Ho avuto modo di leggere, in merito alla uscita italiana di Melancholia, che Lars von Trier avesse dichiarato quel che ha dichiarato durante la sua conferenza stampa all'ultimo Festival di Cannes per distogliere l'attenzione dalla pochezza espressiva del suo film più recente. Una strategia del diversivo attuata da un regista che, stante questa ipotesi, era ben consapevole della mancata riuscita del suo girato.
Lars von Trier è un grande paraculo. Così scrissi qualche anno fa e così mi ripeto ancora oggi, dopo aver visto il suo Antichrist, opera controversa e fischiatissima dal pubblico e massacrata dalla critica in conseguenza del recentissimo passaggio al Festival di Cannes.
Noi non siamo Grace. Siamo Dogville. In scena non è la ghettizzazione della nostra diversità, ma al contrario la nostra paura dell’altro, il nostro chiuso conformismo. Dalla materia fangosa di cui è composto l’essere umano, è davvero difficile ricavare qualcosa di limpido, buono, disinteressato. Siamo creature egoiste e vanitose, peggio dei cani e di tutte le bestie che almeno hanno più limitato lo spettro di scelta. La nostra è invece una deliberata volontà di commettere il male. Per autodifesa ci stringiamo in comunità, in branchi rivali che coltivano il loro senso di sé attraverso l’esclusione dell’altro.
Che cos’è la felicità, e dove si nasconde?
Non dipende dal benessere, e non dipende dalla ricchezza. Non discende dagli agi e dalle comodità, e non deriva dalla soddisfazione di vivere in uno stato dalle giuste leggi; alla nuova e fatalmente dormiente società occidentale, sembra una condizione casuale. “Avviene”, o capita – per così dire – e con la stessa, brutale...
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