“Profughi! Come lo erano stati i miei genitori. Come migliaia di istriani, fiumani, dalmati che gli jugoslavi, tutti insieme, croati, serbi, sloveni, bosniaci, dal 1945 al 1955 avevano spinto a lasciare le terre avite. Le formazioni partigiane di Tito risalivano dal Gorski Kotar, dalla Bosnia, dall'interno della Jugoslavia, entravano nelle città istriane, nelle piazze ballavano il kolo. Agli italiani dicevano: 'Andatevene, questa terra è nostra'. Per chi opponeva resistenza c'era la persecuzione. Le foibe. Ne gettarono a migliaia in quei crepacci, a piedi nudi e con le mani legate alla schiena con il filo spinato. Unica grazia, un colpo di pistola alla nuca. Ma c'era chi in fondo al burrone ci arrivava ancora vivo. Via! Via! Non si poteva restare.
Libro-inchiesta di Renzo Paris, pubblicato nel 1999, “Squatter. Una storia di case occupate” vede protagonista Ruggero, un giovane reporter di un settimanale impegnato a raccontare una vicenda che dovrebbe vedere il giornale non a favore né contro: simpatizzante per l'aspetto giovanile della questione, perplesso e cauto per il colore politico. Anarchico. Scopo del gioco è ricostruire l'atmosfera “artistica, culturale, sentimentale” del gruppo di squatter. L'articolo salta, ne deriva un reportage: un libro che preoccupa i protagonisti di questa storia, perché “la letteratura uccide” (p. 109), addomesticando e addormentando la vicenda. Errore. Senza letteratura, di quei giorni non esisterebbe nessun ricordo.
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