Psicodramma d'un disadattato, ultrasensibile e irrequieto, inadatto alla vita e fragilissimo, “Pit Bull” [Stampa Alternativa, 2007] è un romanzo capace di coniugare realismo, denuncia e sentimentalismo. È uno spaccato di sofferenze e di vuoti: sofferenze spirituali, vuoti intellettuali. Assenza di prospettive individuali: incredibile disintegrazione sociale. È crudele ma non è bugiardo.
Si diceva tempo fa che dell’intrattenimento in letteratura si potrebbe tranquillamente fare a meno. Ci sono molte cose con cui divertirsi, passare il tempo, crogiolarsi. L’assunto, senza voler essere una inutile quanto pomposa dichiarazione di guerra, resta valido. Resta, anzi torna necessario l’esercizio del discernimento – sebbene non sia l’estetico il regno delle certezze, men che meno la letteratura. Insomma sarebbe il caso di sforzarsi volta per volta per cercare quel punto di rottura rispetto alla semplice gradevolezza che ci consenta di definire come letteratura un romanzo, poniamo, rispetto ad oggetti consimili.
Un ragazzo di ventisette anni, che aveva vissuto tante vite con vera intensità, scrive un romanzo breve che doveva essere un racconto. È il suo secondo romanzo. È il 1903. Questo romanzo breve diventa parte dell'immaginario collettivo, e del lessico di tutti i giorni, con una facilità sconcertante: istantaneamente. Segno che il ragazzo ha scritto attingendo a qualcosa di universale, di archetipico, di essenziale. Segno che in noi dorme tutto quel che ha raccontato. Segno che abbiamo bisogno di raccontarci questa storia, e che è stato fondamentale inventarsela. Quel ragazzo di ventisette anni si chiamava Jack London, e non aveva mai capito chi fosse suo padre.
“La morte d'un cane non altera l'universo. Continuano a ruotare pianeti ed elettroni. Questo pomeriggio, pioverà. Benché il mio cane sia morto, il mese di luglio è qui in Messico la stagione delle piogge. Tuttavia son convinto, e non smetterò d'esserlo, che il mio cane morto era una forma splendida della vita: grave, nobile, amorosa e pura. Son convinto, e non smetterò d'esserlo, che poche purezze in questo mondo, senza saperlo anelante all'innocenza, eguagliano quella che si scorge nei mansueti e soavi occhi d'un animale” (Coccioli, “Requiem per un cane”, I, p. 17).
“Ad Alessandro, che una volta incontrandolo gli disse: 'Sono Alessandro, il Gran Re', rispose: 'E io sono Diogene, il Cane'. E quando il Re gli chiese spiegazioni disse: 'Scodinzolo a chi mi dà qualcosa, abbaio a chi non mi dà niente e mordo i buoni a nulla” (Diogene Laerzio racconta Diogene di Sinope).
“Ma più d'ogni altra cosa a Febo piace la luna, è un cane lunare, la sua pazzia è dolce e violenta, ogni sera, quando la luna nuova, tonda e gialla come un enorme pane appena sfornato, sale dall'orizzonte fuor dai boschi neri di Sicilia, Febo si accuccia sull'alto della ripa, e guarda la luna che sale lenta nel cielo trasparente. Amica la luna, amica di Febo la luna. Che prima sale dolcemente, poi si ferma a mezzo il cielo, ed ora si muta in una rosa, e fiorisce subitamente, esplode con lentezza studiata, ora si muta in un viso di donna, che a poco a poco sorridendo si affaccia, e le labbra pallide sorridono [...]” (Malaparte, “Febo cane metafisico”, p. 23).
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