Sino a oggi, mancava un contributo fondamentale per orientarsi a dovere nel dibattito storiografico sul confine orientale, nella drammatica contingenza della Seconda Guerra Mondiale e della questione di Trieste: quello relativo alle relazioni tra partito comunista jugoslavo e partito comunista italiano. Entrambi subordinati all'Urss, i partiti comunisti IT e YU si trovarono tuttavia a dover fronteggiare la dolorosa questione di Trieste, delle cittadine dell'Istria costiera, di Fiume e di Zara, città storicamente popolate da una maggioranza assoluta di cittadini di lingua e cultura veneta (traduciamo: italiana), mai messa in discussione da niente e da nessuno. Ma la Jugoslavia di Tito le reclamava a sé, mentre l'Italia non aveva intenzione di perderle.
Diego Zandel, fiumano-romano, innamorato della Grecia come di sua moglie, è una delle più belle voci della cultura giuliano-dalmata del secondo Novecento. Racconta le terre perdute negli anni atroci della Seconda Guerra Mondiale con la nostalgia di chi sa d'essere stato sradicato forse per sempre dal mare e dalle case degli antenati, ma non dalla loro cultura e dalla loro identità. Sa farlo senza mai cedere all'odio etnico – cosa impossibile per tutti noi che di lì veniamo, composti come siamo di tante etnie diverse – e all'odio politico – cosa meno facile, soprattutto una volta; è un artista, piuttosto, votato alla pacificazione, alla conciliazione delle memorie e delle storie, nel rispetto della verità storica e dell'armoniosa dialettica tra i popoli.
L'Istria raccontata da Diego Zandel, scrittore fiumano classe 1948, romano d'adozione, è un'Istria perduta: quella in cui la minoranza croata, dalle parti di Albona, antica città romano-veneta, conviveva armoniosamente con la maggioranza assoluta italiana, come niente fosse. È un doloroso piacere leggere la nuova edizione del suo Una storia istriana (Rusconi, 1987), questo Il figlio perduto.
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