L’uniformità di contenuti non è, nonostante tutto, la miglior chiave di lettura per comprendere Piero Chiara. Serpeggia anche nei suoi estimatori, sempre e costanti nel tempo, questo concetto essenziale, che è riducibile ad una calcolata opzione per il marginale, ad un’insistente attenzione per la quotidianità, ad una predilezione per il ‘canone’ comico e ad una innata tendenza per il provincialismo e per i tratti ad esso riconducibile: trasgressione, insinuazione e pettegolezzo.
“Viva la grande città, viva Milano con tutto il suo smog il traffico l'indifferenza. Non che tutto questo mi piaccia ma se l'alternativa deve essere il suo paesello con la sua boccata d'aria e di tranquillità preferisco starmene qui. Magari da sola. A Pasqua. Ma poi quale boccata d'aria! Lì ha la sua Poucet, Lui. Figlio di buona donna, chi l'avrebbe mai immaginato? E pensare che l'ho perfino preso in giro per la sua fedeltà” (Paolini, “La gatta”, p. 152).
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