Giuseppe Guin, giornalista del quotidiano La Provincia, lo scorso anno ha pubblicato L’amore imperdonabile, un romanzo ambientato sul Lago di Como. Il libro è stato un successo: tre edizioni e un unanime consenso di critica e lettori. Al centro della storia le vicende grottesche ed esistenziali di una piccola comunità e della giovane Elisa Vannelli, che gestisce insieme al padre la Locanda del Nibbio, dove la sera del 12 novembre del 1957 è violentata da un uomo misterioso.
Guin, con una scrittura scorrevole, mette insieme una galleria di personaggi unici che con finiranno per essere coinvolti nell’intreccio misterioso dei fatti accaduti quella fredda sera d’inverno nella locanda del Nibbio.
"Tendo a una brutale deformazione dei temi che il destino s’è creduto di proponermi come formate cose ed obbietti, come paragrafi immoti della sapiente sua legge. Umiliato dal destino, sacrificato alla inutilità, dalla bestialità corrotto (….) vorrò dipartirmi un giorno dalle sfiancate sèggiole dove m’ha collocato la sapienza e la virtù dei sapienti e de i virtuosi , e, andando verso l’orrida solitudine mia, levarò in lode di quelli quel canto, che, se ben grattato, potrà dare bellezza nel ghigno”. Così s’apre Tendo al mio fine, prosa d’arte al principio del Castello di Udine apparso a puntate su Solaria e raccolto per la prima volta nel 1934, secondo volume pubblicato dal Gadda.
Il re dei camosci e il suo cacciatore. Antagonisti e, per questo, intimamente legati. Avvicinati dalla stanchezza dell’età. Il bracconiere che ruba “sotto gli occhi del padrone di tutto” e il camoscio cresciuto da solo “senza freno e compagnia”. Due creature accumunate dalla diversità e dalla solitudine costruita per indole e per prendersi riparo dal resto.
L’animale è re e patriarca, ha conquistato la sua supremazia in duelli mortali, non risparmiando cornate micidiali agli avversari di stazza inferiore e di peggior talento. L’uomo discende da una vita tra gli uomini, approdato al bracconaggio “dopo la gioventù passata in città tra i rivoluzionari, fino alla sbando”.
Francesco Marani prende tutta la sua vita nella mano. Scrive versi per costruire una mappa della memoria. I luoghi e i paesaggi in cui ha vissuto diventano gli strumenti esistenziali di un’autobiografia che tiene sempre conto della necessaria continuità tra passato, presente e futuro. Imprescindibile legame senza di cui non sarà mai possibile capire, nel bene e nel male, la nostra presenza nel mondo.
Marilù Oliva debutta nella narrativa con Perdisa Pop nel 2009 pubblicando l’ottimo Repetita, nerissima storia di nevrosi e sesso che racconta un’infanzia di abusi e solitudini, ma scrive da tempo per riviste letterarie e web-magazine come Thriller Magazine e Carmilla.
Piero Bigongiari era un convinto assertore della poesia che pensa. L’esponente più filosofico della stagione dell’ermetismo fiorentino afferma che tra l’immagine poetica e il puro visibile esiste sempre una mediazione mentale, motiva ed emotiva, che trasforma la percezione puramente sensoriale in atto metaforico. Nasce da questa considerazione la poesia di pensiero che nel Novecento italiano ha avuto in Giorgio Caproni e Bigongiari i suoi più alti rappresentanti. Del cosiddetto pensiero poetante, nessuna traccia nel tempo del minimalismo. Nel terzo millennio anche la poesia è stata travolta dall’inutile narcisismo dell’autoreferenzialità.
Conrad F. Mayer, grande scrittore svizzero dell'Ottocento, praticamente ignorato in Italia, perlomeno negli ultimi decenni, è sicuramente una delle figure più fulgide della letteratura in lingua tedesca del suo secolo. La produzione assai vasta ci consente comunque di soffermarci con facilità, o non troppa difficoltà sulle sue opere maggiori, parlo delle lunghe novelle degli ultimi anni, Angela Borgia, e sopratutto: La tentazione del Marchese di Pescara, raccolte dalla Utet negli anni Sessanta.
