Un diario come terapia, un diario per non tacere, per non abbassare sempre la testa. Pagine per disobbedire e denunciare. Suad Amiry scrive per sé stessa, la pubblicazione è fuori dai suoi progetti, l'unico desiderio è quello di raccontare le ripetute invasioni di Ramallah da parte dell'esercito israeliano, tra il 17 novembre 2001 e il 26 settembre 2002 e poi, a ritroso, fino al 1981 per ricostruire la storia della propria vita. Perché il mondo fa finta di non accorgersi della progressiva cancellazione della Palestina e invece serve conoscere e capire. Non si può fingere di non sapere che c'è un popolo che vive sotto occupazione da decenni e a cui sono negati i più elementari diritti.
Mescolanza al fulmicotone di Villaggio, Campanile, Malerba, Cavazzoni (ma non aspettatevi che inserisca Benni, lo detesto), ma la prima edizione di questo capolavoro risale al 1952 (Guanda) e fu solo l’inizio di un percorso che si concluse con l’edizione da noi considerata e che ebbe risonanza adeguata e giusta grazie anche alle note di seconda e terza di copertina di Calvino. Che diceva: (Frassineti) prende di petto il nodo più doloroso che impastoia la vita italiana, il male più incancrenito da cui nessun cambiamento di regime o d’istituti è riuscito a liberarci: l’assurdità burocratica.
Tobias Jones incontra un'italiana in Grecia, se ne innamora, si dimette dall'Independent e si trasferisce a Parma. Impara l'italiano frequentando la Curva Nord del Tardini, si mantiene come corrispondente dall'estero per la stampa britannica. Un bel giorno, si ritrova un libro commissionato: una lettura dell'Italia contemporanea, impossibile per chi l'aveva preceduto. Fatica molto a scrivere (“nessuno in Gran Bretagna, pensavo, crederebbe a certe cose”), e spiega ragionevolmente perché:
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