La fine del mondo secondo Lars von Trier. Ecco cosa potrebbe sembrare a prima vista Melancholia, nuovo tassello di una cinematografia eccessiva, disturbante, furba, ammiccante ma sicuramente sempre originale di uno dei più acclamati e discussi cineasti europei contemporanei. Il regista danese, anche stavolta, nella presentazione consueta a Cannes, non si è fatto mancare i motivi di polemica, con le dichiarazioni su Hitler (“in fondo lo capisco, mi fa simpatia”) e sugli ebrei (“Israele è un dito al culo”, oppure “Credevo di avere origini ebraiche, invece ho scoperto di essere un vero nazista”), mentre la sua protagonista, Kirsten Dunst, sussurrava uno sbigottito “Oh my God!”. Lars von Trier, nazista?
Ho avuto modo di leggere, in merito alla uscita italiana di Melancholia, che Lars von Trier avesse dichiarato quel che ha dichiarato durante la sua conferenza stampa all'ultimo Festival di Cannes per distogliere l'attenzione dalla pochezza espressiva del suo film più recente. Una strategia del diversivo attuata da un regista che, stante questa ipotesi, era ben consapevole della mancata riuscita del suo girato.
Nato a Copenaghen nel 1970, ma trapiantato a New York durante l’infanzia, Nicolas Winding Refn è probabilmente il maggior talento che il cinema danese ha partorito dai tempi in cui s’affermò a livello mondiale Lars von Trier. Come von Trier, anche Winding Refn è stato consacrato dal Festival di Cannes, vincendo il premio come miglior regista per Drive. Sorpresa perché Drive, dal 30 settembre nelle sale italiane, è sostanzialmente un film di genere, una sorta di thriller-action, tratto dall’omonimo romanzo di James Sallis, che nelle mani del regista danese si trasforma in un noir romantico dalle atmosfere incubotiche e dal fortissimo impatto visivo.
Dopo la poco convincente parentesi americana con Noi due sconosciuti, la cinquantenne regista e sceneggiatrice danese Susanne Bier torna in patria con un film pensato e costruito appositamente per concorrere nelle rassegne festivaliere. In un mondo migliore è in effetti il classico film a cui la critica non rimane insensibile, sia per i temi trattati che per il ritorno a un cinema indipendente che porta ancora con sé qualche traccia del Dogma e del maestro Lars von Trier.
È una festa: quella che sancisce il sessantesimo compleanno del pater familias, quella che dovrebbe celebrare unità e tradizione e commemorare anche il trapasso di una figlia, Linda, e di una sorella, Linda, morta suicida, poco tempo fa, in quella casa che oggi è adibita a nuove funzioni per esorcizzare il passato. È una festa, almeno questi sono i presupposti: il primogenito, Christian, affermato ristoratore nel cuore della Francia, la sorella stravagante, Helene, fidanzata con un negro e strafatta di canne, il fratello minore, alcolizzato e collerico, Michael, sempre alla ricerca di approvazione paterna e violento con la moglie.
Lars von Trier è un grande paraculo. Così scrissi qualche anno fa e così mi ripeto ancora oggi, dopo aver visto il suo Antichrist, opera controversa e fischiatissima dal pubblico e massacrata dalla critica in conseguenza del recentissimo passaggio al Festival di Cannes.
Noi non siamo Grace. Siamo Dogville. In scena non è la ghettizzazione della nostra diversità, ma al contrario la nostra paura dell’altro, il nostro chiuso conformismo. Dalla materia fangosa di cui è composto l’essere umano, è davvero difficile ricavare qualcosa di limpido, buono, disinteressato. Siamo creature egoiste e vanitose, peggio dei cani e di tutte le bestie che almeno hanno più limitato lo spettro di scelta. La nostra è invece una deliberata volontà di commettere il male. Per autodifesa ci stringiamo in comunità, in branchi rivali che coltivano il loro senso di sé attraverso l’esclusione dell’altro.
Che cos’è la felicità, e dove si nasconde?
Non dipende dal benessere, e non dipende dalla ricchezza. Non discende dagli agi e dalle comodità, e non deriva dalla soddisfazione di vivere in uno stato dalle giuste leggi; alla nuova e fatalmente dormiente società occidentale, sembra una condizione casuale. “Avviene”, o capita – per così dire – e con la stessa, brutale...
LA SOLITUDINE e LA GRANDEZZA
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