“La cartina che mi accompagna dall’inizio del viaggio non indica più la direzione. Al contrario, me ne devo disfare al più presto e lasciare la strada tracciata da altri. Un azzardo che presta il fianco agli attacchi bipartisan di una certa critica e degli ex nappisti. La prima, pronta a stroncare una ricostruzione non conforme alla vulgata imperante. I secondi dubbiosi di fronte a una visione niente affatto accomodante. C’è un pericolo, tuttavia. Ascoltare le disavventure di un giocatore vissute in nome della febbre che lo attanaglia può risultare affascinante. Fin troppo facile giustificare bonariamente, quando non provare una simpatia istintiva.
“Logica del terrorismo” di Michel Bounan (“Logique du terrorisme”, 2003; IT, Duepunti, 2006) si fonda su un presupposto incontrovertibile: “L'esaltazione ideologica o il delirio pseudoreligioso possono condurre a ogni sorta di crimine, e l'eroismo individuale o l'omicidio di massa appartengono a tutte le società umane”. A partire da questa constatazione, l'intellettuale transalpino si impegna a stabilire cosa sia il terrorismo, quanti tipi di terrorismo esistano, quanto incidano lo Stato e i servizi segreti nel terrorismo e come fronteggiare questo “crimine contro l'umanità”, come lo definisce correttamente Giusto Catania (p. 74) nella sua nota.
Collocato d'ufficio in congedo nel 2004, pensionato in ossequio a un decreto legislativo poco noto dopo trentacinque anni di servizio, Ennio Di Francesco racconta la sua storia in questo “Un commissario scomodo”, autobiografia nient'affatto romanzata ma, per dirla con Bobbio, “raccontata con vivacità, con tanti particolari riguardanti fatti, luoghi, persone, e con la passione di chi s'è dedicato con serietà e convinzione al proprio lavoro”. È stato un piccolo Serpico, per la nostra Polizia. Non ha combattuto la corruzione interna, ma la scarsa democrazia d'una struttura che non conosceva sindacato e non garantiva adeguati e dignitosi diritti ai suoi lavoratori.
Storia di x, trentotto anni, alias Nicolò Maineri, trentaquattro anni. Nelle prime battute sta in aereo, a fianco del suo amico giudice. Il giudice è uno che ha bisogno di un'iniezione di morfina ogni otto ore. Nicolò sente mancanza di sua figlia, Ginevra, cresciuta e allevata dalla mamma. Manca poco a Caracas. A Caracas c'è un altro che ha cambiato nome, adesso è Ricardo. Prima era un brigatista rosso, e prima ancora un antico compagno – in tutti i sensi – di Nicolò. Adesso è uno da giustiziare. Come tutto il passato di quella generazione, che si sente fallita e si vuole autodistruggere. Ma non ne ha il coraggio, a ben guardare.
Erano circa le nove di mattina. La Città Eterna attendeva languida l’arrivo di una nuova primavera. Solo cinque giorni e i salici di via Fani avrebbero smesso di piangere, sarebbero fioriti, così, naturalmente. Fu in quella piccola stradina romana che il gruppo di fuoco capitanato da Moretti (no, non siamo parenti) intercettò l’auto che trasportava Aldo Moro. Passarono pochi mesi, Moro veniva giustiziato dal Tribunale del Popolo. Ancora pochi giorni e nasceva il sottoscritto, le doglie di mia madre furono simili a quelle del paese.
Opera prima di Valerio Lucarelli, narratore napoletano classe 1969, “Buio Rivoluzione” (Pequod, 2006) è un romanzo di genere caratterizzato da interessanti analisi sulle dinamiche di interazione e opposizione tra Stato e movimenti eversivi o rivoluzionari di estrema sinistra: lo spettro d’un plausibile ritorno all’azione violenta da parte di movimenti non allineati e non riconducibili a nessun partito anima e infesta la narrazione.
Ma l’immaginazione è reale! Lo grida l’obiettore di coscienza a una Chiara travolta da tanta voglia di vivere. L’immaginazione è la chiave di volta di ogni creazione artistica: la porta per cui passa ogni elevazione dello spirito, quindi. È il modo per divincolarsi dalle pastoie della banalità, dalle umili pene del quotidiano. Attraverso l’immaginazione si torna ad amare l’esistenza. E la si trascende: Moro si può concedere una passeggiata ultraterrena, allora, nell’alba fresca di Roma.
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