Le spy story, nel cinema, tutto sommato reggono al tempo che passa, ancorché le mirabolanti e pirotecniche imprese del Tom Cruise di Mission Impossible siano lontane anni luce dal fascino dello spionaggio anni Sessanta e Settanta, e non solo da quello incarnato da James Bond. Ma oltre a Tom Cruise, Sean Connery e Roger Moore, alle loro arcinote pellicole campioni d’incasso che si sono succedute nel tempo, il cinema internazionale ricorda un filone ben più serioso e verosimile, soprattutto nei Settanta.
Quarant'anni dividono Bertolucci da McQueen. 5850 chilometri separano Parigi da New York. Nella nudità dei numeri l'itinerario della filmografia d'autore contemporanea compie la propria parabola.
L’Inghilterra dei primi anni Ottanta, quella in cui imperversava la “Lady di ferro”, Margaret Thatcher, al di là delle lodi che ogni tanto ripropone qualche nostalgico dell’ ultraliberismo sfrenato – fuori tempo massimo e oltremodo miope, constatate le cause dell’attuale crisi economica – fu certamente un tempo buio e desolato, dati storici alla mano, soprattutto per quelle giovani generazioni che si sono trovate a vivere il disagio dell’assenza di lavoro e le crescenti spinte nazionaliste innescate dal conflitto con l’Argentina nelle Falkland. E proprio nel 1983, anno nel quale la Thatcher esaurì il suo primo mandato, è ambientato This is England, lungometraggio fortemente autobiografico dir
«Io non ho futuro, nessuno ha futuro, abbiamo chiuso! Guardati un po' intorno, qui sta andando tutto per aria».
Diretto dal regista londinese Matthew Vaughn, Kick-Ass è l’adattamento cinematografico, con qualche sostanziale aggiustamento, del primo volume dell’omonimo fumetto ideato da Mark Millar e disegnato da John S.Romita jr. È arrivato in Italia con oltre un anno di ritardo rispetto all’uscita statunitense, causa mancanza di distribuzione dovuta agli elevati costi di vendita imposti dai produttori e per alcune sequenze ritenute violente e scurrili.
Va in scena un invalidante difetto del parlare che in questo lavoro, a causa della personalità d’eccezione che ne è colpita, acquista una speciale risonanza. La valida sceneggiatura di David Seidler dà vita a una sorta di dramma da camera che si sviluppa principalmente attorno alla “strana coppia”, composta dal duca di York (futuro Giorgio VI) e il logopedista australiano Lionel Logue, pioniere nel trattamento della balbuzie, cui si affianca, seppure in posizione più defilata, Elizabeth Bowes-Lyon, la moglie del duca, nota in seguito come regina madre.
Nel 2005 lo scrittore nippo-britannico Kazuo Ishiguro, già autore dell’indimenticabile Quel che resta del giorno, diede alle stampe Non lasciarmi, un’opera sconvolgente e distopica ambientata nel Regno Unito in un recente passato alternativo. Un romanzo potente, angoscioso e visionario, che pone inquietanti interrogativi al lettore in merito a temi come l’anima e la natura umana, l’amore e la possibilità di corrispondersi anche a dispetto di un destino ingiusto e feroce, l’arte e il suo essere specchio dell’interiorità degli uomini, o di coloro che sono creati a loro immagine.
A un anno e mezzo dal suo debutto nelle sale americane, è uscito nei cinema italiani American Life, del regista britannico, Premio Oscar (American Beauty, sorpresa assoluta del 2000), Sam Mendes.
Applausi convinti al Festival Internazionale del Film di Roma per Burke & Hare, del sessantenne regista americano John Landis, che torna al lungometraggio per le sale dopo lungo tempo (da Blues Brothers – il mito continua e Susan’s Plan, ambedue datati 1998) con una commedia beffarda che non nasconde punte di cinismo e che si struttura come una vera e propria satira sociale, ambientata ad Edimburgo poco oltre l’inizio del diciannovesimo secolo.
Delitto e castigo. Proprio Delitto e castigo, capolavoro letterario attraverso il quale Dostoevskij influenzò tutta la letteratura a venire, è forse il libro delle coscienze per antonomasia. In un certo qual modo uno dei padri letterari (non per la forma letteraria, evidentemente) della storia che Jonathan Trigell ci racconta nel suo sconvolgente romanzo d’esordio, Boy A, e che John Crowley portò al Festival di Berlino nel 2008, fedelmente restituendo l’opera del giornalista-scrittore inglese e ottenendo anche un prezioso riconoscimento.
Fish Tank, ovverosia acquario; un luogo circoscritto e a conti fatti opprimente, una condizione esistenziale, una prigione psichica prima che fisica. Certo a sguazzare negli angusti spazi di una prigione d’acqua e vetro non sono i pesci, nell’opera seconda della talentuosa regista britannica Andrea Arnold, ma una quindicenne inquieta che schiuma rabbia e insofferenza per una condizione alienante percepibile sin dalla giovane età, a certe latitudini.
Trasposizione abbastanza fedele dell’omonimo romanzo di Ian McEwan, Il giardino di cemento è il terzo film diretto dal regista e sceneggiatore Andrew Birkin, fratello della bellissima Jane Birkin, mito e icona artistica dei Settanta, e pertanto zio dell’affascinante Charlotte Gainsbourg, non a caso protagonista femminile della pellicola. Di non semplice adattamento, viste le tematiche e l’essenzialità narrativa di McEwan, l’opera venne ospitata in concorso a Berlino nel 1993 e vinse un meritato Orso d’argento.
Periodo di festività e banchetti, le pance lievitano e le cinture scoppiano, ed in questo bel quadretto non poteva che piazzarsi un film d'azione che, uscendo proprio il giorno di Natale, era ovvio sarebbe stato preso di mira da giovani e meno giovani pronti a guardare con aria sognante quel movimento fisico che loro non potranno fare almeno fino a dopo l'Epifania.
Aspettative e preconcetti non pagano certo il biglietto al cinema – e questo è una fortuna viste le esose tariffe che vengono richieste dai multisala – ma ben sappiamo che essi ci fanno compagnia ogni qual volta desideriamo dedicarci alla fruizione della settima arte, immaginando trama, taglio e quant’altro della pellicola di cui abbiamo avuto l’occasione di visionare il trailer. Se poi il film è tratto dal più famoso romanzo di Oscar Wilde, Il Ritratto di Dorian Gray, la nostra amica “Aspettativa” e il suo compagno “Preconcetto” cominciano ad acquisire quasi una loro consistenza, stringendoci sulla poltrona del cinema come se avessimo avuto la malaugurata idea di accomodarci proprio tra Platinette ed il Gabibbo.
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