“Frontiera cambogiana – La sua testa penzola sulle mie spalle come un vaso vuoto. Il suo braccio pieno di pustole sbatte sul mio petto come un ramo spezzato. Ma è viva perché sul collo continuo a sentire il suo respiro leggero. Non la conosco; è solo un orribile pacco di ossa che ho raccolto nel bosco ormai diventato un cimitero” (pag.202, La Repubblica, 3 novembre 1979).
La Cina degli anni Trenta, attraverso gli occhi di Xingrong. Il romanzo s'apre col vagito del protagonista che è poi anche voce narrante. Con quel pianto che sarà costretto a trattenere, perché la povertà non concede diritti, neppure quello naturalissimo di venire al mondo tra lacrime e strilli.
Il viaggio orientale in Parise e Troisio, due modi opposti di vedere il mondo e di interpretare la realtà, la realtà fascinosa e degradata dell’Oriente, una realtà però vista in tempi diversi, la Cina della rivoluzione culturale per il primo, la Cina degli anni fine Ottanta-inizio Novanta per il secondo. Negli anni Sessanta, al pari degli intellettuali della sua generazione, come Pasolini e Calvino, Goffredo Parise attraversa un periodo di profonda crisi identitaria.
Antonio Pennacchi ed Edoardo Nesi hanno raccontato, nei loro ultimi libri, il monumentale romanzo Canale Mussolini (Mondadori, 2010) e il drammatico memoir Storia della mia gente (Bompiani, 2010), la rabbia, l'amore, l'orgoglio e la dignità di due popoli, quello pontino e quello pratese, che hanno saputo imprimere il loro nome nella storia del Novecento.
Il fantasma di Francis Scott Fitzgerald infesta questo romanzo. È lo spettro della decadenza economica, sociale e politica d'una generazione, e d'una nazione, che non credevano di poter ritrovarsi a camminare sull'orlo del baratro con tanta facilità, e tanta impotenza. Chi scriveva questa storia leggeva Fitzgerald nel momento giusto; forse inconsciamente, o forse con un pizzico di malizia. Stiano come stiano le cose, in ogni caso questo è un libro che fa male, fa piangere di rabbia e di tristezza, fa sperare in qualcosa di diverso – nel popolo che torna a camminare per le strade, rivendicando giustizia, dignità, lavoro e diritti.
Nyaungshwe (Lago Inle, Myanmar), 16 dicembre 09. Ho passato una settimana a Nyaungshwe, cittadina del Myanmar, fresca, a 900 metri di altezza, punto di partenza per visitare il Lago Inle, lungo 22 chilometri e largo circa 10. Ci sono molti monasteri e pagode, i villaggi su palafitte sono 17, le coltivazioni di ortaggi e fiori galleggiano su un’acqua piuttosto bassa.
Da oggi 24 ottobre 2009, fino al 9 maggio 2010, si potrà visitare a Treviso nella Casa dei Carraresi, un’eccezionale Esposizione dedicata alla dinastia cinese dei Ming, che regnò dal XIV al XVII secolo (pressappoco da Dante a Galileo). Titolo della Mostra: I segreti della Città proibita: Matteo Ricci alla corte dei Ming.
“E sotto di me sta la Malesia, chiamante come deve chiamare il pianeta Terra per un astronauta che s’è sentito perduto; la giungla è un muoversi di mani, un chiamare di chiome, la guardi e ti scopri dissetato; e allora sai che non andrai oltre; cedi al fuoco, una passione lievemente senile; Singapore può attendere” (pag.78).
“In data 18 marzo 2003, non è ancora stato avviato alcun processo per giudicare il genocidio khmer rosso. Quasi due milioni di persone hanno perso la vita in tre anni, otto mesi e venti giorni d’inferno che il paese ha attraversato tra il 1975 e il 1979” (pag. 186).
Cina, 1971. Solo pochi anni prima il Presidente Mao aveva dato inizio alla Grande Rivoluzione Culturale. I due protagonisti del libro, la voce narrante e il suo amico Luo, sono figli di borghesi nemici del popolo, in realtà solo dei medici che il regime considera però soggetti pericolosi e reazionari. Per questo i loro figli, poco più che adolescenti, sono costretti a recarsi presso un campo di rieducazione: le università furono chiuse e i “giovani intellettuali”, ossia gli studenti che avevano finito il liceo, furono mandati in campagna per essere “rieducati dai contadini poveri”.
FRAMMENTI DI CINEMA IMPAZZITO.
"Chinese Odissey" è un film strano. Credo si possa dire, senza esagerare: o lo si odia, o lo si ama. Poco noto il regista, Jeffrey Lau, e lo stesso si può dire del film, in arrivo da Hong Kong e uscito nelle nostre sale lo scorso autunno, ma distribuito male e per nulla pubblicizzato. Proprio nulla, neanche un trafiletto su qualche quotidiano, o una proiezione sporadica in qualche cinema coraggioso. Niente di niente.
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