«Mio padre mi raccontò una volta una storia su Orson Welles, l'illustre regista di “Quarto potere”. Papà, o un suo collega, dovevano stare appresso a Welles mentre gironzolava in un pittoresco villaggio irlandese, nei primi anni Sessanta, registrando ogni sua parola mentre si trascinava da un pub all'altro. Gli anni di gloria erano ormai un ricordo per Welles, che si era ridotto a far sopravvivere la sua leggenda con sciocche comparsate in documentari turistici. Condizione che peraltro non sembrava modificare la percezione che aveva di se stesso. A chiunque incontrasse quel giorno regalava la stessa preziosa informazione: “Sono un genio”.
«Se il mondo in cui siamo vissuti era centrato sulla repressione politica, quello di oggi si basa sulla repressione economica. Sono due facce della stessa medaglia. Entrambe ci controllano e ci riducono in sudditanza; cercano di trasformarci in schiavi e macchine che reagiscono a ordini prestabiliti. Entrambe ci lavano il cervello in maniera altrettanto perfida e ci alienano con altrettanta efficacia […]. I nostri compromessi di oggi sono identici a quelli che facevamo in passato».
È il 1993 quando Giovanni Manca chiede a Sergio Atzeni un racconto per la neonata collana I fenicotteri della casa editrice Condaghes, ma in quel periodo lo scrittore lavorava alla traduzione del romanzo Texaco di Patrick Chamoiseau, così declina l'invito. Successivamente, però, ricorda di avere un racconto inedito già inviato a “L'Unione Sarda” ma mai circolato, e decide di non deludere l'amico consegnandoglielo. La pubblicazione arriva solo postuma: prima da parte del giornale che lo dà in stampa il 7 ottobre 1995 intitolandolo Giochi di una storia minima e poi finalmente per i tipi della Condaghes la cui edizione incorpora anche il testo di una conferenza tenuta da Atzeni nel 1991 a Cagliari.
Teoria e tecnica della demolizione del diverso: laddove il diverso è il ragazzo di Destra. Tutto il secondo Novecento è stato caratterizzato, in Letteratura, da un gioco al massacro della minoranza libertaria, ribelle e irregolare; il cliché del giovane violento, intollerante e lunare, espressione d'una subcultura infausta, brancaleonide e degradante, ha inquinato l'ispirazione degli artisti, soddisfacendo al limite la superba smania di distruzione dei santi patroni dell'egemonia culturale. L'obbiettivo non era il giovane liberale: la sua destra, snob e ben istituzionalizzata, vellicava il due percento, era l'espressione del distratto impegno di una minoranza di grandi professionisti; in quel caso davvero si poteva glissare.
L'ultimo Parise, apparso undici anni dopo la morte dell'artista, nel 1997, è un romanziere esistenzialista ossessionato dal sesso: sembra più un Moravia, lascivo e crudo, che l'artista padre del “Ragazzo morto e le comete”. Del Parise delle origini è rimasta la lugubre fascinazione per la morte; spogliata, tuttavia, da ogni fantasia di vita altra, di vita-in-morte: niente affatto venata di surrealtà, niente affatto onirica. Scrive un narratore maturo che sente vicina la fine del suo mondo, dopo i problemi cardiaci, e scrive un uomo che ha dimenticato cosa significasse amare, appartenere, vivere simbiotici.
In uno dei più bei racconti dei “Sillabari”, “Amicizia”, Parise descrive un uomo che sembra somigliare molto all'archetipo del cantastorie, del moderno narratore: “Sapeva fare una cosa sola nella vita, cioè osservare nei particolari (sempre mutevoli) gli altri nove e il tempo, sperando e studiando il modo, senza che nessuno se ne accorgesse, che tutte queste cose fossero in armonia tra loro” (p. 31). Ecco – questo è quanto intendeva fare lo stesso artista vicentino, ideando quel leggendario lavoro quotidiano di poesia in prosa che sono “I sillabari”.
Per quanti, come me, sono nati alla fine degli anni Settanta, il fenomeno tutto italiano delle radio libere è quello cantato e mitizzato dal cinema in film come “I cento passi” di Giordana o “Radiofreccia” di Ligabue. Cosa hanno rappresentato? Il primo, la dimostrazione delle potenzialità politiche e di controinformazione della radio, in quel periodo; il secondo, l'espressione delle potenzialità estetiche, amatoriali solo ab origine, di una programmazione “altra” rispetto a quella dell'allora monopolio di Stato.
Siamo agli inizi degli anni Settanta: anni di lotta, di ribellione, di manifestazioni in piazza, di morti innocenti ammazzati per la follia delle Brigate Rosse e della destra eversiva, l’enorme macchina statale sembra non essere in grado di confrontarsi con tanta rabbia e insofferenza; “Anni di Piombo”, così saranno definiti, a simboleggiare il malessere generale e la durezza di quel periodo di dolore, disordini e malumore e odio diffuso in ampie fasce della popolazione.
“Vent’anni è solitudine perversa,
Vent’anni e l’avvenire ti spaventa,
Vent’anni è rabbia, sete e acqua salata”.
C. Lolli
Il mediometraggio di Jimmy e i suoi fenomeni, si pone a metà strada tra una prospettiva biografica del noto caratterista e un divertente plot di due strani personaggi alla ricerca di Luigi Soffrano Origene.
Entrambe le strade portano ad un successo parziale in quanto percorrere con linearità la carriera di questo personaggio, sicuramente unico nel panorama mondiale è cosa assai ardua.
La sua filmografia conta un centinaio di apparizione in pellicole nelle quali la sua presenza varia da pochissimi fotogrammi a qualche minuto.
Commenti recenti
1 ora 58 min fa
2 ore 49 min fa
2 ore 53 min fa
3 ore 2 min fa
3 ore 12 min fa
3 ore 12 min fa
5 ore 3 min fa
7 ore 19 min fa
7 ore 29 min fa
7 ore 36 min fa