Questo libro non è qualcosa che si possa guardare, leggere e sfogliare una sola volta.radiosveglia o sulla scrivania, vicino al mouse. Ogni volta che compiamo gesti comuni, quotidiani lo possiamo sbirciare, ogni tanto aprendolo è un tornare a fissare immagini, parole, incastri.
John Berger scrive, Marc Trivier fotografa e Alberto Giacometti raffigura.
Tre uomini lontani e vicini. Ognuno con il proprio mondo espressivo, intenti creativi.
Eppure in questo piccolo libro si uniscono, si miscelano in molti livelli impensati.
In realtà sembra più un moleskine, piuttosto che un libro nel senso tradizionale del termine, penso che anche quest’aspetto, queste miscelazioni scomposte, me lo hanno fatto amare da subito.
I passi dei Queer conducono necessariamente al mare.
Lì, sulle spiagge, sono visibili i segni del loro passaggio; impronte poco marcate che appartengono a creature in fuga.
Perlustrando il bagnasciuga disseminato di conchiglie si ha tuttavia l’occasione di fare scoperte interessanti. In alcuni punti della spiaggia infatti, senza che seguano un ordine preciso, le impronte si fanno più marcate, quasi che i queer abbiano deciso, sulla spinta di un segreto accordo, di affondare il piede nella sabbia e di calcarlo con forza prima che l’acqua ne dissolva il segno. Questo premere il calcagno sulla sabbia bagnata ha forse un significato?
L'interrogativo a cui Gabriele Nissim, il curatore di questo saggio corale, ha voluto rispondere attraversa da sempre la letteratura che si è occupata della tragica esperienza dei totalitarismi contemporanei: cosa resta della dignità umana quando la vita vuol dire gulag e campi di sterminio?
Non è detto che la risposta sia del tutto convincente, viste le interpretazioni che ancora dividono gli storici in merito a molti dei personaggi citati in "Storie di uomini giusti nel Gulag".
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