“Il mio nome è Khan, e non sono un terrorista”. È questo il leitmotiv, la frase che il protagonista dell’ultimo grande successo targato Bollywood pronuncia a più riprese per affermare un principio identitario non così scontato agli occhi dell’America post 11 settembre. My name is Khan è l’ultimo film del giovane regista indiano Karan Johar, uscito nelle sale ad Abu Dhabi il 10 febbraio scorso. Dopo aver incassato molto sia in madrepatria che in Gran Bretagna, Stati Uniti, Oceania e Medio Oriente, la pellicola è stata presentata fuori concorso all’ultima Berlinale e al Festival Internazionale del film di Roma.
A BEAUTIFUL DAY
Il colonialismo non è mai finito, e neppure le guerre di religione. L’Occidente continua imperiosamente a drenare le risorse del pianeta, e nel farlo, in molti casi, devasta le culture degli altri popoli che lo abitano, ne sconvolge i sistemi di vita, le usanze, le economie, l’habitat. I monoteismi continuano ad essere fonte di tragiche incomprensioni, di conflitti sanguinari altrimenti evitabili. Si può dire che dal 1884, l’anno in cui si svolge il bel film di Shekhar Kapur, da questo punto di vista il quadro sia sostanzialmente immutato.
Se tentiamo di ritrovare nella memoria le produzioni cinematografiche indiane o pakistane (e comprendo perfettamente che l’accostamento suoni blasfemo, tuttavia riconosco e ammetto con dolore il mio misero approccio culturale occidentale) proposte nelle sale europee negli ultimi anni, subito tornano alla mente “Salaam Bombay” e il mediocre “Kama Sutra” di Mira Nair, regista di questo “Monsoon Wedding”, e “East is East”, divertente e farneticante commedia che riscosse buon successo tra 1999 e 2000.
Ad un indiano questo dato risulterebbe sconcertante: l'industria di cinema è infatti vivacissima nella sua patria.
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