Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento, attesissimo nuovo lungometraggio dello Studio Ghibli, è stato presentato fuori competizione un anno fa al Festival Internazionale del Film di Roma, suscitando buoni consensi della critica e spasmodica attesa negli appassionati.
Celebre per Ringu e Dark Water, due horror che hanno trovato fortuna (e conseguenti remake in salsa americana) ben oltre i confini del Giappone, il regista nipponico Hideo Nakata torna a dirigere un film “occidentale” dopo la poco fortunata esperienza di The Ring 2. I segreti della mente, titolo fantasiosamente adattato dall’originale e ben più calzante Chatroom, si discosta un pochino dal genere orrorifico privilegiato da Nakata, per andare a solcare i territori del thriller psicologico che sfocia nel dramma.
Si rivela essere un esperimento maldestro quello di gettarsi nel pieno di una storia di animazione costruita sul finire del secolo ormai trascorso. Alla nuova “generazione” non mi lega alcuna tenerezza d’infanzia, neppure attenuati ricordi che possano ingannare e, quindi, deviare la volontà da un giudizio spassionato. Smuovere la sabbia della nuova realtà d’animazione può a volte riservare sorprese di vario genere, piacevoli o meno dipende dai punti di vista e dallo stato d’animo del momento. Non sono nuova ad “esperimenti” di tal genere, ma questa volta c’era una vera e propria sfida da portare a compimento.
Tra gli Extra, fuori concorso, il Festival di Roma ha presentato X (Minus by Minus), del regista giapponese Hajime Izuki, film dal taglio neorealista che indaga storie di solitudine urbana alla periferia di Tokio. Siamo in un sobborgo di Osaka, nel quale vive e lavora Takashi, tassista trentacinquenne e separato che non vede il figlio da anni ed è gravato da molti debiti. Trascorre le sue giornate stancamente, evitando incontri di qualsiasi tipo. Un giorno sale sul suo taxi una strana donna, che lo invita in casa per colmare il senso di vuoto che la attanaglia. Kyoko ha perduto un figlio, e sembra volersi consolare con la compagnia dell’uomo.
Per una volta coraggiosa e inusuale fu la scelta dell’Academy Awards, quando poco più di un anno fa decise di premiare con l’Oscar per il miglior film straniero il giapponese Okuribito – divenuto poi Departures, anche sul nostro mercato -, scalzando così dalle posizioni acquisite il favoritissimo Valzer con Bashir e la Palma d’Oro Entre les murs (La classe). Una vera e propria sorpresa, soprattutto per il tema trattato dall’opera di Yojiro Takita, evidente già dal titolo, che vista la cornice nella quale competeva difficilmente poteva riferirsi a un qualsivoglia horror o divertissement a base di cadaveri o fantasmi.
Uno dei più interessanti e originali anime uscito negli ultimi tempi sui canali satellitari è sicuramente Ergo Proxy. Il filone è quello fantascientifico, ma la fantascienza è solo una semplice cornice per catapultare lo spettatore negli angosciosi meandri della psiche dei protagonisti, calati dal regista Shuko Murase e dallo sceneggiatore Dai Sato in un universo cupo e straniante dove vincono penombra, chiaroscuri, colori tetri e scenografie allucinogeno-ossessive. Siamo nella città-cupola di Rom-Do, in un futuro remoto indecifrabile, luogo in cui convivono uomini e autorave (androidi a totale servizio dell’uomo) in conseguenza della quasi estinzione del genere umano.
Seguendo le tracce del celeberrimo Studio Ghibli, nel 2006 uscì in Giappone nelle sale il primo lungometraggio della Gonzo, Origine – Spirit of the Past (il titolo originale, tradotto in italiano, sarebbe Agito dai capelli d’argento), pellicola ad alto budget e ad ottima resa estetica. Sul solco del cinema miyazakiano, Keiichi Sugiyama immagina una storia ambientata in un futuro remoto in cui centrale è il tema del complicato equilibrio tra l’uomo e l’ecosistema, a seguito dell’immancabile cortocircuito che annienta il vecchio mondo per edificarne uno nuovo. Nella fattispecie, siamo trecento anni nel futuro, in un mondo devastato dall’uomo che si ritrova a sopravvivere con mezzi di sussistenza primaria.
Regia: Hayao Miyazaki. Soggetto e sceneggiatura: Hayao Miyazaki, Kubo Tsugiko. Fotografia: Mark Henley. Scenografia: Kazuo Oga. Montaggio: Takeshi Seyama. Effetti: Kaoru Tanifuji. Musica originale: Joe Hisaishi. Produzione: Tokuma Japan Communications Co. LTD., Studio Ghibli, Walt Disney Animation. Titolo originale: “Tonari No Totoro”. Origine: Giappone / Usa, 1988. Durata: 86 minuti.
Può una pesciolina rossa innescare una rivoluzione dell’ecosistema? Nei film di Miyazaki accade anche questo, senza che nessuno se ne abbia a sorprendere, né i personaggi della storia dell’ultimo lungometraggio del maestro dell’animazione orientale, né tanto meno gli spettatori amanti, abituati ai suoi universi cangianti, caleidoscopici e metamorfici. Con Ponyo sulla scogliera Miyazaki ci regala il suo film dall’apparenza più infantile e lineare, nel quale il sempre frastornante quadro visivo è posto al servizio di un’amicizia quanto mai fanciullesca, tra un bimbo di cinque anni e un pesce rosso dalle vaghe sembianze antropomorfe.
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