Ardian-Christian Kyçyku è uno scrittore balcanico, classe 1969, perfettamente bilingue: albanese, per sangue e per formazione culturale, e rumeno, per adozione culturale, estetica e politica. Non è l'unico scrittore albanese a incarnare questa commistione: sembra sia una sorta di tradizione albanese, quella di scrivere bella letteratura dopo aver vissuto un periodo in Romania, nutrendosi del respiro di quel popolo, e della dialettica con i suoi artisti. Kyçyku, in un recente e ricco scambio di battute con la stampa italiana, ha parlato di una “lunga e consolidata tradizione”, in questo senso. Interessante.
“Per M. l'inattività di quelle ore libere era solo angoscia e anche dolore. Infatti per lui, uomo e non macchina, quelle due ore erano anch'esse il frutto di una convenzione, la convenzione della libertà, del tempo libero da occupare a piacimento. Senonché era proprio questa libertà, che lo angosciava. Egli non si rendeva ben conto del perché provava quei sentimenti, era però cosciente di provarli mentre le macchine d'ufficio non li provavano affatto. Eppure, riflettendo, non trovava alcuna differenza reale tra sé e quelle macchine, la loro vita era pressoché uguale: stessi orari, stesse pause, stesso riposo.
Tra gli Extra, fuori concorso, il Festival di Roma ha presentato X (Minus by Minus), del regista giapponese Hajime Izuki, film dal taglio neorealista che indaga storie di solitudine urbana alla periferia di Tokio. Siamo in un sobborgo di Osaka, nel quale vive e lavora Takashi, tassista trentacinquenne e separato che non vede il figlio da anni ed è gravato da molti debiti. Trascorre le sue giornate stancamente, evitando incontri di qualsiasi tipo. Un giorno sale sul suo taxi una strana donna, che lo invita in casa per colmare il senso di vuoto che la attanaglia. Kyoko ha perduto un figlio, e sembra volersi consolare con la compagnia dell’uomo.
Primo romanzo di Mauro Garofalo, giornalista e scrittore capitolino classe 1974, alle spalle un fortunato libro-intervista con Morgan (“In pArte Morgan”, Eleuthera 2009), “Iolavorointivu” (Alacran) è una vita agra catodica e ribelle, dominata da una impressionante capacità di assimilazione del lessico ultrainglese dell'informatica, del marketing e della comunicazione, capace d'essere a un tempo libro satirico di denuncia delle condizioni dei cittadini lavoratori nelle aziende contemporanee, a un tempo libro drammatico di sintesi e trasfigurazione del
“Viva la grande città, viva Milano con tutto il suo smog il traffico l'indifferenza. Non che tutto questo mi piaccia ma se l'alternativa deve essere il suo paesello con la sua boccata d'aria e di tranquillità preferisco starmene qui. Magari da sola. A Pasqua. Ma poi quale boccata d'aria! Lì ha la sua Poucet, Lui. Figlio di buona donna, chi l'avrebbe mai immaginato? E pensare che l'ho perfino preso in giro per la sua fedeltà” (Paolini, “La gatta”, p. 152).
Riscopriamo “La città”, originariamente apparso nel maggio 1912 sulla rivista “Riviera Ligure” dei Novaro, “primo contributo del venticinquenne Boine” - scrive la curatrice, Maura Del Serra - “alla rivista-princeps della ligusticità letteraria novecentesca”. Il testo, sino al 1994 difficilmente reperibile, come tutta l'opera di Boine (“ha goduto di fortuna editoriale sporadica e distratta”), è, secondo la Del Serra, il luogo in cui Boine disegna “a tinte gotico-fauves il ritratto lirico-espressionistico del microcosmo provinciale di Porto Maurizio, sua odiosamata 'siepe' ed osservatorio critico”.
Osamu Dazai non era né un personaggio né tantomeno uno scrittore comune. Il suo percorso di vita e di scrittura rappresenta uno degli esempi più drammatici del panorama letterario giapponese della prima metà del Novecento. Iniziò a scrivere nel 1933, ma è solo nel dopoguerra, esattamente con questo romanzo, che la critica inizia a prestare attenzione all’autenticità del suo pensiero prima che alle sue sregolatezze.
OCCHI
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Da oltre un secolo Svevo rivela, ai lettori e ai letterati, una figura esistenziale carica di significati, di dolorosa coscienza dei contrasti che la animano, di lancinante e splendida inadeguatezza all’esistenza: quella del modernissimo, grottesco, credibile intellettuale inadatto alla vita, l’inetto.
L’argilla che l’ha plasmato non s’è disfatta. La società postindustriale ha soltanto acuito ed esasperato le ragioni della sua esistenza, e della sua inadempienza alla vita. Alfonso Nitti potrebbe essere il mio vicino di casa o il mio collega. Alfonso Nitti potrei essere io. È un mio simile, lo riconosco e ne prevedo il comportamento, riesco a simularlo con discreta esattezza.
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