Il sottotitolo scelto dall'editore italiano ha il merito di essere estrememante chiarificatore per quel che riguarda la personalità dell'autore e gli scopi del suo scritto: "Diario 1913-1916. Le memorie dell'ambasciatore americano a Costantinopoli negli anni dello sterminio degli armeni". Immigrato in America dalla Germania all'età di dieci anni, avvocato di successo, l'ebreo Henry Morgenthau legò le fortune della sua carriera diplomatica a quelle del Presidente W. Wilson, di cui sosteneva le campagne elettorali.
“Bé, così gli ho detto: “Vuoi morire?” e lui ha detto: “ Sì”. Ha fatto un paio di battute e ha cercato di abbracciarmi. Avevo ancora in mano l'accetta, così l'ho colpito in fronte. E' caduto. Era morto. Ora dammi quei cento dollari. Devo andarmene da questo Paese”
“Sai cosa ti è successo, Phil? Al ti ha aggredito. Ha cercato di stuprarti. Hai perso la testa. Non ci hai visto più. Lo hai colpito. E' barcollato all'indietro ed è caduto dal tetto. Trovati un bravo avvocato, nel giro di due anni sei fuori” (W. B.).
“Ho vissuto nel mondo naturale per tutta la mia vita. È un mondo che ho investigato a fondo. So che gli animali e gli uccelli hanno una loro vita personale, proprio come ce l’abbiamo tutti noi. Conosco lo spirito della tempesta del mare o della neve, della montagna o della pianura, così come conosco i miei vicini di casa. Tutti noi ci parliamo. Le mie poesie sono un tramite per tutti questi esseri che parlano attraverso di me” ( J. K.)
“Ognuno sapeva di far parte della Storia tranne il defunto che non capiva mai esattamente cosa stava succedendo anche quand'era vivo” (A.G.).
Allen Ginsberg è morto il 5 Aprile del 1997, aveva 71 anni e una settimana prima gli avevano diagnosticato un cancro al fegato. Forse l'epatite C presa nel '60 in Sudamerica era degenerata in cirrosi e poi in cancro. Il 31 Marzo subito dopo aver ricevuto la notizia Ginsberg scrisse l'ultima poesia della sua vita: "Cose che non farò" ("Nostalgie"). E' un elenco di tutti gli impegni, gli incontri, i piaceri che non vivrà più. Eccone alcuni versi:
Il dandy padre della Ballata del Carcere di Reading sosteneva che una mappa del mondo che non comprende Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché Utopia è l'unico paese al quale l'umanità approda. E da sempre, quando l'umanità raggiunge Utopia, allora si guarda intorno e si rimette in viaggio, perché capisce che può raggiungere nuove e più grandi Utopie.
"La censura alimenta le menti perverse più di quanto le alimenterebbe la parola che inizia per C." (Dick Cavett)
“A volte le poesie consumavano i miei pensieri […]. Ma più spesso ero afflitto e disperato. Che senso ha tutto questo preoccuparsi delle parole, pensavo, se non c'è nessuno disposto ad ascoltarle? America, immenso istituto di lavori forzati per uomini forti, quasi mi schiacciasti, ma ogni tanto ero capace di risalire la china e tornare a combattere. Non fui mai abbastanza forte da ferirti […]. C'era sempre una piccola luce splendente che mi guidava attraverso l'America, questo paese nero: sapevo di essere un poeta e avevo in animo il desiderio di scrivere” (Carnevali, “Mio fratello”: in questa edizione, p. 10).
"Hills like white elephants" di Hemingway è tra i suoi racconti più brevi e più belli, una specie di breve atto unico. Un uomo (lo immaginiamo sui 30 anni) e una ragazza, Jig (di qualche anno più giovane) si trovano in una stazione ferroviaria nella valle d’ Ebro, aspettano che passi il loro treno, bevono birre e anis, vedono la cameriera sfilargli davanti attraverso una tendina di tubetti di bambù, ordinano di nuovo, consultano l’orologio e si consultano l’un l’altro. Su cosa?
“Siamo nella nostra stanza. Siamo in / una scatola da scarpe. Siamo in una scatola di sangue. / Delicatamente ci siamo lasciati dei lividi, eppure / non siamo vecchi e non siamo nati morti. / Siamo qui su una zattera, esiliati dalla polvere. / L'odore di terra è svanito. L'odore / di sangue è qui e la lama e il suo proiettile. / L'ora è arrivata e tu andrai dalla sua parte” (Anne Sexton, “Ora”)
Pulp, frenetico, violento, amorale, ultracinematografico: “Touch and Splat” è un divertimento ideato e composto da uno dei narratori più americani della nuova generazione italiana, Alessandro Cascio, classe 1977. Lo scrittore palermitano ha deciso di ibridare, alterare e rinnovare due paradigmi diversi: “Das Experiment” di Hirschbiegel (2003) e “Il grande freddo” di Kasdan (1983), sporcandoli con un linguaggio tarantiniano e diretto, infarcito di americanismi qua e là (l'aggettivo “fottuto” prolifera sbarazzino, a un tratto).
Senti pallottole che ti schivano e ti sfiorano, schegge e detriti che ti perforano e ti si conficcano da tutte le parti, visi gialli e musi gialli, e sei nella buca, la tua buca, e devi sparare, continui a sparare, fino alla fine e fino alla morte, fino a che non ti ammazzano o non ammazzi qualcuno, fino a quando non arrivano le bombe al napalm a spazzare via tutto. Chi vive e chi muore. Granate, mine antiuomo, dinamite, strappi e bagliori, trappole tese in ogni esplosione, serpenti che si arrampicano sugli stivali, il respiro che si dimezza, si strozza in gola, le gambe cedono, la mente si oscura, il cuore pompa a singhiozzo. E quando dormi, non dormi, perché la pioggia ti scava e ti assorda il cervello.
Cronache, note di viaggio e osservazioni: argomento, la vita degli States negli anni Cinquanta; protagonista e autore, il giornalista e scrittore Guido Piovene (1907-1974), all'epoca inviato del Corriere della Sera. Ventimila miglia al volante tra autunno 1951 e autunno 1952: cento articoli pubblicati, man mano, sul quotidiano, e poi rivisti e adattati per questo volume, originariamente apparso per Garzanti nel 1953.
“Siamo qui sulla Terra per andare in giro a cazzeggiare.
Non date retta a chi dice altrimenti”
C’è un luogo nel deserto della California dove i fiori non hanno un nome, dove la terra per centinaia di chilometri si tinge di rosso, e la sabbia non trova mai un fiume che la bagni. C’è soltanto un albero a indicarci che non è quello l’inferno: è l’albero di Joshua, così chiamato dai primi mormoni giunti in America, come a paragonare quel luogo alla Terra promessa di Giosuè. La speranza cresce sempre dove c’è disperazione.
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