcol necessario a farli resistere al gelo e alla fatica del viaggio. Ma capita anche che quelle bestie, stordite e stremate dall’intruglio bevuto e dalla stanchezza, affondino inutilmente nella neve e rimangano inermi e sfiancate a terra.
Teheran è una metropoli come tante. Soffocata dal traffico, popolata di quartieri affollati, cosparsa di rifiuti, costellata di palazzoni di cemento armato ed è, forse più di altre città, piena di contraddizioni. Perché contratta da forze opposte: da una parte la spinta globalizzante fatta di tecnologie, progresso, velocità, arte, desiderio di innovazione, dall’altra la massiccia zavorra dei rigidi canoni di un regime islamico che pone sopra tutto la morale religiosa, il buon costume, il divieto di tutto quanto abbia a che fare con l’Occidente corrotto. Per questo fare musica in Iran è difficile e pericoloso.
Shirin Neshat è una regista iraniana nata Qazvin nel 1957 ma residente da anni a New York. “Donne senza uomini” (titolo originale “Zanan-e bedun-e mardan”) è il suo primo lungometraggio ed è tratto dall’omonimo romanzo di Shahrnush Parsipur. Al film della Neshat, nel 2009, è stato assegnato il Leone d'Argento alla Mostra del Cinema di Venezia.
Orso D’Argento a Berlino per la miglior regia e premiato al Tribeca Film Festival come Best Narrative Feature, About Elly è il nuovo lungometraggio del regista iraniano Asghar Farhadi, già premiato dalla critica europea per i precedenti Dancing in the dust (Festival di Mosca), A beautiful city (Festival di Varsavia) e Fireworks wednesday (Festival Internazionale di Locarno).
I silenzi, l’isolamento e il senso di sgretolamento dell’individuo che nutrivano e sostenevano “Taxi Driver” rinnovati e tradotti nel nuovo film di Jafar Panahi, regista iraniano indipendente, classe 1960. Film censurato in patria, dove è proibita anche la visione privata della pellicola: la rigida censura del regime non ha approvato un richiamo codificato alla rivoluzione del 1957, contenuta in un dialogo (argomento: le sigarette).
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