L’esordio cinematografico di Pupi Avati, datato 1968, lo vide cimentarsi in una sorta di horror grottesco dal titolo già ampiamente emblematico: Balsamus, l’uomo di Satana. L’opera contiene, senza ombra di dubbio, molte tracce del suo cinema successivo, soprattutto quello dei Settanta, periodo in cui gotico, fiabesco, grottesco e orrorifico si mescolarono sovente senza soluzione di continuità nei suoi lungometraggi. Si evidenziarono, comunque, una riconoscibile cifra autoriale e un’estetica ben delineata, oltre ché la scelta di una connotazione geografica ben precisa.
A un anno di distanza dal terrificante La casa dalle finestre che ridono, uno dei migliori thriller-horror italiani dei prolifici - per il genere – anni Settanta, Pupi Avati torna a ripercorrere i sentieri del giallo gotico ma in chiave quasi totalmente parodistica. E in quel quasi, che chi ha un vago ricordo del film può imputarmi di usare a sproposito, c’è tutta la bravura di Avati nell’accostarsi a un genere che, pur estremamente diluito dal regista nel successivo trentennio, è rimasto sempre, decisamente nelle sue corde. Basta pensare a Zeder, a L’arcano incantatore, e perché no anche al recente, affatto disprezzabile Il nascondiglio.
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