Un racconto? No, decisamente no! Forse un suo travaglio, una contorta gestazione. Un'opera difronte a cui si rimane spiazzati, incerti sul da farsi. Se lasciarci trascinare dal flusso vorticoso della scrittura, o se criticarla ed analizzarla razionalmente, come davanti allo squadernarsi di una psicologia ferita e problematica, se psicanalizzare...non abbiamo saputo decidere. A tratti si sente di essere coinvolti ed addirittura presenti e presentati dalle parole, a tratti si rimane esclusi dalla densità e abbondanza di sensazioni personali. Un libro del tutto strano, a tratti straniante, cui la definizione di copertina “romanzo” non corrisponde affatto.
Esordio letterario di Ugo Mattone, alias Ugo Pirro (1920-2008), scrittore e sceneggiatore cinematografico, padre di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” e di “La classe operaia va in Paradiso”, “Le soldatesse” (Feltrinelli, 1956; Bompiani, 1962; Sellerio, 2000) è un romanzo nato dalla sua esperienza di soldato al fronte, in Grecia. È una delle testimonianze letterarie più intense, crude e toccanti relative alla nostra scellerata occupazione d'una nazione libera, povera e culturalmente gemella, sin dagli albori della civiltà.
“All’improvviso e per sempre” è una lunga lettera. Unica voce narrante quella di Daniel Vento, uomo poco più che cinquantenne. Egli desidera raccontarsi, con totale sincerità, ad un interlocutore di cui si scopre l’identità solo al termine del libro. A lui Daniel scrive e descrive, passo dopo passo, ogni evento della sua esistenza.
Osannato dalla critica come una delle ennesime future promesse, se non già certezza, della narativa statunitense, Wells Tower dà alla luce "Tutto bruciato, tutto devastato", una raccolta di racconti (in parte già pubblicati, seppur in una differente versione, sulle principali riviste di letteratura d'oltreoceano) che si inserisce nel solco della strada tracciata da maestri come Ernest Hemingway, Raymond Carver, John Cheever, Breece D'J Pancake e da scrittori più recenti come Thom Jones , senza dimenticare Sam Shepard e il sommo maestro del racconto Anton Checov.
Il viaggio orientale in Parise e Troisio, due modi opposti di vedere il mondo e di interpretare la realtà, la realtà fascinosa e degradata dell’Oriente, una realtà però vista in tempi diversi, la Cina della rivoluzione culturale per il primo, la Cina degli anni fine Ottanta-inizio Novanta per il secondo. Negli anni Sessanta, al pari degli intellettuali della sua generazione, come Pasolini e Calvino, Goffredo Parise attraversa un periodo di profonda crisi identitaria.
“Io aspetto con ansia un'epoca in cui noi uomini non avremo più nulla da fare e ce ne staremo a letto fino a mezzogiorno, leggeremo due romanzi al giorno, ci ritroveremo tutti insieme per dei deliziosi tè delle cinque, e non ci affaticheremo il cervello con argomenti più ponderosi dello studio degli ultimi modelli di pantaloni e delle disquisizioni attorno alla giacca del signor Jones e sulla stoffa di cui era fatta e se gli stava bene o no. È una prospettiva gloriosa... per i pigri” (Jerome Klapka Jerome, “Pensieri oziosi di un ozioso”, capitolo “Sull'essere pigri”, p. 16).
Libro testamento a cui Shabtai lavora fino all'ultimo anno della propria vita, lasciando la responsabilità di revisione e pubblicazione alla moglie, “In fine” è il risultato di un'assidua ricerca di perfezione stilistica, che porta l'autore ad una tripla stesura, seguendo una concezione del romanzo come contenitore di varie versioni alternative. Quella definitiva è frutto della scelta di Yaakov per ciò che concerne la seconda e la terza delle parti in cui l'opera si divide.
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