"Traiettorie di volano" dei piacentini Flora è un disco dall'atmosfera soffusa giocato fra sonorità jazz, post-rock, math-rock e canzone d'autore minimalista, giocata sui silenzi di alcuni brani completamente strumentali ed altri dove l'elemento testo diventa il "volano" scagliato oltre la rete da racchette immaginarie imbracciate dagli strumenti e dalle voci maschile e femminile che s'intersecano su binari dissonanti.
Che succede quando “Paris-Texas” sembra cominciare alla fine di un libro, ibridandosi con la narrativa di formazione on the road?
"Sul versante opposto della valle la strada attraversava un terreno incendiato nero e spoglio. Tronchi carbonizzati e senza rami che si susseguivano a perdita d'occhio. Cenere che aleggiava sopra la strada e grappoli di cavi ciechi che penzolavano dai pali della luce anneriti gemendo piano nel vento. Una casa bruciata in una radura e più in là una distesa di praterie livide e desolate e una montagnola fangosa di terra rossa grezza con dei lavori stradali lasciati a metà, più avanti, cartelloni pubblicitari di motel. Tutto come una volta, solo sbiadito e sciupato dalle intemperie. In cima alla collina si fermarono nel freddo e nel vento a riprendere fiato. L'uomo guardò il bambino. Sto bene, disse lui.
Per ascoltare "Export for malinconique" album quasi interamente strumentale de "Il Cielo di Bagdad", trio di Aversa, è necessaria una premessa d'obbligo: per chi ama Sigur Ros, Olafur Arnalds, Mum, Boards of Canada, Explosions in the Sky, God is An Astronaut, etc, etc, "Export for Malinconique" potrà risultare eccessivamente derivativo tanto da spegnere tutto dopo due pezzi, stanco di tutti questi gruppi cloni (e in Italia gruppi di questo genere ne esistono a decine famosi e meno famosi, bravi e meno bravi, come Kobenhavn Store e Port Royal), per chi invece non conosce questi gruppi l'ascolto di questo disco sarà una piacevole sorpresa che li spingerà ad avvicinarsi ai mondi
Mark Oliver Everett, leader degli Eels, esordisce in narrativa con questo drammatico memoir: la storia della sua tragicomica, sfortunata e magnifica vita. “Ho vissuto momenti molto brutti e momenti molto belli, ma le cose potevano anche andarmi peggio, considerato che non avevo né una mappa con le direzioni né un briciolo di autostima” (p. 12), confessa. Ha capito una cosa: non va matto per le tragedie. Ne ha capita un'altra: dopo i momenti più brutti sono arrivati quelli più belli. E sa che comunque la vita è “imprevedibile bellezza e strane sorprese” (p. 14).
Quest’anno non dovremo guardare verso ovest o alla terra di Albione per andare incontro alla next big thing. Segnatevi questo nome: The Mantra Above The Spotless Melt Moon. Non tragga in inganno il nome: i Mantra sono una giovane band napoletana con una visione musicale, però, decisamente internazionale. Non a caso i talent scout dell’etichetta inglese Rare Noise Records, li hanno messi sotto contratto assicurandosi l’uscita di questo ep, Rooms, in attesa della pubblicazione del primo full-length nel corso dell’inverno.
Non se avete mai sentito dentro di voi un'urgenza così devastante da non riuscire a contenerla. Un'urgenza di...e puntini di sospensione da riempire con tutto quello che avete nello stomaco, nel cuore, nella testa, con tutto quello che è successo nella vostra vita presente e passata. Pensieri, ricordi, ansie, sogni, delusioni, progetti andati in fumo o che stentano a realizzarsi o anche solo ad avere un inizio. Una Fine prima di tutto. Una situazione a cui non sappiamo dare una spiegazione se non prendendocela col Destino, la Sfortuna, gli Altri, in fin dei conti con Noi stessi.
L'unico, vero romanzo rock italiano è la storia di una band mai esistita, raccontata da un trentenne che allora esordiva: Gianluca Morozzi, da Bologna. Era il 2001, e i Despero entravano nei cuori di una nutrita, agguerrita legione di fan, assieme al loro creatore; uno scrittore capace di raccontare (inventare), in questo suo romanzo di formazione, dodici anni d'amore, di appartenenza a due sogni diversi – la sua band, e la sua musa – di scelte di vita, di coerenza.
