Devo essere sincero: non ho mai amato Bellezza né come poeta né come scrittore, riconoscendo tuttavia l’alta tessitura del ‘fraseggio’. Motivi di questa incomprensione forse la stessa per cui Busi, negli ultimi anni di vita del poeta romano, vi si scagliava contro anche con inusitata autorità.
Ne aveva ben donde: contro la gioiosa macchina da guerra sessuale dell’autore di Sodomie in corpo 11, Bellezza contrapponeva un’omosessualità vissuta allo stesso modo pericolosamente, ma come vista e ‘sentita’ attraverso il buco della serratura. Paradossalmente parrocchiale quest’ultima, perché intesa come diversità e praticata nel dolore e nei sensi di colpa.
Il 2011 di Erri De Luca conferma la sua attenzione viva per le sacre scritture, e così dopo “E disse” dedicato alla figura di Mosè, il napoletano sceglie di dedicarsi a cinque donne rivoluzionarie: “Le sante dello scandalo”, i cui nomi costituiscono straordinaria eccezione, poiché inclusi nell'elenco tutto maschile delle generazioni tra Abramo e Gesù.
“Due file di bambini, una di fronte all’altra a salutare chi stava arrivando. Ci trovammo così a passare tra quelle ali spiegate nel segno dell’innocenza. La strada di terra battuta, cosparsa di petali rosa. Le bambine e i bambini cantavano un inno di gioia, tra le mani giunte, fiori di campo e a ogni ospite un inchino con la fronte e un sorriso. […]I bambini sorridevano e cantavano, in quel canto di vita lieve, immersi in quella loro purezza, da farti tornare la voglia di credere ogni tanto a un dio giusto e alla speranza.” (p.166)
Memorie di un autore tv e di un giornalista d'inchiesta caro a Sergio Zavoli ed Enzo Biagi: uno che sembra consacrato alla sua professione con una dedizione incrollabile, uno che vive ogni reportage come una battaglia per restituire verità, luce e giustizia a chi vive nell'ombra, da vittima dell'arroganza e delle prepotenze. Uno che non ha dimenticato affatto cosa il giornalismo d'inchiesta sia. Quello vero. La bella notizia è che Nevio Casadio esiste, e non è una creatura letteraria: Casadio si direbbe uno dei pochi grandi esempi superstiti del giornalismo televisivo d'una volta, etico e onesto: un esempio capace di fronteggiare, con dignità e orgoglio, la volgarità, la grettezza e la mediocrità del circo catodico forzista.
“Manualetto della mano morta. Variazioni sull'approccio tattile”, bootleg del poeta e articolista pataludico V.S. Gaudio, è strutturato in cinque parti: sono cinque frammenti grotteschi, stralunati e ultraletterari, che un tempo, nell'editoria italiana, avremmo definito “castelvecchiani”. Un tempo che sembra decisamente remoto, paradossalmente. Nelle sue originarie manifestazioni e direzioni editoriali, la casa editrice di Alberto Castelvecchi non escludeva stravaganti, provocatorie e radical chic incursioni nel mondo dell'erotismo e della sessualità: giocando a parlarne con molto intellettualismo e non poco divertimento.
Una luna sanguigna sguscia fuori dalle onde dai sogni di una donna. Il gallo selvatico canta alla luna, mentre il mare russa, sciacquante. “Un grido” - scrive Onofri - “è lo scoglio nero che sorge di sbalzo allo specchio appannato del mare”, mentre tutto il paese “spettrale e muto dorme esalando pallore”.
1916. Marinetti, ferito, convalescente all'Ospedale Militare di Udine, detta questo libretto a Bruno Corra; si limiterà a correggerne le bozze, prima di tornare al fronte, volontario bombardiere. L'incipit dell'operetta contestualizza per bene il momento, lo spirito e il senso di questo divertissement: “Un libro sull'arte di sedurre le donne, ora? Sì, ora, nella conflagrazione futurista delle nazioni, nella nostra guerra igienica liberatrice novatrice centuplicatrice io sento il bisogno di dirvi come si seducono le donne. La guerra dà alla donna il suo vero sapore e il suo vero valore. Questo libro sarebbe stato un anacronismo se fosse apparso o prima o dopo la guerra” (p. 21).
Su ispirazione della memoria lo scrittore è spinto a raccontare di un’elegante e aristocratica famiglia ebraica, vissuta in raffinato isolamento a Ferrara e distrutta poi con la deportazione e lo sterminio. Riappaiono tra le sue evocative pagine i Finzi-Contini: il professor Ermanno e la signora Olga con l’anziana madre Regina e i loro figli Alberto e soprattutto Micol, per sempre bella e sfuggente, affascinante e tragica.
“La Libia libera i sogni, la morte esiste anche in questo luogo, ma non porta tristezza” (p.124). La guerra di Libia secondo Tobino: ventun prose ambientate in quest’arida terra che accende sogni e fantasie con i suoi paesaggi, ma è anche teatro di scontri mortali. Inizialmente troviamo la 31° Sezione Sanità “abbandonata a non far niente ai margini di un’oasi, come durante la guerra spesso accade ai reparti” (p.31).

Commenti recenti
0 sec fa
1 min 2 sec fa
40 min 53 sec fa
1 ora 25 min fa
1 ora 32 min fa
1 ora 36 min fa
2 ore 7 min fa
2 ore 58 min fa
3 ore 52 min fa
4 ore 19 min fa