A otto anni dal discusso Irreversible, film in cui sesso e violenza erano presentati in modo esplicito e disturbante, il quarantottenne regista e sceneggiatore argentino, trapiantato in Francia, Gaspar Noé torna a far parlare di sé con una pellicola ambiziosa e di difficile lettura immediata, in cui centrali sembrano essere i temi della morte e della vita dell’anima, nel momento in cui la stessa lascia il corpo: un dramma psichedelico e allucinogeno, a detta dell’autore, che nell’immaginare la pellicola non nasconde di aver fatto uso di droghe.
Nel 2005 lo scrittore nippo-britannico Kazuo Ishiguro, già autore dell’indimenticabile Quel che resta del giorno, diede alle stampe Non lasciarmi, un’opera sconvolgente e distopica ambientata nel Regno Unito in un recente passato alternativo. Un romanzo potente, angoscioso e visionario, che pone inquietanti interrogativi al lettore in merito a temi come l’anima e la natura umana, l’amore e la possibilità di corrispondersi anche a dispetto di un destino ingiusto e feroce, l’arte e il suo essere specchio dell’interiorità degli uomini, o di coloro che sono creati a loro immagine.
«Life is just what happens to you/
While you're busy making other plans» [John Lennon, Beautiful boy].
Premetto che non ho particolari titoli per parlare e scrivere di Buddismo e in particolare di quello tibetano, arduo da capire e analizzare per i suoi innumerevoli testi di Psicologia, Logica, Filosofia e Metafisica.
“La casa un po' attufata dalla chiusura invernale spalanca ora avidamente le sue finestre, per bere l'aria e la luce di primavera a grandi sorsate azzurre, prima che riannuvoli” (Onofri, “Marzo”, in “Orchestrine”).
Per una volta coraggiosa e inusuale fu la scelta dell’Academy Awards, quando poco più di un anno fa decise di premiare con l’Oscar per il miglior film straniero il giapponese Okuribito – divenuto poi Departures, anche sul nostro mercato -, scalzando così dalle posizioni acquisite il favoritissimo Valzer con Bashir e la Palma d’Oro Entre les murs (La classe). Una vera e propria sorpresa, soprattutto per il tema trattato dall’opera di Yojiro Takita, evidente già dal titolo, che vista la cornice nella quale competeva difficilmente poteva riferirsi a un qualsivoglia horror o divertissement a base di cadaveri o fantasmi.
“Non credere nel silenzio, viaggiatore, non bisogna aver fede nel silenzio; è una truffa, una trappola, qui non c'è il silenzio e perché mai dovrebbe esserci? Provati a pensare, che moltitudine. Una moltitudine? Tu dimentichi troppo spesso. Tu hai fede nel silenzio. Perché una moltitudine dovrebbe restare in silenzio? È assurdo! Perchè? Rispondi! Dorme. Ed io non ho più parole” (Parise, “I movimenti remoti”, p. 73).
Gianfranco Franchi (Trieste, 1978) è letterato, critico letterario e musicale, narratore, poeta e traduttore dall'inglese – tra gli ultimi suoi libri ricordiamo ''Monteverde'' (narrativa, Castelvecchi, Roma 2009), ''Radiohead. A Kid'' (saggistica, Arcana, Roma 2009), ''Pagàno'' (narrativa, Edizioni Il Foglio, Piombino 2007) e ''L'inadempienza'' (raccolta poetica, ivi 2008). Gestisce inoltre il sito letterario collettivo ''Lankelot''. Attualmente vive a Roma.
De profundis – Anamnèsi di un’anima
La casa del non luogo è la sequenza
Che vedo sempre quando la memoria
Si incendia nella rappresentazione
Cosmica degli eventi a cui appartengo.
La casa del non luogo la abito
Nelle serate di solitudine
Mentre rapisco polvere di Tempo.
“Il ragazzo sentì che esisteva un perfetto accordo fra lui e quell’opulenza della natura circostante. Trasse un profondo respiro e fu come se una parte di quell’invisibile che costituisce la natura avesse permeato l’intimità del suo essere. Sentiva il fragore delle onde che si frangevano sulla spiaggia ed era come se il battito del suo sangue giovane fosse sincronizzato col movimento delle grandi maree. Indubbiamente la natura stessa soddisfaceva le sue necessità, perché Shinji non sentiva particolarmente la mancanza di musica nella propria vita quotidiana”. (p.44)
La ricerca dell’essenza: il locus dell’anima. L’indagine sulla coincidenza tra linguaggio e anima: la reminiscenza delle letterarie segregazioni per osservare la rivelazione spontanea del linguaggio divino. La disperazione del silenzio, l’ossessione del senso. Tutto questo sembra essere estraneo al noir: non quando il noir è l’opera prima, in narrativa, d’un poeta, d’un poeta laureato, John Burnside. Questo libro trasfigura e sintetizza la ricerca d’ogni poeta consapevole: quella della natura del linguaggio, quella della coincidenza tra linguaggio e realtà, quella dell’epifania del suono primo.
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