Un grande saggista come il francese Bernard Bruneteau ha raccontato il Novecento coniando una definizione lapidaria e atroce: “Il secolo dei genocidi”. Per mano turca, russa, tedesca, cambogiana; nel nome dei totalitarismi, nel nome della razza, nel nome della classe sociale; con criteri industriali, seriali: abbiamo assistito a ripetuti, pianificati sterminii, a distanza di poco tempo. Fatichiamo a studiarli. Rifiutiamo di accettarli. Finiamo per esserne infestati. Gli artisti europei più sensibili raramente hanno saputo sintetizzare e universalizzare il respiro di qualcosa di così buio, metodico e gelido.
“La città è un grappolo di giada disteso su sette colli. Con un fiammifero faccio sciogliere un chicco di resina. Un fantasma si risveglia nel fluido denso e muove pian piano le membra. La bora fa volare i manifesti stracciati. La colonna per le affissioni nel Corso oscilla come un pallone” [scrittura lirica di Dragan Velikić, in “Via Pola”; Zandonai, 2009; p. 118]
Esistono romanzi che nascono per alfabetizzarci alla complessità e alla ricchezza della realtà: insegnano non soltanto a guardare nell'anima e nelle dinamiche psichiche del protagonista; insegnano piuttosto a osservare una terra, e i popoli che vivono in quella terra, con diversa intelligenza e più adeguata sensibilità. È il caso fortunato di questo sperimentale quaderno di narrativa pubblicato dalla piccola Adelphi dei Balcani, vale a dire la Zandonai di Rovereto: “L'educazione del giovane Tjaž” (192 pagine, 13 euro) è un testo che sembra nato per addestrarci a capire quanto articolata e complessa sia la questione degli sloveni di Carinzia.
Sappiamo veramente poco della Russia contemporanea: quel poco che sappiamo spesso ci scandalizza, e a ragione. Il reportage della giornalista austriaca Susanne Scholl, “Russia senz'anima?”, può servire per orientarci a dovere e per sensibilizzarci, per quanto possibile, alle condizioni di vita dei cittadini, moscoviti in particolare, e al mood di un popolo dominato e governato da un regime ingombrante e prepotente. Le sofferenze del popolo russo e dei popoli feriti da quasi un secolo di sovietizzazione non sono affatto terminate, al limite si sono attenuate e diluite.
“Il libro dei mestieri” dello scrittore croato Bora Ćosić, classe 1932, venne originariamente pubblicato in Jugoslavia nel 1966. Si tratta di una raccolta di racconti che, per dirla con le parole della prefatrice della bella edizione italiana, Nicole Janigro, “procedono come un work in progress, mettono insieme dati diversi, utensili e attrezzi, montano oggetti simbolo e personaggi pubblici e privati in una sorta di enciclopedia del XX secolo capace di unire l'alto e il basso: due poli che hanno sempre in comune la dimensione umana”.
“Ho pensato spesso che la vita che mi è toccata ha avuto – in ogni tempo e in ogni luogo – un punto fermo e immutabile: la precarietà di un futuro sempre e comunque ignoto. In Francia, come negli altri Paesi in cui sono stato vagabondo, soldato, studente liceale o viaggiatore mio malgrado, non sapevo mai che cosa ne sarebbe stato di me e se, in seguito agli infiniti rivolgimenti di cui ero testimone e parte, mi sarei ritrovato in Turchia o in America, in Francia o in Persia; e anche a Parigi, nonostante un lavoro decisamente monotono, provavo sempre, ogni giorno, la stessa sensazione che avrei provato seguendo il corso di un ruscello che finiva puntualmente per insabbiarsi” [Gazdanov, “Strade di notte”, p. 167].
