Desideri su una stella cadente, in italiano suona più o meno così questo ritratto veritiero della Cuba contemporanea che tre documentaristi italiani hanno realizzato sul campo. La Rivoluzione Cubana ha cinquant’anni e li dimostra tutti, anche se il regime si sforza di realizzare lavori di maquillage nel centro storico per consentire visite senza troppi problemi a gruppi di turisti. Eusebio Leal, la mano destra di Castro, è il sindaco dell’Avana, colui che è deputato a occuparsi di ricostruire il lungomare, i palazzi storici, il Boulevard, la parte centrale della città, dichiarata dal 1982 patrimonio dell’umanità.
A quattro anni di distanza dal premiato ma non del tutto convincente The Departed, Scorsese torna nelle sale con Shutter island, thriller dalle atmosfere cupe e tenebrose tratto dal romanzo L’isola della paura, del sempre più “saccheggiato” Dennis Lehane (lo splendido Mystic River di Clint Eastwood, e il meno noto ma non trascurabile Gone baby gone, di Ben Affleck).
Siamo ormai adulti e vaccinati e dovremmo sapere che il “per sempre felici e contenti” non esiste, denunciandosi unicamente come una finzione delle fiabe. È fisiologico, ed ogni matrimonio – benché possa risultare all'esterno idilliaco – al suo interno è una coacervo di compromessi, delusioni, piatti rotti e coniugi che, a turno, sono costretti a rinunciare al letto coniugale per dormire sul divano.
L’esordio cinematografico di Pupi Avati, datato 1968, lo vide cimentarsi in una sorta di horror grottesco dal titolo già ampiamente emblematico: Balsamus, l’uomo di Satana. L’opera contiene, senza ombra di dubbio, molte tracce del suo cinema successivo, soprattutto quello dei Settanta, periodo in cui gotico, fiabesco, grottesco e orrorifico si mescolarono sovente senza soluzione di continuità nei suoi lungometraggi. Si evidenziarono, comunque, una riconoscibile cifra autoriale e un’estetica ben delineata, oltre ché la scelta di una connotazione geografica ben precisa.
A volte un film da ricordare nasce anche così, grazie alla perseveranza di chi l’ha immaginato, di chi ha fortemente creduto che il suo progetto avesse qualcosa di importante da raccontare. E qui ci sono ben due storie da raccontare: la prima riguarda il sorprendente esordio alla regia del teramano Marco Chiarini, una vicenda di impegno, passione, fiducia e intelligenza; di ostinazione e lungimiranza. La seconda, la più importante, è la splendida fiaba che ne deriva. Senza esagerare, L’uomo fiammifero è una pellicola che rigenera lo stanco e provinciale cinema italiano, sempre più ingrigito e avvitato su sé stesso, sui suoi stereotipi, sulle sue storie senza nerbo e senza respiro.
I fratelli Marx, tanti aneddoti che gravitano intorno alla loro arte e alla vita privata. Ma saranno tutti attendibili? Davvero Minnie, la loro affettuosa madre, ha coltivato quattro talenti lanciandoli nel fatato mondo dello spettacolo? E la fortuna, casuale burattinaia della loro carriera, è l’unico fattore che ha trasformato quattro poverelli di periferia nel gruppo più pagato della Hollywood anni ’30?
A un anno di distanza dal terrificante La casa dalle finestre che ridono, uno dei migliori thriller-horror italiani dei prolifici - per il genere – anni Settanta, Pupi Avati torna a ripercorrere i sentieri del giallo gotico ma in chiave quasi totalmente parodistica. E in quel quasi, che chi ha un vago ricordo del film può imputarmi di usare a sproposito, c’è tutta la bravura di Avati nell’accostarsi a un genere che, pur estremamente diluito dal regista nel successivo trentennio, è rimasto sempre, decisamente nelle sue corde. Basta pensare a Zeder, a L’arcano incantatore, e perché no anche al recente, affatto disprezzabile Il nascondiglio.
