«Duclos, giorni fa, diceva: “Signori, parliamo dell'elefante (un giovane elefante di cinque anni che destava la curiosità dei parigini); è la sola bestia di una certa importanza di cui si possa parlare, in questi tempi, senza pericolo». (Grimm, “Correspondance”). Ma “Parliamo dell'elefante”, secondo Pierluigi Battista, è un titolo che depista: perché in queste pagine accade proprio il contrario, “non si capisce bene con quale grado di consapevole sfrontatezza”, perché si va allegramente e con grande naturalezza a bucare l'omertà paracula dei contemporanei. Dando vita a uno stile che rimarrà impresso nella memoria degli italiani.
Franchi anarchico. Franchi apartitico. Franchi antiamericano. Franchi... a'stronzo? Quanti lettori di Pagano hanno seguito questa dinamica logica? Succede quando si ha a che fare con un libro così dissacrante. Franchi non risparmia nessuno, è verissimo. Ma a me vengono in mente domande diverse, domande che superano - o che provano a superare - la mia familiarità, seppur virtuale, con Gianfranco Franchi. Per esempio. Che aggiungere dopo le splendide pre e postfazioni di Gordiano Lupi, Patrick Karlsen e Francesca Mazzucato? Le ho lette come parte integrante di un parto maturo e, soprattutto, maturato. Invecchiato come il vino buono. Altra domanda.
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