Ardian-Christian Kyçyku è uno scrittore balcanico, classe 1969, perfettamente bilingue: albanese, per sangue e per formazione culturale, e rumeno, per adozione culturale, estetica e politica. Non è l'unico scrittore albanese a incarnare questa commistione: sembra sia una sorta di tradizione albanese, quella di scrivere bella letteratura dopo aver vissuto un periodo in Romania, nutrendosi del respiro di quel popolo, e della dialettica con i suoi artisti. Kyçyku, in un recente e ricco scambio di battute con la stampa italiana, ha parlato di una “lunga e consolidata tradizione”, in questo senso. Interessante.
“Per la gente di qua e di là è come se non ci fosse: il nascere, il vivere e il morire insieme, da queste parti, è un modo d'essere che si perde nella notte dei tempi. I confini hanno importanza solo sulle strade, dove ci sono le sbarre e le guardie messe lì a curare degli interessi”. Figuriamoci quando la guerra è finita e ancora non s'è deciso tecnicamente dove mettere un nuovo confine: allora è possibile prendere e spostarlo in qua o in là, con allegra disinvoltura. “Pare che si possa compiere questo e altro, contro chi, come noi, ha perso una guerra”: soprattutto se il confine è stato messo su alla buona, con quattro paletti di legno.
Ho scoperto il libro di Carlo Pastorino andando in Vallarsa, tra quelle montagne dove lui ha combattuto e che traboccano ancora di memorie e di tracce della Grande Guerra, quell’immane carneficina che travolse un’intera generazione. Pastorino, originario di Masone nell’Appennino Ligure, fu inviato nel 1916 in Vallarsa come ufficiale e vi rimase per un anno, affezionandosi a quella terra aspra e bella,come quella che gli aveva dato i natali. Trasferito successivamente nel Carso, venne qui fatto prigioniero dagli austriaci e rinchiuso nella fortezza di Theresienstadt in Boemia fino alla fine del conflitto.
Paul Celan è il più grande poeta di lingua tedesca del XX secolo. Nella sua poesia c’è un’alta lettura disperata del male di vivere. Quando Celan si è suicidato a Parigi nel 1970, ha lasciato un corposo materiale inedito sul quale studiosi e esegeti stanno lavorando. Di notevole interesse sono gli scritti in prosa, raccolti in un’edizione critica nel 2005 (Aphorismen, fiktionale Prosa, theoretische Prosa).
Colloquio con Giuliano Geri (co-responsabile di collana della Zandonai Editore)
La casa editrice Zandonai, nata qualche anno fa a Rovereto (TN), presenta principalmente due collane, ''I fuochi'' ed ''I piccoli fuochi''. ''I piccoli fuochi'' è una collana in buona parte dedicata agli autori dei Paesi dell'ex Iugoslavia (Albahari, Brina Svit, ma c'è anche il francese Laurent Mauvignier), mentre ne ''I fuochi'', oltre a Boris Pahor, troviamo nomi italiani e tedeschi. Sono due collane piuttosto diverse, come linea editoriale, mi sembra. Vorrebbe illustrarne gli autori e magari spiegarci meglio il senso delle due collane?
La scrittura ipotetica di David Albahari
La scrittura di Dušan Velickovic, giornalista ed editore serbo, è un'iniezione di intelligenza, misura e semplicità. L'artista cerca le parole per rappresentare lo sconcerto, il dolore, la paura, l'angoscia di uno Stato che stava sprofondando. In certi frangenti, la sua scrittura è più vitale e illuminata ancora, illuminata dalla comprensione che non esiste senso nella violenza, perché ogni violenza finisce per riprodursi all'infinito. “È così: oggi i serbi scacciano gli albanesi e la NATO bombarda i serbi, domani gli albanesi scacciano i serbi, dopodomani...” (p. 84).
“Sai” le disse, senza togliere la mano dalla guancia, “tempo fa mi sono messo a riflettere su tutto quello che è avvenuto in questo secolo e che impregna l'aria che respiriamo. È talmente infetta da avvelenare le nostre coscienze, sconvolgere il nostro pensiero e rendere apatici i nostri cuori. Ma siamo costretti a respirarla, senza potercene difendere” (p. 47).
Scriveva il poeta Carolus Cergoly:
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