"The artist", film girato in bianco e nero, muto, nominato e vincitore di numerosissimi premi sparsi per il mondo, in attesa dei prossimi Oscar per cui ha ricevuto ben 10 nominations, non è un film così facile di cui parlare. Almeno, per quel che sembra a me, ci sono due piani da prendere in considerazione: uno è quello del film, la sua storia, i suoi personaggi ; l'altro è quello del contesto cinematografico in cui il film vive.
Parto dal primo:
Parigi, 16 luglio 1942, durante l’occupazione tedesca della Francia. Sarah Starzynsky, una bambina ebrea di dieci anni, sta giocando con il fratellino Michel quando, all’improvviso, sente bussare con energia alla porta; lì per lì pensa che sia il padre, salito dal suo nascondiglio in cantina.
Una delle tendenze intime più occultate o dissimulate, per uomini e donne di qualsiasi d’età, è quella di agire preoccupandosi del giudizio altrui. Cercare un modo, il più possibile accettato dall’altro, di modificare in maniera socialmente più giustificabile i propri comportamenti pubblici, fino a nascondere del tutto i più imbarazzanti tic, le più ingombranti manie. Anche l’essere umano più sicuro in apparenza non è esente da questo moto spontaneo di protezione di sé rispetto al giudizio esterno, pubblico ma non sempre manifesto, che ci investe improvviso e che sovente mette a rischio la nostra salute emotiva.
Forse ha ragione Mereghetti: film così in Italia non ne faremo mai, per una lunga serie di ragioni, tutte valide. La prima: abbiamo ancora, nonostante i trascorsi storici, una visione retrograda dell’immigrazione. La seconda: in pochi hanno voglia di sognare su un tema molto delicato e ancora “demagogico”. La terza, la minore in ordine d’importanza: in pochi lo andrebbero a vedere, anche se il film, come in questo caso, è davvero bellissimo. È un peccato, perché Les Mains en l’air (Mani in alto), italianizzato in Tutti per uno, è una gran bella favola sull’immigrazione, semi-fantascientifica e futuribile, che racchiude in un’idea semplice, con una grande sceneggiatura, il pensiero dell’opinione pubblica più accorta.
L’esplosivo piano di Bazil segna il ritorno dietro la macchina da presa da parte di Jean-Pierre Jeunet, a cinque anni di distanza dall’interessante e poco fortunato Una lunga domenica di passioni. È un ritorno alla commedia satirica per il regista transalpino, che in parte richiama alla memoria Delicatessen, film d’esordio che lo rese noto in patria e immediatamente oltre il territorio nazionale.
Ispirata alla pièce teatrale di Pierre Barillet e Jean-Pierre Grédy, la nuova commedia del regista francese François Ozon, Potiche – La bella statuina, arriva in sala dopo aver soddisfatto la critica nella sua passerella al Festival di Venezia.
George (Daniel Auteuil), Anne (Juliette Binoche) e il loro unico figlio Pierrot (Lester Makedonsky) incarnano la perfezione della famiglia alto borghese francese che vive serenamente in una casa invasa dai libri. Lui è un personaggio di successo che conduce un programma culturale in TV. Lei lavora con apparente soddisfazione per una casa editrice. Il ragazzino, tanto per cambiare, è un adolescente silenzioso e schivo con cui i genitori hanno un dialogo approssimativo. L’incanto della famiglia felice si incrina quando arrivano delle strane videocassette che mostrano ore di riprese fisse sulla casa di George ed Anne.
Autore nel 2003 di quel piccolo gioiello che è Les Triplettes de Bellevile (Appuntamento a Belleville), Sylvan Chomet per la sua opera seconda non cambia la modalità espressiva, quella del cinema di animazione, e rende omaggio ad uno dei personaggi più originali del cinema francese, quel Jacques Tati autore di quella esilarante e malinconica maschera che era Monsieur Hulot, protagonista di pellicole come Mon Oncle (Mio Zio), premio Oscar per il miglior film straniero nel 1958. L’illusionista è infatti una sceneggiatura dello stesso Tati, scritta l’indomani di Mon Oncle e rimasta inedita fino ad oggi.
