Acciaio (Rizzoli, 360 pp., euro 18) è un romanzo di formazione popolare, non populista, e operaista: ma onestamente deideologizzato. È ambientato a Piombino, nella gioventù proletaria nostra contemporanea; esiste per raccontare in letteratura ciò che rimane della vecchia classe operaia. È tinto dell'energia, dell'immediatezza e della suprema onestà di un esordiente, classe 1984, che scrivendo non risponde agli ordini di un partito, o di un movimento; è stato scritto perché Silvia Avallone aveva vissuto nella cittadina toscana abbastanza per interiorizzare e decifrare comportamenti, estetica e visione del mondo del suo popolo.
Acciaio è uno di quei romanzi che ti riconciliano con la letteratura italiana contemporanea. Mentre scorri le pagine assorto nella lettura commenti a voce alta: “Non è vero che il romanzo è morto”, “Si scrivono ancora le storie”, “Non è finito il tempo di raccontare i sentimenti”. Era dalla lettura di romanzi come Lo schiaffo e Alla larga dai comunisti, entrambi di Luigi Carletti - editi da Baldini e Castoldi nel 2008 e nel 2009 - che non m’imbattevo in una così evidente capacità di raccontare storie, in questo caso ancor più sorprendente perché l’autrice ha soltanto venticinque anni.
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