Groucho, Harpo, Chico, Zeppo e Gummo: ritornano i rivoluzionari del cinema comico. La loro, scrive Luca Martello, è stata la rivoluzione dei bambini: "la realizzazione del desiderio di spodestamento degli adulti da parte dei più piccoli". Una rivoluzione, a ben guardare, che dovremmo rivendicare e rianimare tutti: è innocente, è pulita, è rigenerante.
Peter Jackson è l’uomo delle imprese impossibili; o meglio, il regista degli adattamenti impossibili, o quantomeno improbabili, visto che dopo aver tentato – riuscendo a convincere e a tratti a strabiliare, sia pur rileggendo la fiaba in modo personalissimo – l’impresa di adattare cinematograficamente il maestoso capolavoro fantasy di J.R.R. Tolkien, Il signore degli anelli, si è lanciato in un’altra complicata rivisitazione di uno dei maggiori successi letterari degli ultimi anni, Amabili resti della scrittrice statunitense Alice Sebold.
Prima di recensire il formidabile esordio saggistico di un letterato giovanissimo (classe 1983) e destinato a far molto parlare di sè, il sardo Luca Martello, ho pensato di intervistarlo per farmi raccontare tutto – ma proprio tutto – su "Groucho e i suoi fratelli. La vita e l'arte dei Marx Bros" (Castelvecchi, 2010). Almeno vi preparate per bene e per tempo a questa micidiale esperienza estetica. Buon viaggio.
Valigie leggere, il più leggere possibile, dopo aver bruciato il passato per riaggiornare un presente che guardi a un futuro più lieve, senza vincoli strutturali e aperto alla spensieratezza e alla possibilità. È un inganno, palese quanto occultato prima di tutto a sé stesso che ai tanti volti tutti uguali a cui indorare la pillola di un infausto evento: il licenziamento. Questo il ruolo – l’unico, ancorché redditizio – che ricopre nella vita l’affascinante Ryan Bingham, un moderno “tagliatore di teste” che passa le giornate in volo, che vive senza legami e che trascorre in una casa dall’arredo quanto mai essenziale non più di 45 giorni l’anno.
Uno dei più interessanti e originali anime uscito negli ultimi tempi sui canali satellitari è sicuramente Ergo Proxy. Il filone è quello fantascientifico, ma la fantascienza è solo una semplice cornice per catapultare lo spettatore negli angosciosi meandri della psiche dei protagonisti, calati dal regista Shuko Murase e dallo sceneggiatore Dai Sato in un universo cupo e straniante dove vincono penombra, chiaroscuri, colori tetri e scenografie allucinogeno-ossessive. Siamo nella città-cupola di Rom-Do, in un futuro remoto indecifrabile, luogo in cui convivono uomini e autorave (androidi a totale servizio dell’uomo) in conseguenza della quasi estinzione del genere umano.
In principio era Terminator (1984), incubo futuribile che immaginava un uomo tornare indietro nel tempo per difendere il leader, ancora bambino, della resistenza a un mondo dominato dalle macchine. Poi fu Aliens – scontro finale (1986), brillante sequel del capolavoro fantascientifico di Ridley Scott, ambientato in un pianeta in cui si risveglia un pericolosissimo predatore assetato di sangue.
Fabio Zanello ci parla della neonata collana di cinema di Historica Edizioni, intervistato dal direttore editoriale. Ne deriva un colloquio interessante che spazia tra vari argomenti e permette di approfondire la conoscenza del critico cinematografico torinese, attivo da anni nel mondo dell'editoria con pubblicazioni e collane.
Trasposizione abbastanza fedele dell’omonimo romanzo di Ian McEwan, Il giardino di cemento è il terzo film diretto dal regista e sceneggiatore Andrew Birkin, fratello della bellissima Jane Birkin, mito e icona artistica dei Settanta, e pertanto zio dell’affascinante Charlotte Gainsbourg, non a caso protagonista femminile della pellicola. Di non semplice adattamento, viste le tematiche e l’essenzialità narrativa di McEwan, l’opera venne ospitata in concorso a Berlino nel 1993 e vinse un meritato Orso d’argento.
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