“Dove abitiamo c’è poco, c’è sempre stato poco. Ci avevano promesso che col tempo le cose sarebbero cambiate, che questo era solo l’inizio, che in seguito avrebbero fatto scuole, biblioteche, prati curati e recintati, un cinema. Persino un cinema, ci avevano detto. Sono anni che abitiamo qui e quello che c’è è quello che c’è sempre stato: cemento, tanto cemento, un supermercato e un campo da basket, che poi a basket non ci gioca nessuno, a parte gli indigeni e solo di domenica.” (pag.8)
La leggenda di Tiberio Mitri, il campione che sfidò “Toro scatenato” Jake La Motta e morì vecchio, solo e dimenticato, travolto da un treno a Roma, non ispira, a dieci anni esatti dalla fine dei suoi giorni, soltanto documentari e biografie nostalgiche: il secondo romanzo del giovane letterato romano Andrea Caterini, La guardia (Italic Pequod, pp. 160, euro 14), si fonda sulla trasfigurazione della fine del vecchio pugile triestino per dare vita a un melodramma famigliare mai avvenuto. Caterini immagina un mondo in cui il figlio maschio del pugile, Alessandro, è sopravvissuto al padre: ma come il padre sembra predestinato a un epilogo sordido e oscuro.
Tiberio Mitri, pugile e patriota giuliano classe 1926, scomparso a Roma nel 2001, fu un atleta capace di sopravvivere alla povertà, all'educatorio, alla guerra e alla Risiera di San Sabba per diventare campione d'Europa nel 1949 e nel 1954. Amatissimo per la sua eleganza e per il suo stile, sul ring, conquistò italiani e francesi con disinvoltura e naturalezza, e onorò Trieste con i suoi successi negli anni più delicati – quelli in cui si stava decidendo delle sorti della città di San Giusto, e delle cittadine istriane. Onorò Trieste incarnando il suo spirito combattivo, nel momento necessario.
Tim King è un uomo sui quaranta anni. Ha una moglie e due figli. Una faccia rotta e imbruttita dai colpi ricevuti durante i tanti incontri di boxe disputati nel corso della sua vita. Siede a tavola, mangia quel poco che trova. Ed è l'unico in famiglia, quella sera, a poter mettere sotto i denti qualcosa: deve salire sul ring ed ha bisogno di energie. In realtà Tim vorrebbe mangiare una bistecca, ci pensa da quando si è svegliato al mattino. Ma comprare una bistecca non è possibile perché nessuno sembra più intenzionato a voler concedere altro credito a sua moglie Lizzie.
Introduce il letterato Francesco Cappellini, curatore dell'elegante plaquette Via del Vento: “Nel 1985 esce negli Stati Uniti 'Along with youth – Hemingway: the early years', di Peter Griffin. Nel raccogliere il materiale per la sua biografia Griffin si era imbattuto in cinque storie brevi scritte da Hemingway tra il 1919 e il 1921 e mai pubblicate prima; decide quindi di inserirle nel suo ricco saggio biografico. Il presente volumetto raccoglie due di questi cinque racconti” (p. 27). Tutto chiaro? Fantastico.
“Un uomo si gioca la vita negli anni della gioventù, proprio nel periodo in cui non ci stai di testa, ragioni per come ti gira il vento e pensi che siccome sei stato coraggioso non potrà mai succederti niente di male. Tutte cazzate” (Naspini, “Cento per cento”, p. 22)
“Tutto questo per dire che io sono nato pugile punto e basta. Al cento per cento. Non al settanta. O al novantanove. Al cento per cento, signori miei. E uno così, in questo mondo di pugili al sessanta e all’ottanta per cento, fa baldoria, credetemi”. (p.28)
A raccontarsi in questo modo in una lunga intervista è Dino Carrisi, un pugile ottantaquattrenne d’origine italiana, che vive nel Vermont.
“… la gente ha bisogno di soffrire. La gente ha bisogno di sentire dolore e di provare desideri e di essere ferita anche solo per poi potersi aggiustare” (“Fighter”, p. 216).
Mutando la prospettiva – borghese o popolana – il risultato non cambia: nella visione di Craig Davidson, la nuova generazione pretende l’autodistruzione. Rifiuta il destino, e diffida delle predisposizioni naturali; abiura l’essenza rinnegando il proprio ruolo; altera le dinamiche dell’esistenza cancellando il futuro. Consegnandosi al niente.
Chi mi ha regalato questo libro sapeva che non potevo non sentire un segreto senso di appartenenza a queste storie, che spesso leggevo per la prima volta, o non conoscevo del tutto. Ha scritto, nella dedica, “Arte, territorio, Roma. Sempre Roma…” a significare che c’era qualcosa dell’essenza della nostra ricerca di cittadini, intellettuali e letterati romani del tempo nuovo che s’andava a sprigionare nella prosa di Claudio D’Aguanno. Adesso vi dico cosa. Questo è il libro della romanità sportiva.
Trama:
Dopo la morte della moglie Adriana, Rocky vive da solo col figlio e gestisce un piccolo ristorante. Ma qualcosa lo spinge ad infrangere per l'ennesima volta la promessa fatta alla moglie, e ritornare sul ring all'età di 50 anni. (Da FilmUp)
L’attesa è stata vana, il ritorno dello Stallone Italiano è avvenuto e certo non in grande stile.
DALLA PERCEZIONE DEL DOLORE ALLA CONSAPEVOLEZZA DEL CORPO. Shinya Tsukamoto è un pazzo visionario. Negli anni passati ha pagato pegno al regista che più di ogni altro ha ispirato e nutrito le sue ossessioni, vale a dire Mr. David Cronenberg. E lo ha fatto con due film che non due pellicole che non sarebbero dispiaciute al Grandissimo cineasta canadese: la saga di Tetsuo I & II. La storia trattata era - molto basilarmente - la stessa, i temi molto morbosi, la visività quantomeno disturbante.
I was never no good after that night, Charley. It was like a peak you reach, and then it's downhill. It was you, Charley. You was my brother. You should've looked out for me a little bit. You should've looked out for me just a little bit. You should've taken care of me just a little bit instead o' making me take them dives for the short-end money. You don't understand. I coulda had class. I coulda been a contender. I coulda been somebody instead of a bum, which is what I am. Let's face it. It was you, Charley. It was you, Charley».
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