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Quella dei fratelli Felice, Simone, Ian e James, sembra essere la più tipica delle storie americane, quelle che si incontrano tra le pagine dei libri di Jack London e Jack Kerouac. Storie fatte di polvere e asfalto e musica. Tre fratelli nati nello stato di New York, lungo le rive del fiume Hudson, con una tipica attitudine da hobo che li ha portati fin da giovani in giro per le vecchie highways americane, sporche di polvere e benzina e musica. Perché la lingua americana non è fatta di suoni – quello è inglese; la lingua americana è fatta di storie. Storie depositate al margine della strada, dove non crescono i fiori. E quando queste storie sono colte dai musicisti, prendono il nome di blues, di folk, di country.
Ho incontrato questo gruppo per puro caso, arrivando sul loro myspace da quello dei Manetti! e ho desiderato all’istante ascoltare l’intero album, sorpreso piacevolmente da linee melodiche d’infinita tristezza che mi ricordavano gli episodi più malinconici e dilatati degli Explosions in the Sky alla "Your hand in mine" (tra l’altro una meravigliosa canzone supportata da un video tristissimo che ogni volta che lo rivedo mi scendono le lacrime) coi loro finali sconquassanti e intrigato dal fatto che questi ragazzi, almeno da quello che mi era sembrato di capire (e magari mi sbaglio), fossero di stanza sul versante comasco del Lago di Como, a due passi insomma da casa mia.
"Vorrei poter soffocare
nella stretta delle tue braccia
nell'amore ardente del tuo corpo
sul tuo volto, sulle tue membra struggenti
nel deliquio dei tuoi occhi profondi
perduti nel mio amore,
quest'acredine arida
che mi tormenta. " (Cesare Pavese)
"L'invisibilità ben si adattava alla mia persona. Avevo le vene degli occhi iniettate di latte. Vedevo senza sangue adesso. Vedo soltanto in trasparenza ed ero felice di essere anch'io così. Mancavano molte cose all'ospedale, ma ciò che più mi mancava era la musica. Non compresi quanto fosse importante la musica finchè non fui punito con il silenzio" (Douglas Cooper, Amnesia)
"Somewhat disturbing is the sound of birds singing
when you know you don't deserve it
You are not here today
and I feel just like an empty eggshell, and
My yoke is heavy
My yoke is heavy" (Daniel Johnston, My Yoke is Heavy)
Infine ho deciso: questa non sarà una recensione vera e propria del libro di Gianfranco Franchi “Radiohead. A kid”, contenente tutti (o quasi) i testi, con commento, della band inglese da “Pablo Honey” a “In Rainbows”, comprese citazioni di b-side, cover, e canzoni dei gruppi che hanno preceduto la formazione definitiva della band. Non lo sarà perché, via, sono troppo legato ai Radiohead per, e legato pure al Franchi, per. Scriverò semplicemente una serie di cose che hanno a che fare più o meno con il libro, più o meno con i testi, più o meno con Franchi. Certo ci saranno critiche, lodi e via dicendo, aspettative, pure. Non lo so cosa scriverò, a parte che non penso ne verrà fuori una recensione. Quindi, comincio, ed inizio dall'autore.
Binario 14 della Stazione Centrale di Piazza Garibaldi. Sono le 12:30. Le lancette che segnano le 15:11, orario di arrivo a Roma Termini, non sono che un lontano miraggio, perse come sono nell'afa e nella scomodità di un anonimo sediolino di un treno regionale. Al primo stridere delle rotaie sui binari, inserisco subito le cuffie dell'iPod. Sun Gangs, è ancora un oggetto non identificato tra le centinaia di playlist, e immaginando che il live sarà incentrato quasi interamente sui pezzi del nuovo album, decido di non farmi trovare impreparato. L'album è già uscito da qualche giorno, ma nonostante sia particolarmente affezionato ai primi due album, The Runaway Found e Nux Vomica, la curiosità per questo terzo lavoro rasenta lo zero.
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