La prima edizione di "Capriole in salita" è stata pubblicata dalle Edizioni Lint, Trieste, nel 1996. Si tratta dell'opera di esordio di Pino Roveredo, scrittore che nel 2005, grazie a "Mandami a dire" è riuscito a conquistare il Premio Campiello. "Capriole in salita" è un racconto autobiografico, la cronaca di un lungo viaggio esistenziale che ha portato lo scrittore ad attraversare i territori sconfinati e desolanti dell'alcolismo e di tutte le aberranti conseguenze che l'abuso di alcol può comportare.
Nell'immaginario collettivo, alla voce “carcere turco” corrisponde nove volte su dieci quella sorta di moderno inferno dantesco mostrato dall'angosciante Fuga di Mezzanotte, (Alan Parker, 1978); a poco sono servite le recenti scuse dello sceneggiatore1, tale Oliver Stone, che ha ammesso di aver posto in cattiva luce l'intero paese; nell'immaginario collettivo, a quella voce, rimangono associate quelle immagini.
Scrive Maria Teresa Carbone, curatrice della nuova edizione del necessario e terribile romanzo autobiografico dell'artista sudafricano Breyten Breytenbach: “Sono passati poco più di vent'anni da quando 'Le veritiere confessioni di un africano albino', uscite originariamente in Olanda nel 1984, sono state pubblicate per la prima volta in IT. Era la primavera del 1989. […]. Pochi allora immaginavano che di lì a qualche mese il mondo, così come ci eravamo abituati a concepirlo, immutabile, avrebbe subito una trasformazione radicale. E con il mondo, molto presto, il Sudafrica.
Gran Premio al Festival di Cannes, miglior film non anglofono ai Bafta 2010, candidato all’Oscar come miglior film straniero, e vincitore di ben 9 Premi César, tra i quali film, regia, sceneggiatura e attori maschili. Non solo premi ma anche una ottima accoglienza di pubblico per l’opera quinta di un regista, Jacques Audiard, amato e sovente premiato dalla critica (Sulle mie labbra, Tutti i battiti del mio cuore), a cui piace definirsi artigiano ma che anche in questo suo ultimo, intenso lungometraggio dimostra di essere un autore capace di fondere il realismo con le divagazioni oniriche, l’intrattenimento col minimalismo, il ritmo con la riflessione e con il dubbio.
Il muro di cinta, solo a guardarlo, censurava ogni velleità di fuga. Le guardie, sempre di vedetta, dissuadevano i potenziali dissidenti. I secondini abusavano del loro potere, stabilendo gioco e “premi”, mentre le “sorelle” alimentavano le loro perversioni, molestando i nuovi arrivati. Un direttore autoritario e corrotto era lo specchio della morte. Il carcere, si sa, è un ambiente ostile. Tutto a Shawshank cospirava contro le necessità dell’individuo, tutto cospirava contro Andy Dufresne.
“Dimentica solo chi vuole dimenticare. Io non ho dimenticato nulla. E non voglio farlo”. Anzi Lev Razgon “sente il bisogno di raccontare almeno una parte del dramma che ha vissuto con la sua generazione” e sceglie di scrivere, di trasformare la propria “vita offesa” in un lungo romanzo. Le pagine, quindi, raccolgono i ricordi, ma non si tratta di mera esposizione dei fatti: ogni episodio, ogni stadio della sua terribile esperienza è sviscerato e commentato nella ricerca tenace di risposte impossibili.
“La sposa birmana” è, ad oggi, l’unico titolo tradotto all’estero di Journal-Gyaw Ma Ma Lay, una delle più grandi scrittrici birmane del Novecento. La scrittura di Ma Ma Lay si unisce in uno straordinario abbraccio di sorellanza alla continuità della lotta sofferente e mai piegata del Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, nota anche come autrice di libri-denuncia sulla drammatica condizione della Birmania, oggi Myanmar.
CREAZIONI
SOLITUDINI ELLITTICHE: VERTIGINI
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