Quarant'anni dividono Bertolucci da McQueen. 5850 chilometri separano Parigi da New York. Nella nudità dei numeri l'itinerario della filmografia d'autore contemporanea compie la propria parabola.
Maria Schneider muore a 59 anni a Parigi, vittima di un male che non perdona. La ricordiamo come attrice simbolo di un film massacrato dai censori, che lei non amava e che per anni è stato come un macigno sulle sue gracili spalle: "Ultimo tango a Parigi".
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«Quando ho detto alla televisione e alla radio che il mio film, Il testamento di Orfeo, “non avrebbe avuto né capo né coda, ma un’anima”, io scherzavo senza scherzare. Perché, in effetti, io mi meraviglio – in un’epoca in cui i pittori hanno sacrificato il soggetto all’arte del dipingere e annullato il modello o pretesto per dipingere – che i registi, assillati dai produttori che credono di conoscere il pubblico e sono rimasti al bambino che vuole che gli si racconti una storia, esigano un “soggetto” e un pretesto mentre il modo di dire, di mostrare le cose, e di ammobiliare lo schermo è mille volte più importante di quello che vi si racconta».
“Vuoi sapere perché mi buco? Perché non me ne frega niente, non ho niente da perdere”.
Gian Luigi Calderone (Genova 1944) comincia come aiuto regista di Bernardo Bertolucci e Damiano Damiani, esordisce in proprio come documentarista, realizza molti lavori televisivi e infine gira un paio di pellicole cinematografiche di buon successo. La prima è Appassionata (1974) e la seconda Danza d’amore sotto gli olmi (1975), conosciuta pure come La prima volta sull’erba, con Monica Guerritore e Claudio Cassinelli. Parliamo di Appassionata, che al tempo produsse diverse trasmissioni televisive contro il cinema erotico e una ridicola crociata contro l’eccessiva esibizione di epidermide da parte delle nostre attrici.
Sgombriamo il campo da una serie di equivoci: non c’è intento paradigmatico. Non c’è “il ‘68”: siamo nel 1968. Non c’è rivoluzione e protesta, se non nello sfondo: non c’è coscienza e non c’è spirito, se non per intenti e velleità.
Non c’è erotismo, ma c’è una (apprezzabile) perversione; non c’è la Francia, né Parigi – non si confonda l’ambientazione con l’ambiente – : c’è la casa borghese di un poeta di regime (“ogni poesia è una petizione / ogni petizione è una poesia”), arredata con discreta eleganza, a dominare il film.
A metà strada tra una favola metempsicotica e una (primitiva) traduzione occidentale del buddismo, ibridazione questa almeno esotica e suggestiva, il film di Bernardo Bertolucci si sviluppa tra una bluastra Seattle e un rosseggiante Buthan. Intriso di uno spiritualismo incandescente e segnato da una sognante nostalgia metafisica, “Piccolo Buddha” è una fascinosa porta dipinta per accedere a un altro mondo; un prezioso unicum nella cinematografia europea contemporanea, manifestazione d’un crescente interesse per le culture orientali e d’una, si spera, rinnovata professione d’apertura mentale.
Un’esistenza solare e trionfale destinata a rovesciarsi rovinosamente in una cupa e asettica sopravvivenza; un sogno di potere, di gloria e di grandezza massacrato da una sorte miserabile, spietata e imprevedibile. Nel crepuscolo dell’Impero Cinese, vita e vicende dell’ultimo imperatore, Aisin-Gioro Pu Yi, eletto nella più totale incoscienza, a neppure tre anni, detronizzato dalla crescente destabilizzazione politica del Paese, tramortito dalla fallimentare e artificiosa speculazione dello stato fantoccio del Manciukuo e lobotomizzato dal regime di Mao.
È una storia di sesso. Ma è come fosse una storia d’amore, o invece l’amore è proprio questo. Perché forse l’amore non è fatto solo di baci e di carezze, perché forse l’amore è una passione finita che finisce prima o poi e non ricomincia. E tutto quello che viene dopo è un corollario, un’appendice, ma non è amore. E allora capita che due sconosciuti si incontrano in un appartamento vuoto, grigio e desolante, e lo prendono per zona franca. E non si dicono niente dell’uno e dell’altro e fanno l’amore in tutti i modi possibili e in tutte le varianti impossibili. E non c’è nessun biglietto da visita, nessun codice, niente chiacchiere e niente distintivo. E non sanno niente dell’uno e dell’altro, eppure serbano un segreto, il loro segreto.
Chi era Athos Magnani? Eroe antifascista o traditore? Qual è la vera storia di Athos Magnani? Morì da eroe, ucciso alle spalle da un vigliacco fascista, o da imbroglione, inscenando una sciarada per essere ricordato come un martire? Per abbattere con gli ideali postumi il fascismo tanto odiato.
Il figlio non sa niente di tutto questo e a più di trent’anni dalla sua morte si reca a Tara, il paese nativo, per fare chiarezza e scoprire la verità. Incontrerà Draifa, la sua amante, e i vecchi compagni con cui pianificò l’assassinio, non riuscito, a Mussolini, perché quel giorno qualcuno fece la spia. Tra menzogna, omertà e codardia verrà fuori una verità sconcertante e ancora piena di enigmi.
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