Il Festival Internazionale del Film di Roma ha aperto le proiezioni, dopo aver omaggiato Ugo Tognazzi, con un interessante film del regista bavarese Sam Garbarski (già regista di Irina Palm), una coproduzione franco-belga-lussemburghese in concorso nella sezione “Alice nelle città”. Quartier Lointain è un’opera dal retrogusto fiabesco, che parte da uno spunto dolcemente nostalgico centrato sui ricordi infantili e sull’immaginaria possibilità di correggere il passato per evitare il dolore e la perdita.
Homo homini lupus. E’ a questa espressione che ho pensato dopo aver terminato la visione de “Il tempo dei lupi” e, chissà, forse lo stesso Haneke aveva in mente un principio simile quando ha deciso di realizzare questo film. Perché, in fondo, tutti gli uomini, costretti a vivere in condizioni estreme e proibitive tornano ad essere “lupi”, quindi belve, creature crudeli e selvagge, attente a sopravvivere ad ogni costo e capaci di compiere gli atti più efferati pur di non soccombere. Il titolo del film, a quanto pare, è tratto dalla Völuspá (La Profezia della Veggente), un antico poema nordico che descrive la venuta del Ragnarök, la fine del mondo, per voce di una völva (veggente) che parla ad Odino.
Vienna. Erika Kohur (Isabelle Huppert) è una quarantenne, docente di pianoforte presso il conservatorio cittadino. Donna glaciale, severissima e irreprensibile. Almeno all’apparenza. In fondo bastano i primi fotogrammi a farci comprendere quanto sia agghiacciante la vita che Erika conduce fuori dalle aule di musica. La donna torna a casa un po’ più tardi e trova sua madre (Annie Girardot) ad aspettarla.
A volte le cose più belle hanno inizio per caso e si contraddistinguono per la propria semplicità: i nuovi amori, un libro usato comperato ad un banchetto a poco prezzo, un film il cui titolo è stato consigliato da una persona incontrata dopo tempo in giro per la città. In questo modo, senza alcuna aspettativa o pretesa, arriva Ricky, una storia che vuole parlare di Diversità, di Libertà e Amore, come se non fossero già stati utilizzati metri e metri di pellicola per trattare, più o meno bene, gli stessi argomenti.
Luis Buñuel viene studiato nelle università perché insieme a Ingmar Bergman, Federico Fellini, Michelangelo Antonioni e pochi altri è considerato uno degli inventori del cinema cosiddetto “moderno”, dando peso al ruolo del regista all’interno dell’opera cinematografica, superando quindi il classico e anticipando il cinema contemporaneo.
Gran Premio al Festival di Cannes, miglior film non anglofono ai Bafta 2010, candidato all’Oscar come miglior film straniero, e vincitore di ben 9 Premi César, tra i quali film, regia, sceneggiatura e attori maschili. Non solo premi ma anche una ottima accoglienza di pubblico per l’opera quinta di un regista, Jacques Audiard, amato e sovente premiato dalla critica (Sulle mie labbra, Tutti i battiti del mio cuore), a cui piace definirsi artigiano ma che anche in questo suo ultimo, intenso lungometraggio dimostra di essere un autore capace di fondere il realismo con le divagazioni oniriche, l’intrattenimento col minimalismo, il ritmo con la riflessione e con il dubbio.
Il cinema di Michel Gondry ha rappresentato sin dal suo esordio dietro la macchina da presa una delle forme più autentiche di resistenza culturale, prima trasformando il videoclip da accessorio puramente commerciale in qualcosa con una propria dignità artistica, poi realizzando una serie di film in netto contrasto con la debordante spettacolarizzazione delle immagini propria del cinema di Hollywood, sostituendo all’effetto scenico digitale, quello artigianale carico della creatività – questa sì debordante – propria dell’infanzia.
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