"The artist", film girato in bianco e nero, muto, nominato e vincitore di numerosissimi premi sparsi per il mondo, in attesa dei prossimi Oscar per cui ha ricevuto ben 10 nominations, non è un film così facile di cui parlare. Almeno, per quel che sembra a me, ci sono due piani da prendere in considerazione: uno è quello del film, la sua storia, i suoi personaggi ; l'altro è quello del contesto cinematografico in cui il film vive.
Parto dal primo:
Remake di un horror per la televisione diretto nel 1973 da John Newland, Non avere paura del buio, segna l'esordio nel lungometraggio di Troy Nixey, comic book artist divenuto pupillo del produttore e sceneggiatore, nonché noto regista, Guillermo del Toro. E trattandosi di del Toro, come noto agli appassionati, ci addentriamo in un mondo che mescola orrorifico, fanciullezza e fiaba iniziatica, un territorio in cui le paure infantili si materializzano e diventano letali per i malcapitati personaggi in scena.
Le spy story, nel cinema, tutto sommato reggono al tempo che passa, ancorché le mirabolanti e pirotecniche imprese del Tom Cruise di Mission Impossible siano lontane anni luce dal fascino dello spionaggio anni Sessanta e Settanta, e non solo da quello incarnato da James Bond. Ma oltre a Tom Cruise, Sean Connery e Roger Moore, alle loro arcinote pellicole campioni d’incasso che si sono succedute nel tempo, il cinema internazionale ricorda un filone ben più serioso e verosimile, soprattutto nei Settanta.
È ancora buio quando gli abitanti di un paesino innevato si incamminano, molto lentamente, con lanterne in mano e pecore a seguito, o su carretti trainati da cavalli, verso una locomotiva ferma in mezzo alla foresta. Veloce, invece, arriva un ragazzo, schivando la folla che a sua volta lo "schifa".
Parigi, 16 luglio 1942, durante l’occupazione tedesca della Francia. Sarah Starzynsky, una bambina ebrea di dieci anni, sta giocando con il fratellino Michel quando, all’improvviso, sente bussare con energia alla porta; lì per lì pensa che sia il padre, salito dal suo nascondiglio in cantina.
Quarant'anni dividono Bertolucci da McQueen. 5850 chilometri separano Parigi da New York. Nella nudità dei numeri l'itinerario della filmografia d'autore contemporanea compie la propria parabola.
Che la politica non fosse rose e fiori, che fosse il luogo principe di compromessi, mediazioni e piccoli grandi ricatti; che in un grande partito convivano diverse anime e diversi interessi, che la concorrenza interna ad esso sia spietata, dal vertice alla base, non ce lo doveva certo spiegare George Clooney, che al suo quarto lungometraggio dietro la macchina da presa sceglie un thriller politico dal taglio esplicitamente morale per convincere il pubblico e i membri dell’Academy che si possono fare film che coniugano impegno civile e intrattenimento.
Una delle tendenze intime più occultate o dissimulate, per uomini e donne di qualsiasi d’età, è quella di agire preoccupandosi del giudizio altrui. Cercare un modo, il più possibile accettato dall’altro, di modificare in maniera socialmente più giustificabile i propri comportamenti pubblici, fino a nascondere del tutto i più imbarazzanti tic, le più ingombranti manie. Anche l’essere umano più sicuro in apparenza non è esente da questo moto spontaneo di protezione di sé rispetto al giudizio esterno, pubblico ma non sempre manifesto, che ci investe improvviso e che sovente mette a rischio la nostra salute emotiva.
A otto anni dal discusso Irreversible, film in cui sesso e violenza erano presentati in modo esplicito e disturbante, il quarantottenne regista e sceneggiatore argentino, trapiantato in Francia, Gaspar Noé torna a far parlare di sé con una pellicola ambiziosa e di difficile lettura immediata, in cui centrali sembrano essere i temi della morte e della vita dell’anima, nel momento in cui la stessa lascia il corpo: un dramma psichedelico e allucinogeno, a detta dell’autore, che nell’immaginare la pellicola non nasconde di aver fatto uso di droghe.
Presentato fuori concorso all’ultima Berlinale, Almanya – Wilkommen in Deustschland si è rivelato, in Germania, un inatteso successo al botteghino, raccogliendo anche unanimi consensi di critica. Il film, diretto dalla tedesca di origine turca Yasemin Sandereli, co-sceneggiato insieme alla sorella Nesrin, ripercorre in forma di commedia, attraverso l’esperienza emblematica di una famiglia, la storia dell’immigrazione turca in Germania dal 1964 ad oggi, affrontando i temi classici dell’incontro, dell’identità, della società multietnica e dei profondi mutamenti delle culture che, incontrandosi, di influenzano.
Gil, il protagonista di “Midnight in Paris”, è una Cenerentola al contrario. Nella favola, a mezzanotte, si ritornava alla vita agra; qui, invece, allo scoccare del nuovo giorno, succede il contrario, nasce la magia.Gil è un ordinario scrittore di sceneggiature, in vacanza a Parigi con la fidanzata californiana e i futuri suoceri, sostenitori del Tea-party, ricchissimi che lo considerano cheap, oltre che senza qualche rotella. Lui sta scrivendo un romanzo su un Negozio di Ricordi, capace di vendere i souvenir e, forse, anche il passato. In questo senso, il film può essere considerato un’opera meta-letteraria, visto che l’ assunto di esso è che ogni nostalgico può ritornare indietro alla propria età aurea.
La condizione precaria di larga parte della middle class americana è sempre più palese agli occhi degli scienziati sociali e degli studiosi che indagano, a vario titolo, l’argomento. I liberi professionisti hanno vita dura, se non scelgono di rincorrere il profitto a tutti i costi, e certe volte nemmeno la brama di denaro è sufficiente a riscattare una condizione economica che risente della più grossa crisi del sistema economico-finanziario dai tempi del crollo della borsa di Wall Street. Questa la premessa doverosa, nota ai più ma che è sempre bene ricordare, per introdurre una commedia riflessiva e agrodolce, presentata con successo all’ultimo Sundance Film Festival.
Parigi è considerata la città dell’arte per antonomasia, dagli americani amanti del Vecchio Continente, e forse non soltanto da loro. Parigi per costoro è il tempio dell’arte tout court: poesia, letteratura, pittura, musica, cinema, danza e tutte le contaminazioni immaginabili tra le arti sono possibili in questo luogo cantato, evocato, ritratto e descritto con dovizia di particolari, nel tempo, dagli artisti stessi che vi hanno soggiornato. Chiedere loro perché Parigi è così magica, unica, il simbolo dell’estetica e della bellezza, del fascino romantico, retrò e al contempo innovativo delle epoche che si succedono è una domanda quasi superflua.
La voce narrante di Alessandro Haber e la colonna sonora suadente di un ispirato Lucio Dalla ci accompagnano nei meandri di una storia intensa e delicata che profuma di tempi passati e di biancospino, per citare la dote non comune del protagonista. Pupi Avati racconta una vicenda di vita quotidiana ambientata nella provincia italiana nel periodo fascista, ispirata come sempre ai ricordi d’infanzia. Il mondo piccolo di Avati si apre all’esterno e produce grandi storie girate con stile inimitabile che restano nell’immaginario collettivo.
Roberto Curti è uno studioso competente e appassionato del nostro cinema di genere, collabora con Blow Up e al Mereghetti, ha scritto un’interessante monografia su Tonino Valerii e il fondamentale Sex and violence - percorsi nel cinema estremo (Lindau, 2003), insieme a Tommaso La Selva.
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