Torna di moda il baseball, nel cinema americano, e convince anche i membri dell’Academy. L’arte di vincere (Moneyball), film diretto da Bennet Miller e basato sul libro Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game di Michael Lewis, si aggiudica ben sei nomination per l’Oscar 2012, dietro soltanto ai due grandi favoriti Hugo Cabret e The Artist.
"The artist", film girato in bianco e nero, muto, nominato e vincitore di numerosissimi premi sparsi per il mondo, in attesa dei prossimi Oscar per cui ha ricevuto ben 10 nominations, non è un film così facile di cui parlare. Almeno, per quel che sembra a me, ci sono due piani da prendere in considerazione: uno è quello del film, la sua storia, i suoi personaggi ; l'altro è quello del contesto cinematografico in cui il film vive.
Parto dal primo:
Remake di un horror per la televisione diretto nel 1973 da John Newland, Non avere paura del buio, segna l'esordio nel lungometraggio di Troy Nixey, comic book artist divenuto pupillo del produttore e sceneggiatore, nonché noto regista, Guillermo del Toro. E trattandosi di del Toro, come noto agli appassionati, ci addentriamo in un mondo che mescola orrorifico, fanciullezza e fiaba iniziatica, un territorio in cui le paure infantili si materializzano e diventano letali per i malcapitati personaggi in scena.
Che la politica non fosse rose e fiori, che fosse il luogo principe di compromessi, mediazioni e piccoli grandi ricatti; che in un grande partito convivano diverse anime e diversi interessi, che la concorrenza interna ad esso sia spietata, dal vertice alla base, non ce lo doveva certo spiegare George Clooney, che al suo quarto lungometraggio dietro la macchina da presa sceglie un thriller politico dal taglio esplicitamente morale per convincere il pubblico e i membri dell’Academy che si possono fare film che coniugano impegno civile e intrattenimento.
Gil, il protagonista di “Midnight in Paris”, è una Cenerentola al contrario. Nella favola, a mezzanotte, si ritornava alla vita agra; qui, invece, allo scoccare del nuovo giorno, succede il contrario, nasce la magia.Gil è un ordinario scrittore di sceneggiature, in vacanza a Parigi con la fidanzata californiana e i futuri suoceri, sostenitori del Tea-party, ricchissimi che lo considerano cheap, oltre che senza qualche rotella. Lui sta scrivendo un romanzo su un Negozio di Ricordi, capace di vendere i souvenir e, forse, anche il passato. In questo senso, il film può essere considerato un’opera meta-letteraria, visto che l’ assunto di esso è che ogni nostalgico può ritornare indietro alla propria età aurea.
La condizione precaria di larga parte della middle class americana è sempre più palese agli occhi degli scienziati sociali e degli studiosi che indagano, a vario titolo, l’argomento. I liberi professionisti hanno vita dura, se non scelgono di rincorrere il profitto a tutti i costi, e certe volte nemmeno la brama di denaro è sufficiente a riscattare una condizione economica che risente della più grossa crisi del sistema economico-finanziario dai tempi del crollo della borsa di Wall Street. Questa la premessa doverosa, nota ai più ma che è sempre bene ricordare, per introdurre una commedia riflessiva e agrodolce, presentata con successo all’ultimo Sundance Film Festival.
Parigi è considerata la città dell’arte per antonomasia, dagli americani amanti del Vecchio Continente, e forse non soltanto da loro. Parigi per costoro è il tempio dell’arte tout court: poesia, letteratura, pittura, musica, cinema, danza e tutte le contaminazioni immaginabili tra le arti sono possibili in questo luogo cantato, evocato, ritratto e descritto con dovizia di particolari, nel tempo, dagli artisti stessi che vi hanno soggiornato. Chiedere loro perché Parigi è così magica, unica, il simbolo dell’estetica e della bellezza, del fascino romantico, retrò e al contempo innovativo delle epoche che si succedono è una domanda quasi superflua.
Quasi tre anni fa, nel gennaio del 2009, uscì nelle sale italiane un film svedese che aveva ottenuto numerosi premi in diverse rassegne cinematografiche e che aveva fatto gridare al piccolo capolavoro, considerando il genere.
Nato a Copenaghen nel 1970, ma trapiantato a New York durante l’infanzia, Nicolas Winding Refn è probabilmente il maggior talento che il cinema danese ha partorito dai tempi in cui s’affermò a livello mondiale Lars von Trier. Come von Trier, anche Winding Refn è stato consacrato dal Festival di Cannes, vincendo il premio come miglior regista per Drive. Sorpresa perché Drive, dal 30 settembre nelle sale italiane, è sostanzialmente un film di genere, una sorta di thriller-action, tratto dall’omonimo romanzo di James Sallis, che nelle mani del regista danese si trasforma in un noir romantico dalle atmosfere incubotiche e dal fortissimo impatto visivo.
"Ho sempre sentito un'affinità per la musica blues: la cultura dei"cantastorie" attraverso la musica mi affascina e mi attrae incredibilmente. Il blues ha una grande risonanza emotiva e rappresenta l'origine della musica popolare americana." (Martin Scorsese)
- Hai letto la Bibbia, Pete?
- La Sacra Bibbia?
- Sì.
- Sì, mi pare di sì… comunque ne ho sentito parlare.
Tornano le suggestioni della fantascienza d’annata, quella a misura d’uomo se è consentito usare un’immagine che cozza a prima impressione con alieno, automa futuribile o qualsiasi altra creatura, al di là della sua sostanza, che susciti mistero, inconoscibilità, terrore, paura, diversità.
Diretto dal regista londinese Matthew Vaughn, Kick-Ass è l’adattamento cinematografico, con qualche sostanziale aggiustamento, del primo volume dell’omonimo fumetto ideato da Mark Millar e disegnato da John S.Romita jr. È arrivato in Italia con oltre un anno di ritardo rispetto all’uscita statunitense, causa mancanza di distribuzione dovuta agli elevati costi di vendita imposti dai produttori e per alcune sequenze ritenute violente e scurrili.
"If you don't like Samuel Fuller, you don't love cinema” (Martin Scorsese).
Samuel Fuller aveva le palle. Fu il precursore del cinema americano indipendente, padre putativo della nouvelle vague francese (un film come Quaranta Pistole ha profondamente influenzato Godard), di John Cassavetes e dei vari movie brats mid – seventies, Scorsese e De Palma su tutti. Fu anche letterato, giornalista e reduce di guerra. Era insomma, una vera furia, come furiosi sono i suoi film (uno tra i tanti, “Il bacio perverso”, film del 1964, incentrato sulla pedofilia).
“Voglio annunciare che fra due settimane lascerò il notiziario a causa dei bassi indici d'ascolto. E poiché il programma è l'unica cosa che davvero conti nella mia vita, ho deciso di suicidarmi. Mi farò saltare il cervello proprio qui, in diretta, ad una settimana da oggi. Così il network avrà una settimana per promuovere il programma. Dovremmo ottenere uno share del 50%.”
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