Ritornare adolescenti. L’adolescenza era: irriverenza, incoscienza, bufera di stati d’animo contrastanti, limpida dedizione all’istinto. Era la capacità di rinnegarsi senza nemmeno accorgersene, l’incoerenza prediletta, l’aggressività radicale e stupida. Era il primo profumo di una pelle altra, e la gioia dello scontro fisico. Era la volontà di affermare un’identità che stavi scoprendo. Era le dinamiche confuse dell’emotività regina.
Se mai esiste un bene assoluto, questo è l’innocenza. L’assenza di intenzioni cattive, la coincidenza del male col gioco. Con la sfida, con l’opposizione a un rivale che proprio non riesce a diventare nemico: nemmeno se nemico lo consideri, nemmeno se nemico lo chiami.
I malati di calcio e di letteratura hanno avuto poche opportunità di apprezzare una simbiosi tra le loro passioni: naturalmente “Febbre a Novanta” di Nick Hornby, qualche pagina di Soriano, certi articoli di Gianni Brera e Gianni Mura; qualche raccolta di racconti di giornalisti sportivi, tendenzialmente ultraterritoriale, e infine, fuori categoria, agiografiche autobiografie in odore di ghost, da “Io presiden
Quid est veritas?
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