“E io che sono qui adesso, finalmente qui, ho aspettato per sentirmi parlare di com'era quando c'erano loro. Io che sono venuta ad esplorare i loro luoghi, voglio sapere da Lawrence com'era prima, com'era quando c'era Jack, e Allen e Neal, e Gregory e tutti gli altri santi della vita” (O.C.).
Ciao Olga, il tuo ultimo libro “Caffè Trieste – Colazione con Lawrence Ferlinghetti” ha riscosso un’incredibile attenzione da parte della stampa che penso ti abbia stupito non poco ma prima di parlarne torniamo al passato. Cosa c’è prima di questo libro? Quali sono state le esperienze e il percorso letterario che ti hanno portato a quest’ultima pubblicazione?
La casa di vetro citata nel titolo di questo convincente ed appassionante romanzo di Simon Mawer esiste davvero. Si trova a Brno, nella Repubblica Ceca, si chiama Villa Tugendhat, è stata disegnata dall'architetto Ludwig Mies van der Rohe ed è entrata a far parte del patrimonio dell'Unesco nel 2001. La finzione letteraria ha mutato i nomi ed ha trasformato leggermente gli eventi, ma ci racconta attraverso un intreccio ben articolato la storia straordinaria di una casa e di una famiglia e, grazie ad esse, di un'intera epoca.
Leggo dalla quarta di copertina di questo piccolo libro di poesie: “Gary Snyder, poeta e scrittore di fama mondiale, buddhista laico, bioregionalista praticante. Vive alle pendici della Sierra Nevada, in California. Con la poesia ha ridato voce alla vera natura dentro e fuori l'essere umano. Con la scrittura ha tracciato un percorso. Con la vita ha insegnato la pratica del selvatico”.
“Col cuore assoluto della poesia della vita macellato / dai loro corpi buono da mangiare per mille anni”. A quelli che scrivono poesie chiedo: ma voi ce la mettete l'anima in quello che scrivete? E lo stomaco ce lo mettete? E il cuore? E le gambe per correre e scappare ce le mettete? E tutta la vostra energia mentale ce la mettete? E tutti i vostri difetti, vizi, porcherie, infedeltà, inettitudini, e paure, ce le mettete? Se non ce li mettete, va bene lo stesso. Purché lo ammettiate. Ammetterlo è già farlo.
La rilettura di Strade Morte (il cui titolo iniziale doveva essere La famiglia Johnson), tornato in libreria grazie alla casa editrice Elliot a 25 anni di distanza dalla prima uscita in Italia nel 1983, provoca due sensazioni sovrapposte che bisognano entrambe d’ansiolitici. Allo smarrimento iniziale sussegue una foga di lettura che pompa sangue veloce. Un’emorragia di sensazioni e di occasioni (generazionali) mancate. William Seward Burroughs che definiva se stesso come un drogato omosessuale pecora nera di buona famiglia, ti colpisce, ti stupisce, ti sbatte, ti sfotte, ti fa ridere e talvolta ti soffoca.
Jack e Neal Cassady passavano per Detroit durante tutti i loro viaggi; andavano a trovare Edie. Erano sbronzi e guidavano una macchina vecchia e malconcia; piena di giornali, libri e vestiti sporchi. La radio andava a un volume altissimo. Si parlottava un po', poi domandavano qualche lira in prestito. Edie era la prima, amatissima moglie di Kerouac, sua coetanea (classe 1922).
Scrittore radicale, tessera fondamentale nel mosaico, spesso ingiustamente dimenticato, della Beat Generation, vate lisergico. Impossibile riassumere Burroughs. Bisogna penetrare lentamente nelle trame malate delle sue creazioni, sporcarsi le mani girando pagine dense come garze imbevute di sangue: odore di morte, deliri extrasensoriali, viaggi astrali, western e omosessualità esplicita. Il nemico è tra noi, per contrastarlo ecco apparire la figura di Kim Carsons, pistolero e letterato, supportato dalla Famiglia Johnson, gruppo di “vagabondi inoffensivi e ladri”, uniti da un codice di comportamento: “Un Johnson onora i propri impegni. Mantiene la parola ed è bello fare affari con lui. (…) Un Johnson sa aiutare quando c’è bisogno di aiuto.”
Commenti recenti
3 ore 36 min fa
3 ore 37 min fa
4 ore 51 min fa
4 ore 52 min fa
6 ore 8 min fa
7 ore 39 min fa
8 ore 2 min fa
8 ore 7 min fa
11 ore 17 min fa
11 ore 20 min fa