Torino, 1983: il piccolo Giacomo assiste all’omicidio della madre ma non riesce a vedere l’assassino in volto. Torino, 2000: una prostituta fugge impaurita dalla casa di uno strano cliente alla periferia della città portando con sé inavvertitamente una cartellina blu. Il cliente, accortosene, la segue per ucciderla unitamente ad una sua amica che l’attendeva ad una stazione di provincia. Cosa conteneva la cartellina? Degli articoli di giornale del 1983 nei quali si parlava dei “delitti del nano”, una serie di omicidi di donne delle quali fu sospettato Vincenzo, appunto un nano, poi ritenuto morto sebbene il suo cadavere non sia stato ritrovato.
Delitto e castigo. Proprio Delitto e castigo, capolavoro letterario attraverso il quale Dostoevskij influenzò tutta la letteratura a venire, è forse il libro delle coscienze per antonomasia. In un certo qual modo uno dei padri letterari (non per la forma letteraria, evidentemente) della storia che Jonathan Trigell ci racconta nel suo sconvolgente romanzo d’esordio, Boy A, e che John Crowley portò al Festival di Berlino nel 2008, fedelmente restituendo l’opera del giornalista-scrittore inglese e ottenendo anche un prezioso riconoscimento.

Presentazione di "Groucho e i suoi fratelli"
La coda di un cane in basso. Durante la presentazione ha vomitato. Di fronte al palco.

Scorcio caratteristico di una casupola abbandonata.
Opera prima del 24enne regista newyorchese (ma d’origine italo-brasiliana) Antonio Campos, Afterschool è un film datato 2008 e uscito con colpevole ritardo in Italia, nel febbraio 2010, e ancor più colpevolmente passato come una meteora (una sola settimana di programmazione all’Intrastevere di Roma, figuriamoci nel resto della penisola, nonostante il passaggio a Cannes nella sezione “Un Certain Regard”) nelle sale.
Suite Habana è la pellicola cubana più premiata e apprezzata dalla critica nel corso degli ultimi dieci anni. Impossibile riportare tutte le menzioni di merito e i premi ottenuti nei vari festival nazionali e internazionali senza correre il rischio di annoiare il lettore. Citiamo soltanto i due riconoscimenti al Premio Goya 2004 come miglior pellicola straniera in lingua spagnola e miglior documentario. La suggestiva colonna sonora è stata apprezzata al Festival del Nuevo Cine Latinoamericano che nel 2003 ha premiato anche il regista.
Alberto, attore nazionalizzato spagnolo ma nato all’Avana, Mercedes, produttrice cinematografica e Pedro, sceneggiatore, entrambi cubani, stanno cercando il soggetto per una pellicola. Pedro e Mercedes sono amanti e la storia alla quale decidono di dedicarsi coinvolge a fondo le loro vite fino a produrre un esito paradossale. Pedro scrive un film raccontando particolari desunti dal passato di Alberto e di Mercedes ma la svolta melodrammatica è in agguato. La pellicola è un esperimento di metacinema, un gioco di cinema nel cinema tipico della poetica di Tabío, di storie incrociate che partono come cinematografiche ma contaminano la presunta realtà.
Concha è una vedova innamorata di Tomás, ma diffida degli uomini, soffre per un’eccessiva paura della vita e non se la sente di affrontare una nuova storia d’amore. Vive come una sconfitta il matrimonio del figlio - famoso giocatore di baseball - con una valente ingegnera e deve sopportare di convivere con la coppia sotto lo stesso tetto. Il suo problema principale è un lancio di uova verso la sua casa compiuto da una mano misteriosa che non riesce a individuare. Plaff - la prima alternativa di titolo – è il rumore che fanno le uova quando si infrangono sul muro della casa.
Fish Tank, ovverosia acquario; un luogo circoscritto e a conti fatti opprimente, una condizione esistenziale, una prigione psichica prima che fisica. Certo a sguazzare negli angusti spazi di una prigione d’acqua e vetro non sono i pesci, nell’opera seconda della talentuosa regista britannica Andrea Arnold, ma una quindicenne inquieta che schiuma rabbia e insofferenza per una condizione alienante percepibile sin dalla giovane età, a certe latitudini.
La sinossi del film non rende giustizia. In questo straordinario lavoro di Juan Carlos Tabío - purtroppo non tradotto in italiano - la trama è la cosa meno importante, ma proviamo a raccontarla in poche parole.
L’importanza di essere scomodo è un documentario molto ben realizzato da Andrea Bettinetti, un regista italiano laureato in architettura al Politecnico di Milano e specializzato in cinema alla London International Film School, dove ha ottenuto il Certificate in the Art & Technique of Filmmaking. Ha lavorato come scenografo, assistente di regia, regista in pubblicità, video musicali e cortometraggi. È un regista free-lance che firma filmati pubblicitari e istituzionali per clienti privati, si occupa di documentaristica per i principali canali televisivi e collabora con l’Istituto Europeo di Design come docente di tesi.
Era da quasi sei anni che attendevamo il suo ritorno, con la memoria rivolta a quell’idea di cinema intelligente e sarcastico, pur essendo d’intrattenimento, che ritroviamo in opere come L’ululato (1981), Gremlins (1984), Salto nel buio (1987), La seconda guerra civile americana (1997), tanto per citare le più note.
Joel Cano è un regista cubano nato a Santa Clara nel 1966, autore di testi teatrali e ottimo musicista, che si è stabilito a Parigi. La sua opera più interessante è Siete dias siete noches (2003), un affresco della Cuba contemporanea composto attraverso le esistenze incrociate di tre donne avanere. La musica è il leitmotiv della pellicola, sostenuta su tonalità di bolero classico, ma rivista con sonorità contemporanee. Leila canta il motivo della sigla di testa che accompagna le sequenze più importanti: Nada me parece igual, ma sono molti i pezzi di ottima musica che si ricordano dopo la visione delle immagini.
A cinque anni dal folgorante e pluripremiato Super Size Me, Morgan Spurlock è tornato nelle sale con un altro docu-film (In Italia in versione originale e sottotitolata), presentato nel 2008 al Festival Internazionale di Roma, che lo vede protagonista in prima persona in un ruolo altrettanto estremo e non meno rischioso rispetto al precedente; una pellicola inchiesta sulle tracce nientemeno che del ricercato più ricercato del pianeta: Osama Bin Laden.
“A me non interessa quello che dicono. Io voglio solo un bel nastro ricco”. Harry Caul lo sa. Come Amleto, archetipo dell’eroe moderno, Harry ha bevuto il senso della nostra epoca. La sua catatonia, per dirla alla Baudrillard, è il risultato di quell’overdose di immagini e suoni che ha annientato le nostre percezioni. Non esiste più una realtà facilmente interpretabile.
È prassi oramai consolidata, che l’estate cinematografica italiana raccolga in sala – se si eccettua qualche remunerativo blockbuster, negli ultimi anni - i prodotti di nicchia più disparati e gli infiniti esuberi che l’industria di celluloide partorisce ogni stagione. Non sfugge a questa regola Butterfly Zone – Il senso della farfalla, curioso fantasy italiano diretto dal regista, autore, compositore e attore Luciano Capponi. Prodotto decisamente bizzarro, e con qualche vaga ambizione autoriale, Butterfly Zone ha vinto addirittura il Premio Méliès come Miglior Film Fantasy al XXIX Fantafestival.
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